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Cosa cambia con il Decreto “Carcere agli evasori”


Ecco qual è la nuova disciplina dei reati tributari alla luce del Decreto-legge n. 124/ 2019 conosciuto come Decreto “Carcere agli evasori”
Cosa cambia con il Decreto “Carcere agli evasori”

Il 27 ottobre 2019 è entrato in vigore il Decreto-legge n. 124 del 26 ottobre 2019, convertito con modificazioni, con la Legge n. 157 del 19 dicembre 2019, riforma più nota giornalisticamente come decreto “Carcere agli evasori” sebbene il provvedimento legislativo abbia novellato il sistema fiscale sanzionatorio sotto vario profilo.

Basti ad esempio segnalare che è oggi applicabile a buona parte dei reati tributari la c.d. “confisca allargata”, ossia la possibilità di confiscare al condannato non solo i beni che costituiscono il prezzo o il profitto del reato, ma altresì quelli di cui non riesce a dimostrare la provenienza.

Altrettanto degna di nota è l’estensione ai reati tributari – ad opera della riforma in questione – della responsabilità penale degli enti di cui al d.lgs. 231/2001 di cui si parlerà in un futuro articolo.

Tuttavia, tra le varie modifiche apportate in larga parte di natura patrimoniale, le misure che hanno avuto certamente una maggiore eco mediatica, sono quelle volte ad incidere sulla libertà personale del presunto evasore.

Stiamo parlando delle modifiche ai reati tributari di cui al d.lgs. 74/2000, in relazione ai quali la riforma interviene sotto due profili: quello dell’anticipazione del momento sanzionatorio penale e quello dell’inasprimento delle pene previste per tali reati.

In particolare, da un lato, vengono abbassate, in alcuni casi, le c.d. soglie di punibilità, ossia i limiti di rilevanza economica dell’evasione, a partire dalle quali la violazione è penalmente – e non amministrativamente – rilevante: tale abbassamento delle soglie di punibilità comporta una estensione del bacino dei soggetti perseguibili penalmente per violazioni della normativa fiscale.

Dall’altro lato, vengono aggravate sensibilmente le pene detentive previste per i reati tributari, con la previsione di pene minime innalzate, in alcuni casi, da un anno e sei mesi a quattro anni, così rendendo maggiormente verosimile la possibilità che gli evasori fiscali subiscano il carcere.

A tal riguardo, occorre tenere a mente, infatti, che il codice di procedura penale, all’art. 656 c.p.p., salvo particolari eccezioni, impone che il pubblico ministero, in sede di esecuzione delle sentenze divenute definitive a seguito del passaggio in giudicato, sospenda l’esecuzione delle pene non superiori a 4 anni di reclusione, e prevede che il condannato possa chiedere, entro 30 giorni dalla notifica del decreto di sospensione dell’esecuzione della pena (e dell’ordine di esecuzione), la possibilità di accedere a pene alternative meno afflittive della reclusione in carcere, come l’affidamento in prova al servizio sociale e la detenzione domiciliare.

Dunque, l’aggravamento delle pene previsto dalla riforma, in alcuni casi proprio a 4 anni nel minimo, comporta almeno astrattamente una maggior possibilità che la pena irrogata in concreto superi i quattro anni ed il condannato non possa usufruire di misure alternative alla detenzione in sede di esecuzione della pena.

Ove ciò non bastasse, gli aumenti di pena previsti dal nuovo decreto fiscale, potrebbero sotto concorrente profilo, incidere altresì sull’applicazione delle misure cautelari personali in attesa di giudizio, con una maggior probabilità, ancora in astratto, che misure custodiali (arresti domiciliari e custodia cautelare in carcere) raggiungano indagati o imputati di reati tributari.

Appare opportuno, a riguardo, ricordare che ai sensi dell’art. 275 c.p.p. non possono essere applicate le misure cautelari custodiali allorquando il giudice ritenga che in sentenza potrà essere concessa la sospensione condizionale della pena. Inoltre, non potrà essere applicata la misura della custodia cautelare in carcere (salvo determinate ipotesi) se il giudice ritiene che la pena da irrogare non superi gli anni 3 di reclusione, oltre che nel caso in cui la pena edittale prevista sia inferiore nel massimo a 5 anni di reclusione.

