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Devo proprio fare tutto? Come liberarsi dai condizionamenti


I condizionamenti sociali ci impediscono di ascoltarci e di prenderci cura di noi stesse. Impariamo qualche trucco per liberarcene!
Devo proprio fare tutto? Come liberarsi dai condizionamenti

 

“Dottoressa, in questo periodo proprio non va…, mi sento sempre sotto pressione, mi sembra di non essere mai sufficientemente brava! Corro, mi sbatto, faccio del mio meglio per stare dietro a tutto…eppure non sono mai abbastanza e lascio sempre indietro qualcosa! Devo seguire tutto e mi sento esausta: il mio capo, mio marito, i bambini, la casa…adesso anche mia mamma e mio papà!”

Sono tante le pazienti che mi raccontano vissuti di questo genere.

Ma cosa si nasconde dietro a questo senso di inadeguatezza e di affanno e a questo desiderio di essere sempre al top in tutto?

Le radici sono nel passato.

Nel corso dei secoli la posizione di noi donne è stata per lo più di sottomissione all’interno della famiglia e di inferiorità nella vita sociale. Secoli in cui il modello di pensiero e di comportamento socialmente accettato valorizzava soprattutto le componenti passive dell’essere femminile. Solo in tempi più recenti abbiamo assistito alla nascita di una nuova figura femminile, forte e intraprendente.

Oggi ci vengono riconosciuti nuovi spazi e nuovi livelli di autonomia: votiamo, studiamo, lavoriamo, occupiamo posti di responsabilità e, almeno nel mondo occidentale, possiamo essere ingegnere, chirurgo, pilota d’aereo, autista, magistrato, poliziotto, astronauta, scienziato, abbiamo insomma la possibilità di accedere a molte posizioni, comprese quelle che tradizionalmente si consideravano maschili. Possiamo essere a capo di un governo o di una grande impresa, perfino combattere in guerra e arrivare ai più alti gradi di una gerarchia militare...eppure ci troviamo tuttora ad agire in una società strutturata a misura di maschio e a dividerci tra “vecchi” e “nuovi” ruoli, interiorizzando, senza accorgercene, condizionamenti sociali che ci ostacolano e ci confondono nella piena espressione di noi stesse e nell’ascolto dei nostri bisogni, aspettative e desideri.

Per anni abbiamo introiettato modelli antichissimi di identità (moglie e madre) e modalità di relazione con gli uomini da cui non riusciamo a distaccarci. “Le nostre vite sono decisamente cambiate, ma le nozioni che abbiamo sui due generi sono culturalmente radicate nella nostra mente, e sono le stesse che si tramandano da generazioni” (cfr. Michael Kimmel – The Gendered Society – Oxford University Press -2000).

Per questo spesso siamo noi stessi ad attribuirci un ruolo secondo le nostre aspettative, desideri consci o inconsci, ma anche influenzati da condizionamenti esterni.

Qui entrano in campo due grandi sistemi: l'universo maschile e quello femminile. Il primo popolato da, padri, mariti, figli, amici, fratelli, lavoratori da sempre impegnati nel sostentamento della famiglia. Il secondo affollato da mogli, madri, figlie, amiche, per lo più dedite alla casa, al marito, ai figli.

E sembra quasi che a noi donne oggi venga ancora chiesto di adeguarsi ad un modello preciso, di scegliere tra uno dei tanti ruoli culturalmente delineati, spesso opposti, spesso in contraddizione, senza avere la possibilità di integrarli in una visione serena e risolta.

Come dire: anni di lotte per l’emancipazione femminile, di cambiamenti profondi nel bilanciamento dei ruoli, nella ristrutturazione sociale, culturale e lavorativa ci hanno portato solo a una gran confusione nel rapporto uomo-donna, donna-famiglia, donna-contesto lavorativo.

Oggi le donne hanno una immagine di sé più elevata, si pongono in conflitto con il proprio senso di inferiorità, cercando di negarlo, superarlo trasformarlo, anche se esso agisce spesso in modo inconscio condizionando i loro comportamenti…

E, infatti, immerse in una pletora di opportunità e chiamate a rispondere a mille istanze, quale ruolo interpretiamo, a quale modello aderiamo?  Beh! Nel dubbio un po’ a tutti (si sa, noi donne siamo perfezioniste!), con il devastante risultato di sentirci paradossalmente inadeguate in tutto nella maggior parte casi!

