Avvocatura, digitale, soddisfazione del cliente


Ricorrere alla tecnologia per migliorare la prestazione legale: si può. Ma anche il cliente deve attrezzarsi. Questo articolo spiega come
Avvocatura, digitale, soddisfazione del cliente
SERVIZI LEGALI, SOCIETÀ DIGITALE E SODDISFAZIONE DEL CLIENTE
1. I Servizi Legali e l’innovazione digitale
La grande spinta all’innovazione produttiva che attraversa in questi ultimi tempi il mondo economico si basa principalmente sul ricorso alla "rivoluzione digitale" nell’organizzazione di processi e procedimenti della catena industriale. Il primo e più evidente effetto è misurabile nella definizione di strategie di marketing mirate sul singolo consumatore, per ottimizzare l’offerta ed incrementare le vendite. Il processo, che sfrutta il potenziale di calcolo enorme degli elaboratori elettronici e le potenzialità - in parte ancora inesplorate - delle diverse applicazioni della cd. Intelligenza Artificiale (IA), riposa nella capacità di elaborare modelli matematici descrittivi e predittivi dei comportamenti, analizzando i dati relativi alla fenomenologia in osservazione ed affinando il risultato dell’analisi mediante l’apprendimento delle varianti comportamentali rese note dall’accrescersi del database di riferimento (modelli adattivi e di auto-apprendimento). Gli algoritmi, più o meno misteriosi, che studiano le abitudini di navigazione degli utenti Internet, e che elaborano i dati personali che gli stessi utenti, volenti o nolenti, depositano nei vari siti che visitano ed in occasione di ogni transazione che compiono, sono in grado di profilare gli utenti con livelli di precisione sempre maggiori. Per converso, la vera ricchezza di questo millennio sembrano essere i dati, della persona-utente, della persona-consumatore, etc.
Lasciate da parte, per il momento, le pur serissime preoccupazioni che questi meccanismi innescano sotto il profilo delle potenziali violazioni del diritto alla riservatezza dei singoli, ed anche gli abusi che le piattaforme social rendono loro malgrado possibili in conseguenza dell’accessibilità ormai a portata di tutti di questi nuovi spazi virtuali su cui chiunque si sente legittimato a scrivere qualsiasi cosa, in spregio alle più elementari regole del vivere civile (nonché della sintassi), è facile comprendere come la digitalizzazione delle vendite incida poi sui meccanismi di distribuzione, immagazzinamento, produzione, determinando indici di incremento dell’efficienza produttiva che si rinvengono poi nella crescita di veri giganti del commercio elettronico, della acquisizione e trattamento dei dati personali, della logistica.
L’espansione delle tecnologie di modellizzazione informatica dei dati allo scopo di elaborare analisi predittive dei comportamenti non si è fermata alla distribuzione e vendita dei prodotti: essa ha invece iniziato ad interessare anche il comparto dei servizi, e fra questi il settore delle professioni intellettuali, e non solo a fini commerciali.
Il recupero di efficienza organizzativa che si può conseguire dal ricorso ai supporti offerti dall’Intelligenza Artificiale, infatti, può consentire quello scarto di innovazione che arti e mestieri liberali, come erano definiti una volta, sono storicamente più lenti ad acquisire. In questo modo, fra l’altro, sarà possibile forse anche colmare il gap di redditività di queste professioni, colpite forse più di altre dal decennio di crisi da cui stiamo uscendo e dunque all’affannosa ricerca di opportunità di rilancio[[1]].
D’altronde, non è difficile neanche concettualmente traslare le possibilità analitiche e predittive degli algoritmi di profilazione individuale degli utenti in modelli di interpretazione di qualunque altro insieme di dati riferiti a comportamenti, a dinamiche di accoppiamento causa-effetto, etc. - le stesse previsioni meteorologiche ne sono un chiaro esempio alla portata di tutti.
Studi recenti condotti all’estero[[2]] evidenziano infatti che la corsa all’introduzione delle tecnologie basate sull’IA è già iniziata, e sta muovendo sempre più risorse, a velocità sempre maggiori, se è vero che negli ultimi cinque anni si è assistito al sostanziale quintuplicarsi delle domande di brevetto per soluzioni tecnologiche destinate al servizio dell’attività legale (le domande originano prevalentemente negli USA, in Cina e Sud Corea), mentre nello stesso periodo solo negli USA si registrano investimenti in società di tecnologia applicata ai servizi legali per oltre settecentocinquanta milioni di dollari, con quasi 70 operazioni perfezionate nel 2016 (27 solo nell’ultimo trimestre)[[3]].