Posto il legame inscindibile – almeno sulla carta – tra la scelta della misura cautelare e la quantità dell’eventuale pena da irrogare in concreto, è evidente che l’inasprimento delle sanzioni detentive per i reati tributari potrebbe comportare una più diffusa applicazione delle misure custodiali, financo quella del carcere, prima che intervenga una condanna definitiva.

Per tali motivi, allora, si parla comprensibilmente – anche se, invero, con una punta di sensazionalismo – di “carcere agli evasori”.

Come spesso capita di fronte a modifiche legislative importanti, sarà la concreta applicazione che ne faranno i giudici a mostrare la reale efficacia della riforma rispetto agli obiettivi del legislatore.
Passando ora all’analisi delle modifiche apportate ai singoli reati ecco le modifiche più rilevanti.


Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (art. 2, d.lgs. n. 74/2000)

Vengono aumentati i minimi e i massimi, ma viene introdotta una soglia:

- se sono stati dichiarati oltre 100 mila euro di passivi fittizi la pena viene aumentata prevedendo da 4 a 8 anni di reclusione;

- sotto tale soglia la pena resta invariata (reclusione da 1 anno e 6 mesi a 6 anni);

La Commissione ha, inoltre, previsto l’applicazione dell’istituto della confisca allargata di cui si è parlato in precedenza per passivi fittizi superiori a €200.000 (il testo originario del D.L. prevedeva la più bassa soglia di 100 mila euro).

Infine, viene introdotta la causa di non punibilità del pagamento del debito tributario. Ciò significa che il reato può estinguersi (evitando così la condanna) attraverso l’integrale pagamento del debito tributario (più sanzioni amministrative) a seguito di ravvedimento, purché lo stesso intervenga prima che l'autore del reato abbia avuto formale conoscenza di una indagine a suo carico.


Dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici (art. 3, d.lgs. n. 74/2000)

Vengono inasprite le pene con una previsione di reclusione da 3 a 8 anni (nel testo precedentemente in vigore era prevista la pena da 1 anno e 6 mesi a 6 anni).
Prevista anche la confisca allargata nell’ipotesi in cui l’imposta evasa sia superiore a 100 mila euro.

Vale anche in questo caso l’estinzione del reato a seguito del pagamento del debito tributario con le stesse modalità dell’articolo precedente.


Dichiarazione infedele (art. 4, d.lgs. n. 74/2000)

Con riferimento a questo reato la legge di conversione ha previsto una sanzione da un minimo di 2 anni a un massimo di 4 anni e 6 mesi. Conseguentemente non risulta applicabile la custodia cautelare in carcere, ma solo quella degli arresti domiciliari.
La legge di conversione ha escluso la confisca allargata, invece prevista dal Decreto legge.

 

Omessa dichiarazione (art. 5, co. 1 e 1-bis, d.lgs. n. 74/2000)

La legge di conversione ha confermato l'innalzamento delle pene tanto per l’omessa dichiarazione del contribuente quanto per l’omissione del sostituto d’imposta. E’ prevista la pena della reclusione da un minimo di 1 anno a un massimo di 5.

Conseguentemente, così strutturata, la norma impedisce le intercettazioni che il decreto legge aveva inizialmente ammesso (prevedendo la pena della reclusione nel massimo di 6 anni).

Emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (art. 8, d.lgs. n. 74/2000)
Vengono previste pene equivalenti a quelle di cui all'art. 2 di cui si è dato conto in precedenza.


Occultamento o distruzione di documenti contabili (art. 10, d.lgs. n. 74/2000)

Aumentate le pene: prevista ora la reclusione da 3 a 7 anni (si ricorda che la disciplina precedentemente in vigore stabiliva da 1 anno e 6 mesi a 6 anni).

A questo delitto non risulta applicabile l’istituto della confisca allargata per effetto delle modifiche in sede di conversione.

Orbene, come anzi detto, se le modifiche sopra richiamate sono idonee, in astratto, a incidere sulla libertà personale dei colpevoli (o ancor prima dei soggetti in attesa di giudizio), solo alla luce della applicazione giudiziaria che si farà di tali norme sarà possibile, in concreto, valutare l’effettività o, comunque, la portata di tale incidenza.

Al di là dei proclami e dei comprensibili umori dei contribuenti più onesti, la vera grande incognita resta quella dell’efficacia deterrente della nuova normativa: la reale adeguatezza della riforma a combattere l’evasione fiscale, invero, dovrebbe probabilmente appassionare i cittadini più della repressione a posteriori che pare avere la meglio nel dibattito pubblico.

 

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