Ma non è che stiamo sbagliando qualcosa? E se la strada da seguire fosse un’altra? Le conquiste che sono state fatte negli ultimi cento anni e le nuove opportunità alle quali possiamo accedere non devono essere interpretate come una via per raggiungere la perfezione. Visto che oggi possiamo fare tutto, ci siamo convinte di dovere fare tutto e per questo siamo costrette a fronteggiare aspettative insostenibili. (cfr. Debora Spar, Wonder Women: Sex, Power and the Quest for Perfection. – Barnard Magazine – Fall 2013).

E’ fondamentale per noi donne essere consapevoli delle pressioni e degli stereotipi sociali nei quali siamo immerse e trovare il modo di affrancarci da aspettative esterne, familiari e sociali, che non corrispondono ai nostri progetti personali e che non sono in sintonia con il nostro sentire.

Mi viene in mente una frase che avevo letto tempo fa su un testo di Vera Slepoj (Le ferite delle donne – Mondadori -2002):

“L’archetipo della regina fa brillare gli occhi di molte donne. Le donne aspirano a far emergere da sé la regina e sono dispiaciute quando gli uomini le costringono in ruoli che le umiliano. Sentono di avere dentro di sé una regina, che spesso rimane nascosta. Molte donne non osano dare spazio alla regina che è dentro di loro, perché sono troppo legate ai ruoli che ricevono dalla società: madre, cameriera, commessa di negozio e coadiutrice. Preferiscono rimanere in seconda fila e nascondono la loro vera dignità. La regina invece, dona loro autonomia, dignità e libertà. La regina governa e non si lascia governare. Va a testa alta e si mostra. Ha un’altra opinione di sé stessa. Mette ordine e plasma il regno sul quale governa”.

Ma come facciamo a fare emergere questa regina che sentiamo di avere dentro e che gode di libertà e rispetto?

Beh, la regina “vuole spazio”, allora:

1. Diamo fiducia al nostro sentire: impariamo ad ascoltarci. Quando siamo impegnate a soddisfare le aspettative altrui o ci confrontiamo con un ideale di noi stesse perfetto, irraggiungibile o molto diverso da noi, finiamo per muoverci su un palcoscenico dove mettiamo in scena la parte di noi che gli altri si aspettano di vedere, non dando più ascolto al nostro sentire più intimo. Chiudiamo il canale emotivo per non soffrire di questa situazione che ci toglie libertà e autenticità. Pensiamoci: un momento di riflessione e di contatto con noi stesse può essere di aiuto per aumentare la consapevolezza di un io “altro” da quello “esposto ai riflettori dello spettacolo”, più in linea con il nostro sentire e ugualmente degno di attenzione e ascolto. La nostra identità più vera, più profonda, non va confusa con i ruoli che ci troviamo a interpretare.
•    Esercizio: dei tanti ruoli che mi trovo ad affrontare, ce n’è uno che mi sta particolarmente stretto? Che sento particolarmente lontano da me, faticoso? Allora me ne faccio una immagine mentale, la battezzo con un nomignolo, ed ogni volta che mi trovo in quel ruolo la richiamo alla mente per sorridere, sdrammatizzare un po’ e vivere la situazione con consapevole distacco. Nel mio caso, ad esempio, la Paola da ufficio, un po’ rampante e aggressiva per necessità, è stata da me soprannominata “La Giammy” e mi fa sempre molta compagnia nei momenti difficili… La Giammy è una parte di me che, pur non piacendomi molto, non rinnego perché mi consente una sopravvivenza adattativa in un ambiente che non è “il mio”, dove mi trovo ad interpretare un ruolo verso il quale le aspettative sono alte…(ma La Giammy non è Paola…!)

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 •    Inspirational song: Fatti Bella per te – Paola Turci – 2016

 La regina “non si lascia governare”, quindi:

2. Non anteponiamo sempre il principio del dovere al principio del piacere: non puntiamo sempre ad essere perfette e a tenere tutto sotto controllo, affrontiamo le cose con leggerezza e ironia, lasciamo andare anziché trattenere.

