E se il trauma è davvero indelebile?


Cos'è e come si può convivere con un disturbo post traumatico da stress. Intervista alla Dott.ssa Stefania Ortensi, psicologa dello sport
E se il trauma è davvero indelebile?
Mick Fanning è un surfista australiano sopravvissuto a un attacco di squalo in diretta tv.
In conferenza stampa, dopo il salvataggio, Mick appare visibilmente provato e confessa che sarebbe più felice se potesse non gareggiare più, ma poi si concede: "Devo tornare. Sarà dura, ma bisogna affrontare queste cose a viso aperto".
Un proposito che sulla Gazzetta dello Sport viene messo in dubbio non solo da altri sopravvissuti ad attacchi di squali, ma anche da psicologi sportivi, secondo cui l'impatto di una simile esperienza è indelebile.

Ma è davvero così, alcuni traumi sono indelebili?
Le nostre esperienze, soprattutto le più traumatiche, lasciano sì un segno indelebile dentro di noi che ci plasma nel tempo e qualche volta condiziona le nostre scelte e i nostri comportamenti futuri. Anzi quando i traumi sono forti (guerre, incidenti, violenze ed eventi estremi come questo) può insorgere un vero e proprio disturbo psicologico chiamato disturbo post-traumatico da stress (DPTS).

Si può convivere con un disturbo post-traumatico da stress?
Ovviamente soffrire di questo disturbo non significa "la fine" o "essere condannati": un lavoro su di sé può certamente aiutare a trovare un nuovo equilibrio. Ma appunto, nuovo, che tenga conto dell’accaduto. La capacità di trovare nuove risorse dopo i traumi è ciò che chiamiamo resilienza.

Mick dice di avere un "trauma mentale, che viene a ondate". Cosa significa?
Il ricordo a ondate è tipico del trauma, ad esempio, i reduci di guerra rivivono flash delle battaglie a cui sono sopravvissuti allo stesso modo. Avere ricordi ricorrenti e intrusivi dell’evento o fare sogni sgradevoli durante i quali l’evento può essere ripetuto è proprio uno dei sintomi del DPTS.

L’episodio capitato al surfista australiano è paragonabile a un brutto incidente di Formula 1, oppure a una caduta da cavallo. Su questo tipo di traumi è possibile lavorare per il benessere della persona, ma attenzione: non è detto che il risultato di un intervento psicologico sia necessariamente tornare a ripetere l’esperienza.
Magari acquisire maggiore consapevolezza del rischio e di quello che veramente conta per la persona lo potrebbe indurre razionalmente a non optare per sport rischiosi o estremi, in cui talvolta la differenza tra passione e sconsideratezza è molto sottile.

In ogni caso è una scelta molto personale.
Certamente, l’atleta potrebbe desiderare di "tornare in sella" proprio per affrontare le proprie paure e tornare a sentirsi padrone della situazione.
Un adeguato supporto psicologico per rielaborare emotivamente l’accaduto è molto importante oltre che vivamente consigliato. Non dimentichiamo infatti che l’evitamento, di per sé alimenta l’ansia.
Rimane però un dato di fatto che nulla si cancella, si può solo ripartire da lì e ricostruire.

Intervista alla Dott.ssa Stefania Ortensi,
raccolta da Alice Buffoni.

Articolo del:


di Alice Buffoni

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