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La necessità di cambiare la cultura del lavoro


Il sovraccarico di lavoro comporta conseguenze negative. Solo in Italia 5 milioni di lavoratori manifestano sintomi da stress
La necessità di cambiare la cultura del lavoro

Lo afferma la Costituzione italiana: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro”.

“Il lavoro dona armonia alla vita e nobilita l’uomo” non è soltanto un diritto, ma anche un dovere di solidarietà che impegna ognuno di noi nel progresso sociale ed economico del Paese.

Eppure, sempre più spesso viene percepito come una gabbia da cui evadere, spinge le persone in uno stato di insoddisfazione continua. Il motivo non è il lavoro in sé, ma l’idea che abbiamo di esso e che la società capitalista è riuscita a imporci nel corso dell’ultimo secolo.

Un esempio è quello del Giappone, dove la rivoluzione industriale si è imposta con rapidità durante la Restaurazione Meiji del 1868. A distanza di 150 anni nel Paese si lavora per una media di 12 ore al giorno e la media dei giorni di vacanza da parte dei dipendenti arriva ad appena 7,9 giorni l’anno, anche se per legge ne garantisce 15.

Secondo le stime del Japan Times, il risultato è che un giapponese su cinque rischia di morire di karoshi, il decesso da superlavoro che nel solo 2015 ha provocato la morte – tra suicidi e infarti – di oltre 2mila persone. Il sovraccarico di lavoro comporta anche altri problemi, come l’inemuri e l’apatia sessuale. Il primo fenomeno, che consiste nel dormire in pubblico dopo la chiusura degli uffici, non ha in Giappone una valenza negativa, ma è considerato come una medaglia al valore, la prova tangibile che si è sfiancati dal troppo lavoro. Il secondo è, invece, tra le cause principali del rapido declino demografico che ha messo in allarme il governo nipponico: uno studio del Nipssr (National Institute of Population and Social Security Research) di Tokyo ha rivelato che i giovani giapponesi hanno perso interesse per il sesso: nella fascia di età compresa tra i 18 e i 34 anni il 42% degli uomini e il 44,2% delle donne ha ammesso di essere vergine e di non pensare al matrimonio.

Anche la Cina del boom economico inizia a fare i conti con le ripercussioni del troppo lavoro. Tra le realtà finite sotto accusa c’è anche la Foxconn, produttore di device elettronici, che fornisce componenti anche ad Amazon, Apple, Xiaomi, Nintendo e Motorola. In molti hanno denunciato le scarse condizioni di lavoro in cui vivono i dipendenti, costretti ad accettare turni massacranti e uno stipendio base di 900 yuan al mese (circa 116 euro). Come riportato dal Guardian, gli operai della Foxconn si sentono isolati e sotto pressione anche per il divieto di parlare durante le ore di lavoro e l’impossibilità di vedere le famiglie, dati i pochi giorni di ferie disponibili all’anno. Nel solo 2010 questa situazione ha causato il suicidio di 14 dipendenti della corporation e, nonostante la decisione del presidente Terry Gou di far installare reti di sicurezza sui tetti di alcune fabbriche e di assumere consulenti per aiutare i lavoratori stressati, due anni dopo altri 150 operai hanno minacciato di suicidarsi in massa.

Anche in Occidente sta facendo breccia una cultura del lavoro di stampo orientale. In base ai dati Eurostat del 2018, in Europa si lavora in media per 40,2 ore alla settimana: i Paesi più stacanovisti sono l’Islanda (43,8 ore), il Regno Unito (42 ore), la Svizzera (41,8) e l’Austria (41,2 ore), mentre l’Italia si attesta sulle 39 ore settimanali. Una cifra simile è la causa diretta che porta oltre 5 milioni di italiani a manifestare sintomi da stress come depressione, mal di testa, attacchi di panico e insonnia, mentre 2,4 milioni hanno conflitti in famiglia perché lavorano troppo, 4,5 milioni dichiarano di non avere tempo per coltivare le proprie passioni o riposarsi e 3,6 milioni hanno difficoltà a conciliare attività familiare e lavoro.

Gli studi dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro hanno dimostrato che le ripercussioni sui dipendenti vanno a danneggiare anche le aziende, con un danno quantificato in 136 miliardi di euro l’anno.

A dispetto di ciò che si pensava, nel Ventesimo secolo le innovazioni tecnologiche non hanno alleggerito le condizioni dei dipendenti. L’abbattimento dei tempi di produzione è andato tutta a vantaggio del datore di lavoro, che richiede una sempre maggiore flessibilità di orario e dinamicità dai parte dei sottoposti, soffocando la loro dimensione personale.

A questa conclusione era già arrivato un secolo fa Luigi Pirandello, che nei Quaderni di Serafino Gubbio operatore denunciò la perdita di personalità del lavoratore, ormai simile a un automa: “L’uomo che prima, poeta, deificava i suoi sentimenti e li adorava, buttati via i sentimenti, ingombro non solo inutile ma anche dannoso, e divenuto saggio e industre, s’è messo a fabbricar di ferro, d’acciaio le sue nuove divinità ed è diventato servo e schiavo di esse”.