A differenza di quanto è possibile osservare in altri Paesi[[4]], tuttavia, almeno in Italia il settore della consulenza legale sembra ancora in ritardo rispetto a questa innovazione; lo stesso dibattito[[5]] langue, al riguardo, e sembra il momento di iniziare a fare un po’ di luce sull’argomento. Da un diverso punto di vista, la realtà odierna ci mostra che il beneficio dell’innovazione tecnologica non si è ancora spinto, in Italia, a vantaggio della clientela: che da una parte ha ancora ritrosia ad accostarsi alla consulenza professionale[[6]], vuoi per timore dei costi che questa può generare[[7]] (e che, su affari di dimensioni relativamente contenuti potrebbero erodere significativamente i margini), vuoi per una forma di "gelosia" delle proprie relazioni, o di orgoglioso sentimento di autosufficienza, e scarsa comprensione della complessità di specifici fenomeni, vuoi, infine, per la inefficacia della comunicazione tra (potenziali) clienti e avvocati, che non riescono a dissipare l’aura di mistero che avvolge le loro attività, la struttura dei costi che vengono fatturati al cliente, l’effettività del contributo, in termini di valore aggiunto, che il loro intervento reca all’affare; dall’altra parte la stessa clientela si trova poi a fronteggiare situazioni litigiose complesse, nelle quali vede le proprie ragioni malamente tutelate da strumenti negoziali imperfetti, e si rivolge alla lite giudiziale con grandi speranze, destinate ad essere spesso frustrate, contribuendo anche, sia pure involontariamente, ad alimentare l’inflazione del contenzioso giudiziario, ed a sopportare i costi di tale attività (insoddisfacente), nutrendo altresì la spirale della ritrosia stessa.
L’introduzione di tecnologie informatiche nella prestazione di servizi professionali, e legali in modo particolare, non può e non deve essere considerata un fine in sé, viceversa dovendo costituire un mezzo: per avvicinare avvocati e clienti, in quanto generatrice di benefici per entrambe le parti: trasparenza, comunicazione immediata, contenimento dei costi e dei rischi, creazione dei parametri oggettivi di misura del valore che la prestazione professionale può recare ai commerci della clientela.
Un po’ in tutto il mondo, Europa, Asia, Medio Oriente, Sud America, si stanno costituendo piattaforme elettroniche, per lo più web-based, specializzate nella erogazione di servizi nel settore legale (LegalZoom, AVVO, RocketLawyer, Legalstart, per fare alcuni nomi). Offrono costi fissi (quindi accessibili e ben preventivabili), erogazione efficiente dei servizi (e non auto-proclamata qualità professionale), grande allineamento con le esigenze del cliente. Non solo: contengono il germe - che non si esita a credere sarà sviluppato presto - per l’introduzione di una metrica oggettiva della qualità e del valore, comportano un contenimento dei costi e dell’insieme delle risorse necessarie, offrono trasparenza e competitività. Tali piattaforme possono offrire solo servizi basilari, e standardizzati, è evidente. Rimane necessario l’accesso ad un livello superiore di servizio per l’affinamento dello strumento ottenibile in tale forma e l’adattamento al bisogno specifico (che deve comunque essere stato individuato da un consulente giuridico prima di accedere alla macchina) ed alle specifiche esigenze del cliente e del caso, di nuovo ad opera di un consulente legale. Il ruolo dell’avvocato, dunque, non viene escluso dalle tecnologie, ma ridisegnato, e si sarebbe tentati di dire riqualificato. Forse a scapito dei ruoli più juniori dell’attività[[8]], ma verosimilmente anche a fronte di una cospicua espansione del mercato - e quindi della creazione di nuove opportunità.

2. Innovazione digitale e soddisfazione della clientela
Resta da vedere se l’abilitazione via internet delle tecnologie applicate ai servizi legali possa beneficiare maggiormente gli operatori economici o i privati cittadini - probabilmente, almeno sino ad un certo livello, entrambe le categorie in misura pressoché uguale; quel che appare certo è che a fronte di una vasta area di bisogno insoddisfatto di tutela legale, e pur con tutte le dovute attenzioni, l’introduzione di nuove modalità di accesso alla consulenza professionale non può che essere guardata favorevolmente. Secondo alcuni[[9]] l’estensivo (ma ragionato) uso della tecnologia nella professione legale "avvicinerà ai professionisti (si scala mondiale) milioni di nuovi utenti, faciliterà l’accesso ai servizi professionali, ne ridurrà i costi ed amplierà l’offerta di servizi stessi".
