Conti correnti da mandare in pensione


Le vecchie abitudini e credenze di considerare il conto corrente una forma di investimento sicuro non sono più sostenibili
Conti correnti da mandare in pensione
Gli italiani sono un popolo di risparmiatori ed il risparmio privato è uno dei pilastri del livello di patrimonializzazione del Paese unitamente al mattone. Seppur la volontà di risparmiare sia un dato sociale ed economico rilevante, questa dote non è stata accompagnata nei decenni dallo sviluppo di una cultura finanziaria che potesse ottimizzare queste risorse con un beneficio sia per il singolo che per la collettività e soprattutto la definizione del rischio assunto.
La mancanza di una pianificazione finanziaria tende a concentrare risorse importanti sui conti correnti con l’illusione di non rischiare e non perdere denaro forti della convinzione, almeno in passato, che la banca non possa fallire e che venisse riconosciuto un tasso d’interesse attivo. Su quest'ultimo elemento il contesto dei tassi zero, anzi negativi, ha portato al loro azzeramento che genera una riduzione del potere di acquisto del capitale detenuto sul conto per l’erosione dell’inflazione seppur oggi contenuta.
Ma la grande problematica è il mito dell’infallibilità della banca come istituzione e della salvaguardia del sistema stesso con il fondo il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD). Il FITD è uno consorzio vigilato dalla Banca d’Italia al quale aderiscono tutte le banche (Spa e popolari) che operano in Italia. Il suo principale scopo è di prestare una sorta di garanzia così da evitare il panico tra i risparmiatori in caso di crisi e di liquidazione di una banca, intervenendo per rimborsare i depositi dei correntisti. La tutela del FITD si applica a: depositi in conto corrente, conti di deposito, certificati di deposito nominativi, libretti di risparmio nominativi e assegni circolari.
Il limite massimo della garanzia è di 100mila euro e viene applicato per depositante e per banca. Il FITD è alimentato dalle stesse banche aderenti per raggiungere lo 0,8% dei depositi protetti con la possibilità di un ulteriore contribuzione dello 0,5% qualora i fondi non siano sufficienti.
Il FIDT è capace a sostenere un’eventuale crisi? Uno studio dell’EBA (Autorità Bancaria Europea) ha evidenziato con i dati al 31 dicembre 2016, in Italia i fondi rimborsabili dal FITD risultavano pari a 577miliardi di euro. Si tratta della massa di tutti i conti bancari (inferiori a 100mila euro) posseduti dai correntisti in Italia.
Alla stessa data, il FITD aveva in cassa poco meno di 550 milioni per rimborsare i correntisti, ossia una copertura dello 0,09%, tradotto su una giacenza di 50mila euro sul conto corrente, il FIDT avrebbe potuto rimborsare 45euro.
Ma il rischio è reale ? La legge dei grandi numeri viene invocata dall'’EBA: "la possibilità che molteplici fallimenti bancari di grandi dimensioni si verifichino simultaneamente è abbastanza remota. Pertanto, la quantità di mezzi finanziari disponibili negli DGS (Schemi di Garanzia dei Depositi) è fissata per garantire che siano disponibili fondi sufficienti per affrontare la maggior parte dei fallimenti, senza sottrarre troppo denaro dal sistema finanziario per un'eventualità che si verifica raramente". Seppur coretta l'applicazione della logica statistica va considerata anche l'entità del singolo Istituto in crisi, e con una dote di circa 550 milioni il livello di protezione è a dir poco contenuto.
Ma il quadro non è completo, anche la BCE sta studiando un intervento su questo tema con la modifica dell’attuale Direttiva sulle crisi bancarie (BRRD) ipotizzando di rimuovere la garanzia anche sui depositi inferiori a 100mila euro. "Prima che si attivi la procedura per la risoluzione della crisi bancaria, le autorità competenti possono sospendere temporaneamente (per un massimo di 5 giorni) il ritiro dei depositi, anche quelli protetti dal Fondo Interbancario di Tutela". Questo è il testo contenuto nella proposta di riforma per la gestione delle crisi bancarie per "reagire tempestivamente alla fuga di liquidità" che si manifesta solitamente durante i mesi precedenti alla dichiarazione di default, come verificatosi con la crisi delle Banche Venete dove la corsa agli sportelli ha registrato prelievi per oltre 20 miliardi di euro. Alla luce di questi elementi è evidente che la gestione della liquidità deve tener conto di questi aspetti economici e giuridici per una corretta pianificazione finanziaria adeguata alle reali esigenze e all’utilizzo degli strumenti appropriati per soddisfarle.

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di Bruno Salvatelli

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