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Felicità e lavoro possono con-vivere?


Rendere felice il nostro lavoro e quello degli altri è un processo che richiede fatica: questa è la percezione comune che abbiamo
Felicità e lavoro possono con-vivere?

Siamo portati a considerare la felicità come una merce di scambio: è indispensabile che io debba fare un po’ di fatica per rendere la vita felice a me o a chi mi sta intorno. O, peggio ancora, consideriamo la felicità come un bene a cui rinunciare seppur temporaneamente in alcuni momenti della vita.

Ma se partiamo dal presupposto che io debba scambiare la mia felicità con la fatica, la relazione con me stesso e con gli altri diventa immediatamente precaria e in disequilibrio.

Avvertire il senso di fatica dovrebbe, al contrario, accendere una spia, farmi capire che qualcosa non sta funzionando.

Questo è quanto afferma anche Renato Palma, medico e psicoterapeuta da sempre promotore e studioso della democrazia affettiva e dello sviluppo non conflittuale e non autoritario delle relazioni intrapersonali.

Nel momento in cui ci rendiamo conto che svolgere un compito significa limitare la nostra felicità, annullando il piacere o l’interesse nello svolgere quell’attività, molto probabilmente siamo già nella condizione in cui il livello di fatica può generare danni più o meno consistenti e duraturi.  

Ogni performance deve avere tre elementi per essere considerata ottimale: il risultato, l’apprendimento e l’enjoyment.

Proprio quest’ultimo è l’elemento più sottovalutato, possiamo tradurlo in soddisfazione, divertimento o semplice godimento; comunque sia, è quella sensazione che mi fa stare bene con me stesso, con gli altri e che nutre di significato quello che faccio.

Pensiamo a cosa accade nelle organizzazioni dove le relazioni sono condizionate, seppur in forme ed intensità diverse, dalla gerarchia nelle quali si tende spesso a pensare che chi ha un ruolo più basso, debba facilitare la vita a chi ne ha uno più alto.  

Anche in questo caso la percezione comune ci porta a pensare che se una persona è in una posizione di livello superiore ad un'altra sia autorizzato a pretendere performance senza interessarsi del fatto che si possa fare fatica o meno. Senza rendersi conto che la fatica è inquinante e che prima o poi colpirà anche chi è ai livelli gerarchicamente superiori.

In sostanza, l’idea di far circolare la fatica dall’alto verso il basso avrebbe un senso se il basso avesse un buco dal quale poi potesse uscire.

Ovviamente non è così, e dobbiamo renderci conto che piano piano il livello della fatica salirà e coinvolgerà tutti. E allora la valvola di uscita saranno le emozioni negative, rabbia, tristezza e frustrazione.

E' importante convincerci che se avvertiamo la fatica, a qualsiasi livello, il sistema non funziona in modo ottimale.

Ma nel contesto lavorativo quotidiano dove la risorsa più scarsa è il tempo, come è possibile fermarsi e fare questo tipo di riflessioni? Come facciamo a gestire meglio il nostro tempo nell’ottica della felicità?

Basterebbe calcolare quanto tempo ho impiegato a fare due volte la stessa cosa perché l’ho fatta di fretta. Il risultato è sicuramente che ho impiegato meno tempo a farla con i miei ritmi che ad andare oltre i miei ritmi.

Perché? Sono andato oltre i miei ritmi, ho fatto un errore, il mio responsabile si è arrabbiato, io mi sono arrabbiato con lui e così via.

Questo tempo non viene quasi mai preso in considerazione perché nella maggior parte delle aziende non vengono considerati i costi relazionali, ovvero i costi delle persone che vanno in blocco, che non riescono più a fare niente, che hanno perso il rapporto con gli altri, che creano delle situazioni di disarmonia.  Sono situazioni che ci impongono ogni volta di fermarci, riconsiderare quello che è stato fatto, quello che è successo, riaccordare i suoni e ripartire. È di per sé una perdita di tempo.

Se noi riuscissimo a vedere gli effetti dell’accelerazione costante dei ritmi sulla produttività, potremmo sì continuare a chiedere alle persone di andar veloci, ma potremmo anche chiedere di tener conto se fanno fatica, perché se fanno fatica perdono di lucidità.

Al di là del fatto che il modello della fretta ha invaso ogni angolo della nostra vita, per cui non c’è più una distinzione tra la sfera professionale e quella strettamente privata (con tutti i costi emotivi e relazionali che ne conseguono), dovrebbe essere condivisa l’idea di gestire il tempo in modo da garantire il risultato finale prestando attenzione ai bisogni della persona che nascono da una buona relazione con se stessa e con il piacere di provare enjoyment in ciò che fa.

L’obiettivo da porsi è la necessità di vivere bene e per farlo bisogna arrivare a sentire i segnali di fatica che quotidianamente soffochiamo e su di essi intervenire.

Stare male è faticoso ed è un costo non sostenibile sia in termini individuali che di organizzazione; posso scalare l’Everest in infradito e far finta di nulla, ma prima o poi la fatica sarà così elevata che mi sarà impossibile raggiungere la cima che mi ero prefissato.

E’ importante arrivare a fine giornata contenti perché abbiamo lavorato e abbiamo vissuto.

 

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