Richiedi una consulenza in studio gratuita!

COVID-19: cosa si rischia per la falsità nell'autocertificazione


Falsità in autocertificazione e divieti di spostamento causa Covid-19. Analisi dei rischi e delle novità giurisprudenziali
COVID-19: cosa si rischia per la falsità nell'autocertificazione

 

La recente emergenza epidemiologica da diffusione del Covid-19 (c.d. Coronavirus) è stata fronteggiata dal legislatore con l’adozione di atti normativi che hanno imposto rigide regole ai cittadini ed agli esercenti attività imprenditoriali, per far fronte all’espansione del contagio.

Tali misure incidono su libertà costituzionalmente rilevanti degli individui, quali quelle di circolazione, riunione, esercizio di attività economica, le quali sono fortemente inibite, salve deroghe espresse, come accade, con riferimento al diritto di spostamento, «per  gli  spostamenti  motivati  da comprovate esigenze lavorative  o  situazioni  di  necessità ovvero spostamenti per motivi di salute»; quanto alle situazioni di necessità, trattasi di impellenze legate al fabbisogno primario della persona o ad attività comunque da reputarsi imprescindibili per il ménage personale e familiare (si pensi, ad esempio, alla fruizione dei servizi bancari o assicurativi); di recente, inoltre, è stato previsto che gli spostamenti da un comune all’altro potranno essere realizzati, solo per motivi di salute, motivi di lavoro e per “assoluta urgenza”.

Dai tempi del lockdown di marzo, quindi, una delle preoccupazioni di chi deve uscire di casa senza avere gli ormai famosi motivi di lavoro, di salute o di comprovata e urgente necessità è quello di avere con sé l’autocertificazione.

Autocertificazione su cui c’è scritto, tra le altre cose, che chi firma e attesta la ragione dello spostamento «è consapevole delle conseguenze penali previste in caso di dichiarazioni mendaci a pubblico ufficiale».

Ora, nulla quaestio in ordine al ricorso all’autocertificazione (tramite compilazione di modulo prestampato) quale strumento giuridico idoneo a recepire le richiamate e note giustificazioni, forti dubbi sorgono sulla asserita “doverosità” dell’adozione di tale strumento (di natura regolamentare) - laddove la forza pubblica “determini” i cittadini a redigere apposito modulo, al fine di provare le “tassative” esigenze esimenti l’obbligo di restarsene a casa.

La stesura di un’autodichiarazione rientra negli stilemi tipici di una “prestazione personale”, come tale non esigibile al di fuori di un’espressa indicazione normativa di rango primario, come previsto puntualmente dall’art. 23 Cost., norma “manifesto” della riserva di legge. E, a ben vedere, non solo il d.l. n. 6 del 23 febbraio 2020 (che è atto avente forza di legge e, dunque, sarebbe legittimato a introdurre nuove “prestazioni personali”), ma nemmeno i successivi d.P.C.M. che hanno contribuito legittimamente alla sua attuazione, compiono alcun riferimento al tema.

La persona che si allontani dalla propria abitazione, senza rientrare in una delle richiamate situazioni esimenti, viola la fattispecie fondata sul combinato disposto degli artt. 3 e 4 d.l. 6/2020 (conv., con modificaz., in l. 13/2020) e 650 c.p. i quali, stante la norma di rinvio declinata nell’art. 2 del d.l. 6/2020, conferiscono rilevanza penale alle specifiche misure contenitive compendiate dai successivi DPCM dell’8 e 9 marzo 2020.

Una siffatta violazione si perfeziona propriamente all’atto dell’annotazione di P.G. da parte delle forze dell’ordine che hanno proceduto al controllo. Tale annotazione, peraltro, si configura indubbiamente come “atto pubblico”.

D’altronde, l’autodichiarazione e il contenuto di essa rilevano ai fini dell’accertamento in merito alla concreta sussistenza di una delle situazioni “scriminanti” (in senso atecnico), scandite in un primo momento per le “zone rosse” dall’art. 1, comma 2, lett. a) DPCM 8 marzo 2020, ed estese in seguito all’intero territorio nazionale.

L’alveo di tipicità che contrassegna il delitto contemplato nell’art. 495 c.p. non è idoneo a ricomprendere la condotta di colui che renda dichiarazioni mendaci sulle circostanze afferenti la sussistenza di una di quelle situazioni che, sulla base della normativa cogente, consentono l’allontanamento temporaneo dalla propria abitazione.