Da una parte, il professionista umano sarà sempre più sollevato da impieghi di basso contenuto professionale e grande assorbimento di tempo, per potersi dedicare invece alla definizione ed implementazione delle strategie (difensiva, negoziale, contrattuale, ...) di cui ha bisogno il cliente. Dall’altra parte, team interdisciplinari che non potranno prescindere da professionisti del settore giuridico si dedicheranno alla automazione dei processi, all’applicazione operativa delle potenzialità che derivano dal connubio tra big-data e Intelligenza Artificiale anche nel settore legale.
La professione legale è lungamente rimasta fedele a se stessa ed alla propria immagine, in Italia forse più che altrove. Ne è prova anche il suo ordinamento che - sebbene riformato solo pochi anni addietro - rimane piuttosto orientato a garantire la continuità della tradizione che a promuovere le innovazioni. Le quali ultime non sono fini a se stesse, non devono esserlo: viceversa, esse sono la risposta necessaria ad una domanda crescente - per via della complessità dei traffici giuridici in cui ognuno di noi si dibatte ogni giorno - di servizi legali, domanda largamente insoddisfatta per ragioni di costo, di tempo, di inaccessibilità; e che trova ora, con le nuove tecnologie della information and communication technology la possibilità di generare un nuovo mercato (mentre gli studi legali lamentano che la crisi di questo decennio ha svuotato pesantemente il repertorio delle pratiche ad essi affidate, a fronte dei processi di internalizzazione del lavoro legale su cui si sono concentrate le aziende (si stima che tre quarti del lavoro legale per le imprese sia oggi svolto internamente, e solo un quarto venga affidato a professionisti) e di compressione delle parcelle.
La nostra tradizione giuridica ovviamente e giustamente aborre l’idea di qualsivoglia automatismo per la riduzione delle fattispecie alle norme di diritto applicabili, né certo appare sensato immaginare che sia un software, per quanto sofisticato, a poter stabilire la pena in presenza di un reato, o il calcolo dei danni risarcibili nell’ipotesi di un fatto illecito. Il valore aggiunto della mente umana è certamente indispensabile nel procedimento di applicazione del diritto ai comportamenti ed alle fattispecie, e nessun algoritmo potrà mai stabilire quell’empatia con le finalità ed i sentimenti della persona che agisce in un contesto da inquadrare alla luce di codici e leggi. Il diritto è il terreno principe delle professioni intellettuali, e si è nel giusto nel ritenere che nessuna Intelligenza Artificiale potrà mai sviluppare le capacità empatiche necessarie a "comprendere l’uomo", che è sempre al centro della vicenda giuridica. Pure, appare sensato quantomeno esplorare se, ed a quale livello, la tecnologia possa aiutare a colmare il divario che separa il bisogno (reale) di assistenza legale dalla effettiva domanda di tali servizi - o, se si vuole, la crisi di fiducia che il tessuto economico del Paese sembra sperimentare verso il Foro.
Esiste di certo, nella professione legale come in tutte le altre, un terreno non marginale di attività a carattere altamente ripetitivo, si direbbe meccanico, in cui l’elemento intellettuale scende a livelli molto bassi, terreno nel quale l’automazione potrebbe mitigare o abbattere drasticamente il ricorso massivo alla manodopera e semplificare il processo "produttivo" dal quale ha origine la consulenza professionale. Inoltre, per tutta una serie di casi, la capacità di determinare in anticipo gli orientamenti applicativi di norme e statuizioni non può che giovare alla efficacia - e necessariamente anche all’efficienza - della prestazione legale.