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 Prendiamo spunto da una simpatica eroina di qualche anno fa che tra il serio e il faceto affermava “Non sono cattiva…è che mi disegnano così”.

 Ecco, quando ci sentiamo sopraffatte dall’ansia da prestazione, asfissiate dall’affanno e schiacciate dal senso di colpa per non aver fatto tutto al top, rimuginando sul pensiero di non essere mai abbastanza…  

ALT! E’ il momento di fermarci e riflettere “non sono così…è che mi hanno sempre insegnato a dover essere così!” – noi donne da sempre siamo educate “al servizio”, viviamo nel bisogno costante di approvazione esterna. Proviamo ad accettare i nostri limiti e valorizziamo i nostri punti di forza. Anche se non ho fatto “il meglio” ho fatto “del mio meglio” e va bene così!

•    Esercizio: scelgo un piccolo nastrino del mio colore preferito (o se preferite l’immagine di Jessica Rabbit) e lo attacco, facendo un fiocchetto, alla maniglia dell’armadio, alla porta del bagno, ovunque possa ricordarmi ogni mattina di affrontare la giornata da regina, con gli occhi che brillano per la soddisfazione di chi sa che farà tutto al meglio, preoccupandosi che quel meglio sia il meglio per sé, per il suo sentire.

•    Insipirational song: Non sono una signora - Loredana Bertè - 1982

La regina “ha un’alta opinione di se stessa”, dunque:

3. Guardiamoci in una prospettiva positiva (ovvero, cambiamo punto di vista!): abbiamo sempre la sensazione di fare o di essere qualcosa in meno rispetto a quello che dovremmo, qualsiasi sia il contesto in cui ci troviamo ad agire: dovremmo dedicare più tempo ad aiutare i nostri figli a fare i compiti, fare più coccole a nostro marito, finire di riordinare una volta per tutte l’armadio, rimanere di più in ufficio e così via.

Invertiamo la visione e anziché pensare di togliere sempre qualcosa a qualcuno, pensiamo di portare qualcosa di nostro dove prima non c’era oppure pensiamo se quel “non essere” può avere in qualche modo, un valore positivo.

Faccio un esempio: quando a casa mi dicono che sono un po’ “generale”, che esagero nel voler tenere sempre tutto ordinato o nel voler organizzare cose e  situazioni con troppo dettaglio e anticipo, non mi sento criticata, ma penso che aver portato a casa un po’ del mio “essere manager” sia di insegnamento (o quantomeno di stimolo) per tutti; quando non sono presente per le mie figlie come vorrei o “come gli altri genitori”, cerco di pensare a come per loro questo momento di mia  (consapevole) non presenza possa essere una occasione di crescita e di indipendenza; quando il mio capo in ufficio, mi rimprovera di essere stata troppo buona, gli faccio notare che non si tratta di buonismo gratuito ma della capacità di trovare soluzioni condivise venendosi incontro, proprio come faccio in famiglia (e con una ragazzina quasi adolescente, non è affatto facile!). Trovare una prospettiva alternativa vuol dire riempire il vuoto che avvertiamo nella mancanza con un possibile pieno di alternative positive.

•    Esercizio: la prossima volta che a casa termina un rotolo di carta assorbente mi ricordo di non buttarlo. Prendo un bel pennarello dalla punta spessa e ci scrivo sopra “Chi l’ha detto che…”. Uso il rotolo come cannocchiale per guardare in casa o dalla finestra quello che sono abituata a vedere, il panorama di tutti i giorni. Mi sembrerà di guardare le solite cose con occhi diversi, rifletto sulla scoperta di nuovi dettagli e particolari di cui non immaginavo nemmeno l’esistenza! La realtà, non ha mai un’unica interpretazione.

•    Inspirational song: Un punto di vista Strambo – Zecchino D’Oro 2011/ In bianco e nero – Carmen Consoli - 2000

Allora, per concludere, anziché lasciarci sopraffare da questo senso di inadeguatezza, accogliamolo e diamogli il compito di ricordarci l’importanza di ascoltarci, di abbracciarci nella nostra unicità e di mostrare con fierezza la regina che abbiamo dentro.

Non perfette, non onnipresenti, ma certamente più soddisfatte e serene, senza negarci, nasconderci e soprattutto senza giudicarci.

 

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