Premesso che quelle false dichiarazioni non potrebbero ricomprendere la propria “identità” né lo “stato” (pur se inteso in senso ampio quale “posizione” ricoperta da un individuo in un qualunque ambiente sociale: cittadinanza, capacità di agire, parentela, ecc.), esse dovrebbero, par di capire, abbracciare le “qualità personali”.  

Un’interpretazione del genere, tuttavia, non è accettabile, perlomeno nella misura in cui da tempo dottrina e giurisprudenza hanno chiarito che nella nozione in esame rientrano gli attributi e i modi di essere che connotano l’individualità di un soggetto, ovvero contribuiscono ad identificarlo nella sua “unicità”, quali, ad esempio, la sua professione, la dignità, l’ufficio pubblico ricoperto, il grado accademico, l’eventuale precedente condanna, etc.

Si tratta, a ben vedere, di informazioni “funzionali” all’identificazione della persona, anche, eventualmente, laddove quella “qualità” sia necessaria per il compimento di un atto giuridico (es.: soggetto che, si dichiarò convivente per ottenere un colloquio con una detenuta, mentre era un semplice conoscente).

Un conto, dunque, sono le dichiarazioni menzognere che hanno per oggetto qualità e attributi della persona, altro sono le false attestazioni riguardanti le ragioni fattuali per cui un soggetto si allontana dalla propria dimora (esigenze lavorative, situazioni di necessità, motivi di salute, rientro alla propria abitazione).

Condotte di quest’ultimo tenore, in effetti, ricadono proprio nel nucleo precettivo del delitto di cui all’art. 483 c.p., che, oltre a presentare un carico sanzionatorio più lieve (reclusione fino a due anni) rispetto a quello scolpito nell’art. 495 c.p., risulta essere la norma incriminatrice ad hoc per i casi descritti, laddove, come recentemente sancito dalla Corte di Cassazione, “l’atto pubblico nel quale la dichiarazione del privato è trasfusa, sia destinato a provare la verità dei fatti attestati e, cioè, quando una norma giuridica obblighi il privato a dichiarare il vero ricollegando specifici effetti all’atto-documento nel quale la dichiarazione è inserita dal pubblico ufficiale ricevente”.

Sul punto interessante è una recente sentenza del Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Milano.

In particolare il Giudice si è pronunciato sulla possibilità di far rientrare nell’ambito di operatività della fattispecie l’ipotesi di falsità in autocertificazione, con specifico riferimento alle attestazioni circa le proprie intenzioni di recarsi in un determinato luogo o di svolgere una determinata attività.

Oggetto di valutazione era, in particolare, la condotta di un imputato – al quale veniva contestata la fattispecie di cui all’art. 76 DPR 445/2000 in riferimento all’art. 483 c.p. – che, in sede di autodichiarazione resa ai sensi degli artt. 46 e 47 DPR 445/2000 e consegnata ai Carabinieri nell’ambito dei controlli sul rispetto delle misure di contenimento COVID-19, aveva riferito una circostanza (ossia il fatto che lo stesso si stava recando presso un collega per ritirare dei pezzi di ricambio) poi rivelatasi non vera a seguito di accertamenti svolti dalla polizia giudiziaria.

Sebbene «non vi siano dubbi circa il fatto che l’intenzione dichiarata dall’imputato nel modulo di autocertificazione non abbia trovato riscontro nei successivi accertamenti della Polizia giudiziaria» – si legge nella sentenza – «va, tuttavia, escluso che tale falsità integri gli estremi del delitto di cui all’imputazione, in quanto l’art. 483 c.p. incrimina esclusivamente il privato che attesti al pubblico ufficiale “fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità”».

Dopo aver richiamato l’orientamento giurisprudenziale secondo cui «sono estranei all’ambito di applicazione dell’art. 483 c.p. le dichiarazioni che non riguardino “fatti” di cui può essere attestata la verità hic et nunc ma che si rivelino mere manifestazioni di volontà, intenzioni o propositi», il Giudice ha osservato come tale conclusione appaia confermata nel caso di specie:

– dal dato testuale, «giacché la nozione di “fatto” non può che essere riferita a qualcosa che già è accaduto ed è perciò, già in quel preciso istante, suscettibile di un accertamento, a differenza della intenzione, la cui corrispondenza con la realtà è verificabile solo ex post»;

– sotto il profilo teleologico, «giacché la norma è finalizzata ad incriminare la dichiarazione falsa del privato al p.u. in relazione alla sua attitudine probatoria, attitudine che evidentemente non può essere riferita ad un evento non ancora accaduto»;

– in un’ottica sistematica, «dalla stessa normativa in tema di autocertificazioni, all’interno della quale i “fatti” sono indicati, quale oggetto di possibile dichiarazione probante del privato, insieme agli stati e alle qualità personali, vale a dire a caratteristiche del soggetto già presenti al momento della dichiarazione».