Per esempio, nel settore assicurativo, il ricorso a strumenti predittivi per orientare l’atteggiamento negli eventi sinistrosi inizia (all’estero più che in Italia) a farsi strada. Lo stesso per la redazione di versioni base di alcune tipologie di atti e contratti. E, con l’avanzare del processo digitale, si può facilmente immaginare che sia devoluta alla macchina tutta una serie di ulteriori attività, relativamente alle verifiche ed acquisizioni documentali, alle ricerche, e così via. Si tratta, certamente, di interventi di primo livello, che non sostituiscono e non eliminano l’intervento del professionista, della sua esperienza, sensibilità, conoscenza. Ma che ne possono facilitare il ruolo, a tutto vantaggio, fra l’altro, delle parti assistite, che da un ricorso massiccio alla tecnologia, in sostituzione della "forza lavoro" (l’impiego massiccio di professionisti, magari anche con seniority ed esperienza ridotte) per il compimento di quelle stesse attività non possono che ricavare un vantaggio, dai diversi punti di vista del tempo, dell’omogeneità metodologica, dei costi.
A quanto risulta, esistono già versioni sperimentali di algoritmi con capacità predittive circa l’esito di liti giudiziarie "semplici", ottenute dal raffronto del singolo caso con tutta la giurisprudenza prodotta negli anni sulla stessa materia, a livello nazionale o davanti ad uno specifico tribunale. Non ci vorrà molto perché questi modelli di elaborazione dei dati siano anche in grado di prevedere il grado di persuasività di questo o quell’argomento davanti allo specifico giudice. E la predicibilità degli esiti di un giudizio è strettamente imparentata con la certezza del diritto, la stabilità dei traffici economici, la capacità di attrarre investimenti. Quindi, con la potenzialità di crescita economica complessiva del sistema.
Ed esistono già, che se ne riveli l’esistenza o meno, tutta una serie di strumenti che supportano i giuristi, avvocati del libero foro o impiegati d’azienda, nel disbrigo delle parti maggiormente ripetitive del loro lavoro, come i formulari elettronici di atti e contratti, tanto per fare un esempio. O altri tool di carattere gestionale-amministrativo, per tenere conto del tempo impiegato su ciascuna pratica, per catalogare i fascicoli e gli atti che li alimentano, per gestire le agende, la comunicazione e la fatturazione, i protocolli identificativi della clientela, gli adempimenti obbligatori ai fini della compliance, etc.
Né sarebbe difficile ipotizzare altre, fra le innumerevoli attività che compongono la professione legale intesa a tutto tondo, che presentino insieme i caratteri della ripetitività, del basso valore aggiunto e, per converso, del grande assorbimento di tempo (e quindi di costo). Non staremo qui a farne un elenco, per varie ragioni, ma chiunque abbia esperienza di queste cose può agevolmente immaginare una propria lista.
Sembra però - vieppiù in considerazione del fatto che di questi strumenti si dà per scontata l’esistenza, ma si ha pudore a rivelare l’effettivo contributo nello svolgimento della professione - che gli indubbi vantaggi che possono essere ricavati dal ricorso a queste soluzioni informatiche abbia finora avvantaggiato quasi esclusivamente gli studi legali, che possono ora assicurare al cliente tempi di risposta più rapidi e documentazione più curata, mentre i clienti, aziende o persone fisiche, ricevono finora solo marginali benefici dall’innovazione tecnologica, quasi mai in termini di costo, trasparenza, soddisfazione. Questo, vieppiù alla luce delle recenti disposizioni normative in materia di relazione cliente-avvocato (a cominciare dall’obbligo di preventivare per iscritto i costi della prestazione), può essere, almeno in gran parte, ovviato dal ricorso alla tecnologia. Che non sostituisce, è bene ribadirlo ancora una volta, la prestazione intellettuale, ma al contrario la valorizza, riservandole il ruolo che le è proprio di indirizzo strategico delle scelte e delle politiche difensive, liberandola dagli oneri impropri delle attività labor-intensive a tutto vantaggio della professionalità.

3. I clienti sono pronti alla rivoluzione digitale?
La rivoluzione digitale dei servizi legali in Italia non è un fatto di oggi, evidentemente, e neppure di domani mattina. Ma è bene iniziare a prepararci: come professionisti, iniziando a scegliere il ruolo che dovremo avere nel nuovo foro telematico; come nuovi adepti alla professione, maturando la consapevolezza che l’iter di praticantato cui siamo stati abituati fino ad oggi, destinato a sfociare poi in anni di collaborazione professionale all’ombra di un dominus che delega il lavoro massivo, è destinato a venir sostituito, operativamente dalle macchine e professionalmente dal bisogno di sviluppare altre competenze; e - come clienti - compiendo fin da oggi i passi che già sono disponibili per ottimizzare grazie alla tecnologia l’impiego della risorsa legale, in vista poi degli sviluppi che oggi si immaginano.
