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Crediti svalutati per non perdere il cliente


La Cassazione ammette la possibilità di svalutare il credito per non perdere il cliente
Crediti svalutati per non perdere il cliente
Come noto, l’art. 101 del TUIR, nel disciplinare i criteri che consentono ad una impresa di dedurre una perdita su crediti, richiede la presenza di elementi "certi e precisi" che certifichino la perdita medesima. Si evidenzia che all’interpretazione della espressione "certi e precisi" è stata data una lettura diversa da parte della giurisprudenza di legittimità da una parte e dall’Amministrazione Finanziaria dall’altra, con quest’ultima attestata su posizioni più restrittive.

L’Amministrazione Finanziaria ha affermato che le perdite devono essere "analiticamente comprovate sulla base di una effettiva documentazione del mancato realizzo e del carattere definitivo della perdita" .

In pratica, l’Amministrazione Finanziaria traduce gli elementi "certi e precisi" della perdita con la necessità che la stessa sia "definitiva" e ritiene, perciò, che per poter dedurre legittimamente la perdita, sia necessario provarne la suddetta definitività; ciò al fine di evitare la deducibilità di perdite solo presunte.

Sul punto merita di essere segnalato che la definitività della perdita in via di principio prevede che l’impresa, considerato definitivamente irrecuperabile il credito, abbandoni qualsiasi tentativo di recupero e, dunque, provveda a cancellare il suddetto credito dal bilancio.

MANCANZA DEGLI ELEMENTI CERTI E PRECISI
Nel caso in cui non sussistono i suddetti requisiti di "definitività" della perdita, ma l’inesigibilità del credito rappresenti solo una possibilità, alla stessa non sarebbe applicabile la disposizione di cui all’art. 101, bensì rientrerebbe nell’ambito di applicazione della disposizione che prevede la deducibilità forfettaria (5 per mille). Sul punto, dunque, l’Amministrazione Finanziaria ha assunto una posizione rigida.

QUANDO LA PERDITA È INCONTESTABILE
È stato affermato che la perdita è definitiva quando il debitore è in una situazione oggettiva di insolvenza non temporanea e che tale situazione è riscontrabile qualora lo stato di illiquidità finanziaria ed incapienza patrimoniale del debitore sia tale da fare escludere la possibilità di un futuro soddisfacimento della posizione creditoria.

Tale situazione si evidenzia in presenza di:

- un decreto accertante lo stato di fuga, di latitanza o di irreperibilità del debitore;
- denuncia di furto d’identità da parte del debitore ex art. 494 C.P.;

- persistente assenza del debitore ai sensi dell’art. 49 C.C..

Al di fuori delle predette ipotesi, come già detto, possono senz’altro considerarsi come sufficienti elementi di prova ai fini della deducibilità della perdita, tutti i documenti attestanti l’esito negativo di azioni esecutive attivate dal creditore (ad esempio, il verbale di pignoramento negativo), sempre che l’infruttuosità delle stesse risulti anche sulla base di una valutazione complessiva della situazione economica e patrimoniale del debitore, assoluta e definitiva.

In altre parole aver tentato inutilmente il pignoramento sulle somme riferibili ad un conto corrente bancario potrebbe non esaurire la gamma di possibili tentativi a disposizione del creditore se egli è a conoscenza di altri conti correnti intestati al debitore ovvero di proprietà immobiliari o altri beni aggredibili del medesimo.

IL PERDONO COMPORTA LA CERTEZZA DELLA PERDITA
Con l’Ordinanza 10256/2013, la Cassazione ha stabilito che le perdite su crediti conseguenti ad un accordo con un proprio partner commerciale sono deducibili dal reddito d’impresa, se la rinuncia a detti crediti è stata finalizzata al mantenimento di un buon rapporto con il proprio cliente, in prospettiva di future nuove commesse.

In sostanza, la rinuncia al credito, anche di rilevante entità, vantato nei confronti di un cliente, non può essere considerato una elargizione poiché la perdita di un solido rapporto commerciale potrebbe costituire il presupposto addirittura di un comportamento antieconomico. Ed infatti, la rinuncia al credito potrebbe essere funzionale a consolidare collaudati e proficui rapporti commerciali o addirittura necessario per l’ottenimento di nuove commesse e ordinativi.

Con tale pronuncia, la Cassazione ha affermato che un comportamento antieconomico (quello di rinuncia all’incasso di un credito) non possa essere desunto da una singola azione dell’imprenditore, ma deve essere valutato in funzione della "strategia generale" relativa all’attività.
In conclusione, la Suprema Corte ha stabilito il principio di diritto per cui le rinunce ai crediti, ove documentate con certezza e precisione, sono deducibili ex art. 101 del TUIR, "anche quando dipendono non dall’assoluta irrecuperabilità del credito, bensì da scelte imprenditoriali inserite in una complessiva strategia aziendale rispondente a criteri di ragionevolezza ed economicità".

Ebbene, la Suprema Corte arriva a dire che anche semplicemente rovinare i rapporti con un collaudato cliente o con un cliente che pure può essere non del tutto collaudato ma presenta concrete prospettive di continuazione degli ordini di acquisto autorizza quest’ultimo a chiudere un occhio sul credito vantato e abbonarlo.

Insomma, rimettere un debito al nostro debitore oltre ad essere un principio di carità cristiana, è anche da considerarsi in ambito imprenditoriale, con un minimo di giustificazione, addirittura un ottimo investimento, non solo e non tanto perché la perdita è deducibile ma soprattutto perché è auspicabile che quel cliente da quel momento non ce lo porta via nessuno.

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