Ne discende – si legge nel provvedimento – che «mentre l’affermazione nel modulo di autocertificazione da parte del privato di una situazione passata potrà integrare gli estremi del delitto de quo, la semplice attestazione della propria intenzione di recarsi in un determinato luogo o di svolgere una certa attività non può essere ricompresa nell’ambito applicativo della norma incriminatrice, non rientrando nel novero dei “fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità”».

Come recentemente osservato da autorevole dottrina – conclude la sentenza – «il nostro ordinamento non incrimina qualunque dichiarazione falsa resa ad un pubblico ufficiale o ad un incaricato di un pubblico servizio ma costruisce i reati di falso secondo una sistematica casistica: ne consegue che il rilievo della falsa dichiarazione è legato all’individuazione di una specifica norma che dia rilevanza al contesto e alla singola dichiarazione»; ne consegue, «per le ragioni appena espresse, che la dichiarazione di una mera intenzione nell’ambito di un modulo di autocertificazione non può rientrare nell’ambito applicativo dell’art. 483 c.p., limitato ai soli “fatti” già occorsi».

Il concetto espresso è dunque il seguente: non rientra nell’ambito di applicazione dell’articolo 483 c.p. (quello, appunto, sul falso ideologico) una dichiarazione che non riguardi «fatti di cui può essere attestata la verità ma che si rivelino mere manifestazioni di volontà, intenzioni o propositi». In pratica, non è la stessa cosa dire «sto andando al supermercato» o dire «sono andato al supermercato». Nel primo caso, c’è quella che la sentenza chiama una «mera manifestazione di volontà, intenzione o proposito». Nel secondo, invece, ci si trova davanti ad un fatto compiuto, già accaduto, sul quale è possibile verificare la veridicità di un racconto. Il primo caso non si può ancora provare, perché non è avvenuto. Il secondo, sì.

 

Articolo del:



L'autore dell'articolo non è nella tua città?

Cerca un professionista con le stesse caratteristiche a te più vicino.

Cerca nella tua città o in una città di tuo interesse

Altri articoli del professionista

Il Codice Rosso: le novità introdotte dalla L. 69/2019

Il Codice Rosso e la protezione della vittima tra prevenzione e repressione

Continua

I nuovi mercati della droga online

Droga online. Cessione, detenzione o uso personale?

Continua

Cane che abbaia: è considerato un reato?

Il cane che abbaia troppo potrebbe rendere il padrone colpevole del reato di disturbo della quiete pubblica?

Continua

​Revenge porn: la fattispecie penale prevista dall'art. 612 ter c.p.

Il fenomeno del revenge porn o "porno vendetta", analisi del reato e procedibilità

Continua

Diffamazione online: cos'è e come difendersi

La vastità dell'uso dei social network impone la necessità di riconoscere i requisiti e i limiti della diffamazione online e di come difendersi dagli attacchi subiti

Continua

Il bullo del nuovo millennio. Cyberbullismo e body shaming

Le vessazioni sul web nel nuovo millennio. Le mille facce del cyberbullismo. Riconoscerlo e difendersi

Continua

Gli usi e i limiti della cannabis light dopo la L. 242/2016

La cannabis legale, o canapa, è diventata legale in Italia a partire da 2016, con la legge 242. Ma quali sono le differenze e gli usi consentiti dalla legge?

Continua

Sostanze stupefacenti: dall'attività organizzata all'uso personale

Dall’attività organizzata alla detenzione per uso personale. Cessione a minore e profili di responsabilità penale per la vendita delle inflorescenze

Continua

La rinuncia alla pretesa punitiva dello Stato nei confronti del minore

La rinuncia alla pretesa punitiva dello Stato nei confronti del minore: irrilevanza penale e perdono giudiziale

Continua

Violenza di genere come violazione dei diritti umani

La violenza contro le donne basata sul genere è la massima negazione dell'uguaglianza e della parità di genere, da contrastare con efficaci e veloci mezzi

Continua