Le imprese sono sotto una fortissima pressione, competitiva non meno che congiunturale, per accrescere l’efficienza dei loro processi produttivi, massimizzando i margini, il tutto in un contesto di accresciuta tensione per la trasparenza e la tracciabilità.
Di fatto, al di sopra di una data soglia dimensionale, quasi ogni impresa si trova a doversi attrezzare con risorse legali che ne seguano l’attività nei diversi aspetti, contrattualistica, contenzioso, affari societari, regolamentazione e compliance. E, al crescere della complessità organizzativa, la libertà di scelta fra il ricorso a professionisti del libero foro ed internalizzazione delle competenze si attenua inesorabilmente, non solo per calcolo economico. Fermo restando il patrocinio in giudizio, che con pochissime eccezioni non può che essere affidato ad avvocati esterni, le aziende grandi e medio grandi ritengono più vantaggioso strutturare al proprio interno una competenza in materia legale che coniughi la conoscenza dello specifico settore d’affari e delle peculiarità della singola impresa con skill professionali in materia legale, magari anche potenziati da capacità manageriali.
Si tratta, in primo luogo, di questioni legate all’efficienza organizzativa. E, per quanto meno diffusamente trattato, anche perché evocativo di valutazioni qualitative (finora) non misurabili in modo oggettivo, l’argomento ha altresì a che fare con l’efficacia. In altre parole, di bilanciare il costo del servizio con il risultato che se ne ricava, accertare che ci si sia provveduti di (tutto) quanto occorre, al giusto prezzo.
Per non dire che da queste valutazioni deriva immediatamente un effetto in termini di contributo alla creazione di valore: le scelte organizzative, internalizzare rispetto a ricorrere a consulenti, e comunque come gestire al proprio interno quella parte di attività legale che in ogni caso non potrà essere svolta in outsourcing non sono neutrali rispetto alla creazione di valore, per gli azionisti (shareholder) e per tutte le altre componenti dell’impresa, dipendenti, fornitori, clienti, comunità di riferimento (stakeholder).
In tempi di grande dibattito sulla costruzione di un modello di gestione aziendale che sia sensibile al valore creato dall’impresa per tutte le sue componenti, dirette ed indirette, pare che la questione abbia una scottante attualità.
Se può far sorridere, la battuta pronunciata da Danny De Vito in un vecchio film (gli avvocati sono come i missili nucleari: io ho i miei perché il mio nemico ha i suoi) non è per questo necessariamente lontana dalla verità. Con più o meno consapevolezza, ogni giorno ognuno di noi compie una quantità innumerevole di atti rilevanti sul piano giuridico: compriamo il giornale, prendiamo il caffè e facciamo rifornimento di carburante alla macchina, accendiamo la luce, usiamo lo smartphone, e così via. A livello di impresa, questo è ancor più significativo, naturalmente, dovendo gestire rapporti con dipendenti, fornitori, clienti, concorrenti.
Tutte queste attività, inevitabilmente, comportano un costo, ed un rischio. Il costo è quello della negoziazione (che si riduce a livelli infinitesimali, o addirittura inesistenti, nel caso delle attività più semplici e ricorrenti: per l’acquisto del mio solito quotidiano dall’edicolante di fiducia, dopo anni non ho neanche più bisogno di parlare, come entro nell’edicola è lui a porgermi il giornale già pronto: ma questo risultato (a) è stato ottenuto con anni di fidelizzazione e (b) è totalmente anelastico rispetto ad eventuali variazioni del bisogno che dovessero manifestarsi prima o poi).
Il rischio è nell’affidabilità della controparte, nel costo della transazione, nel complesso di norme giuridiche poste a presidio e disciplina dello specifico traffico, nel sistema giudiziario eventualmente preposto a tutelare le parti, o meglio nella sua accessibilità, nella sua efficienza, tempestività, costosità.
Per fare fronte a questi costi e questi rischi ognuno di noi, ed a maggior ragione ogni operatore economico, si attrezza con una serie di dispositivi di tutela: a parte le operazioni quotidiane e di basso valore, che peraltro hanno consumazione puntuale, e quindi immediata possibilità di reazione (non mi dai il caffè - non te lo pago), al di sopra di una soglia variabile per ciascuno le tutele possono consistere nell’adozione di garanzie ancorché non tecnicamente tali (pagamento anticipato per la consegna merce, ritenzione dell’ultima rata fino a verifica operativa della funzionalità), nella stipula di contratti e nel ricorso a professionisti, in-house o del libero foro.