Paul Lafargue, genero di Karl Marx, nel libello Le Droit à la paresse scrisse che “più la macchina si perfeziona e supera il lavoro dell’uomo con una sempre maggiore rapidità e perfezione, più l’operaio, invece di prolungare di altrettanto il suo riposo, raddoppia l’ardore, come se volesse competere con la macchina!”.

Alla base della cultura del super lavoro si trovano l’aumento della disuguaglianza economica e, paradossalmente, la diffusa disoccupazione. Sono tantissimi i dipendenti che, terrorizzati dall’insicurezza finanziaria e dal timore del licenziamento, lavorano duramente per mostrarsi indispensabili. Questo meccanismo non ha mai risparmiato neanche i dirigenti, che difendono lo status quo sacrificandogli la maggior parte del loro tempo, lavorando da casa oltre l’orario previsto, eliminando le ultime barriere tra ufficio e vita privata. Questo modello non sarà sostenibile ancora a lungo.

Bisogna liberarsi dalla “strana follia” della civiltà dei consumi, descritta da Lafargue come: “l’amore del lavoro, la passione esiziale del lavoro, spinta sino all’esaurimento delle forze vitali dell’individuo e della sua progenie”.

La soluzione è quella di riconsiderare profondamente il concetto di fatica. Nella società odierna esiste una forte distorsione concettuale di tale termine in quanto si considera la fatica come un valore e non come un segnale su cui intervenire.

Cambiare la cultura del lavoro passa da qua, dall'intervenire su quei segnali che ci fanno stare male nei tempi e nei giusti modi, affidandoci alla capacità umana di vedere il futuro possibile in una forma più facile prima di realizzarlo. Ad esempio, si potrebbe ridurre l’orario lavorativo.

Questo porterebbe a una più equa distribuzione della ricchezza e ad un aumento dell’occupazione e della produttività, oltre a permettere ai lavoratori di dedicarsi alla propria famiglia.

Secondo Bertrand Russell, bastano quattro ore di lavoro al giorno per mantenere gli uomini felici senza compromettere il sistema produttivo. In Elogio dell’ozio, pubblicato nel 1935, ha scritto che “se nei tempi antichi l’ozio di pochi poteva essere garantito soltanto dalle fatiche di molti, la tecnica moderna ci consente di distribuirlo equamente tra tutti i membri della comunità”.

Per il filosofo gallese, con gli innovativi metodi di produzione si può distruggere l’etica del lavoro, definita non a caso “etica degli schiavi”. Al posto di renderle l’ennesimo strumento con cui i datori di lavoro vessano i dipendenti, le nuove tecnologie hanno il potenziale per assicurare a ciascuno di noi la pratica dell’ozio, intesa come contemplazione del circostante e utile per ritrovare la propria dignità di uomini.

Non a caso, Russell auspicava anche una riforma dell’istruzione, per “Educare e raffinare il gusto in modo che un uomo possa sfruttare con intelligenza il proprio tempo libero”.

Per mettere in pratica la visione del filosofo è necessario dare vita a una cultura del lavoro meno autoritaria, fondata sulla collaborazione fra titolare e impiegato, dove le tecnologie giochino un ruolo positivo senza diventare l’ennesimo nemico da combattere o da accettare con rassegnazione. Ma soprattutto è necessario che i sindacati, accusati di essere sempre più distanti dai problemi reali dei lavoratori, si battano per le riduzioni di orario e le nuove assunzioni in un’ottica che metta al centro la qualità del lavoro e non il solo monte ore settimanale.

Intanto, in occasione dell’ultimo Amazon Prime Day di luglio migliaia di dipendenti Amazon hanno scioperato in tutto il mondo. Dagli Stati Uniti alla Germania, passando per l’Italia, i lavoratori sono uniti nel fare le stesse richieste: condizioni di lavoro rispettose dell’essere umano. Come ha denunciato Stuart Appelbaum, presidente del Retail, Wholesale and Department Store Union statunitense, “raddoppiando la durata del Prime Day e dimezzando i tempi di consegna, la società sta mettendo a dura prova i limiti fisici dei lavoratori, come se fossero triatleti allenati”.

Amazon è solo un esempio eclatante di una filosofia che in maniera subdola e progressiva sta contaminando il mondo del lavoro nel suo insieme. Dobbiamo avere la prontezza e la forza di fronteggiarla prima che sia troppo tardi, per mettere al sicuro la nostra dignità di lavoratori e quella delle future generazioni. Soltanto con condizioni più umane e una decisa riduzione dell’orario lavorativo, come ha scritto Russell, “Ci saranno felicità e gioia di vivere, invece di nervi sfilacciati, stanchezza e dispepsia”.

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