Le contromisure adottate a fronte del rischio sono, ad oggi, come il premio di una polizza assicurativa: un costo certo a fronte di una utilità, invero, tutta da dimostrare: o per il mancato verificarsi dell’evento o per l’insoddisfacente livello di copertura che l’assicurazione ci ha poi provveduto. Così per il ricorso - soprattutto di assistenza nella redazione e negoziazione di contratti, di ogni genere - all’avvocato. Esiste il caso che le capacità personali del cliente, o il suo tempo, non gli consentano in alcun modo di provvedere autonomamente: in quel caso il ricorso al legale è inevitabile, ed il risultato conseguito - qualunque risultato - è già un successo. Ma esiste anche la circostanza, vera per le imprese che si sono dotate di un ufficio legale interno, ad esempio, in cui al costo certo della tutela allestita (stipendi, overhead, etc.) conseguono risultati incerti, dalla qualità non verificabile, di sovradimensionamento o sottodimensionamento delle difese. Non è diverso il caso dal ricorso a professionisti esterni: quanto è attrezzato il cliente, anche il cliente-impresa, per scegliere al meglio il professionista a cui rivolgersi? Per valutare la congruità del preventivo? Per calibrare il livello di aggregate legal spending tra risorse interne e consulenti? Per misurare la qualità della prestazione ricevuta?
Questo discende in gran parte dalla mancata ricognizione del rischio specifico e di quello sistemico: non sapendo quale minaccia debba essere affrontata, non si può misurare la misura difensiva da adottare in relazione alla minaccia, ma solo ad altri vincoli (generalmente, la disponibilità di portafoglio dell’impresa, che non può spendere più di tanto per il personale di staff, non può assumere più di tanti dipendenti, non vuole fare ricorso a consulenti diversi dal vecchio amico di famiglia dell’imprenditore-fondatore, ancorché questi possa essere bravissimo in alcuni campi e non adeguatamente attrezzato in altri.
Non meno importante, in tutto questo, è però anche la natura del rapporto avvocato-cliente per come essa si è venuta storicamente a costruire. La rivendicazione della natura intellettuale della prestazione professionale, senza alcuna concessione all’aspetto economico-organizzativo (sempre rispetto al rapporto con il cliente), la difesa ad oltranza del sistema di parcellazione a tariffa (ministeriale, o oraria), salvi timidi tentativi di introdurre meccanismi remunerativi alternativi (satisfaction fee, per esempio); ed altre rigidità che trovano fondamento più nella tradizione che nella pratica, non hanno aiutato la formazione, nella clientela, delle capacità analitiche necessarie a stimolare adeguatamente l’innovazione nella prestazione dei servizi stessi. E, in definitiva, hanno limitato il mercato legale nel suo complesso.
Un impiego della tecnologia per ovviare a queste disfunzioni, ottimizzando così le prestazioni di servizi in ambito giuridico, potrebbe essere il primo passo della rivoluzione digitale che abbiamo raccontato in apertura di questo appunto. La misura del rischio può consentire di tarare meglio il bisogno ed il profilo organizzativo delle risorse destinate a soddisfarlo, consentendo di misurare anche continuativamente l’adeguatezza delle coperture alla dinamica operativa del business.
Il ricorso agli algoritmi può consentire anche ad operatori economici molti piccoli di misurare la propria esposizione al rischio, l’adeguatezza dei processi organizzativi per fronteggiare tale rischio, la corrispondenza tra costo delle prestazioni professionali e valore ricevuto (value for money). In un’ottica dinamica, di progressivo aggiustamento.
L’investimento richiesto è assai contenuto, i ritorni sono tutti nelle mani di chi decida di affidarsi a queste applicazioni: che forniscono una diagnosi, meglio ancora una misura, dell’adeguatezza organizzativa dei servizi legali allestiti (o non allestiti) a fronte delle specifiche tipologie di rischiosità e dimensionali dell’impresa. Ma che lasciano poi internamente nelle mani dell’imprenditore ogni decisione in merito a se, come, quanto intervenire sui propri assetti per recepire i risultati della valutazione e migliorare il proprio posizionamento.
Certo, sottoporsi a diagnosi è il primo passo che l’utenza retail di servizi legali può compiere per predisporsi alla rivoluzione digitale; e senza alcun dubbio non può che essere l’imprenditore a stabilire l’opportunità di recepire i risultati dell’analisi adeguando la struttura organizzativa in funzione delle indicazioni ricevute. Ma omettere di compiere il secondo passo, soprattutto dopo aver deciso di affrontare il primo, sarebbe un po’ come ammettere di non voler scegliere il futuro. E la sindrome di Peter Pan va bene nelle fiabe per bambini, non nella competizione economica.





[1] Recenti rilevazioni rivelano che il mercato della consulenza legale (patrocinio a parte, ma non troppo) ha visto il trasferimento alle strutture interne delle aziende di circa i tre quarti del volume complessivo, ma anche una sensibile internalizzazione di risorse, che hanno lasciato il libero foro per consolidare la loro relazione con un singolo cliente. Venti anni fa il libero foro era il fornitore dominante, o pressoché esclusivo, di servizi legali.
[2] Thomson Reuters, 16 agosto 2017, su www.thomsonreuters.com/en/press-releases/2017/august/thomson-reuters-analysis-reveals-484-percent-increase-in-new-legal-services-patents-globally.html
[3] L’argomento è ben commentato da Mark A. Cohen su Forbes del 29 agosto: Global Legal Tech is Transforming Service Delivery.
[4] Per restare in esperienze culturalmente affini alla nostra, segnatamente in ambito giuridico, si può per esempio guardare alla Francia, dove invece già si registra un interessante fiorire di applicazioni che modificheranno necessariamente l’organizzazione e l’ordinamento della consulenza legale. Qualche esempio è fornito infra.
[5] Non sfugge che l’eventuale massiccia introduzione di tecnologie drasticamente riformatrici dell’organizzazione dell’attività legale non potrà che richiedere un corrispondente adattamento delle norme ordinamentali della professione. E che anzi - ma questo esula dallo scopo delle riflessioni qui svolte - sarebbe preferibile che la riforma disciplinare anticipasse e guidasse l’innovazione operativa, invece di inseguirla, magari censurarla, comunque faticare a comprenderla.
[6] Gli studi più recenti riferiscono di una platea di due terzi delle micro imprese e piccole imprese che non si rivolgono ai professionisti neanche per la redazione e stipula di contratti relativi all’espansione all’estero delle loro attività, e la percentuale di tale rifiuto di assistenza scende, ma rimane significativa, al crescere delle dimensioni delle imprese considerate, fino al punto in cui si registra invece l’internalizzazione della funzione legale all’interno delle aziende, e la creazione di uffici specializzati nella contrattualistica tipica dello specifico business, nello sviluppo delle operazioni internazionali, etc.
[7] Da un punto di vista sociale, peraltro, il costo dell’assistenza legale può determinare di fatto il diniego d’accesso delle fasce più deboli della popolazione alla tutela dei diritti - una ulteriore manifestazione della necessità di trovare un riequilibrio al sistema.
[8] Questo, secondo recenti valutazioni (c’è uno studio specifico di Deloitte sul settore legale, ed uno più ampio di The European House-Ambrosetti, di contenuto più generalista ma di conclusioni assolutamente convergenti), porterà nei prossimi anni a tagliare oltre 100.000 posti di lavoro nell’area legale nel mondo occidentale. Pare tuttavia ragionevole poter sostenere che tali posti di lavoro, più che essere persi tout-court, saranno riconvertiti: perché la professione di avvocato non è destinata a scomparire, ma ad evolversi, come è naturale, ed anche a riqualificarsi. Come osserva lo studio di Ambrosetti, l’impatto delle tecnologie comporterà l’effettiva perdita di posti di lavoro solo per un sesto degli addetti, i meno preparati, verosimilmente, o comunque i meno versatili e predisposti a gestire l’impatto della tecnologia; ma creerà altrettante opportunità di impiego proprio per la necessità di gestire i sistemi, ciò che non può e non potrà essere lasciato solo agli informatici.
[9] Cfr. l’articolo di Mark Cohen, cit.

Articolo del:



L'autore è esperto in Diritto commerciale
Renato Conti, Avvocato
via di val tellina, 74, Scala A, int. 3
00151 - Roma (RM), Lazio


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