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Gestione della liquidità. Perché il conto corrente non basta!


Difendere il capitale tenendo i risparmi sul conto corrente. Vediamo perché non funziona così!
Gestione della liquidità. Perché il conto corrente non basta!

L’affermazione che spesso mi viene rivolta rivela un’evidente legittimo desiderio di semplificazione:“Non mi interessa guadagnare prendendomi dei rischi. Mi accontento di non subire perdite. Tengo tutto sul conto corrente’’ . Sembrerebbe l’uovo di Colombo, azzero le aspettative ma mi garantisco l’obiettivo minimo = “Non perdo. Tanto mi basta”.

Purtroppo ciò non è possibile.

Se tengo tutto sul conto corrente, non sto difendendo il capitale rinunciando a potenziali guadagni; sto semplicemente ed inesorabilmente portando a casa una certezza, quale?

La certezza di una moderata perdita.

Un tasso di inflazione di appena il 2% all’anno fa sì che se oggi dispongo di 100.000 euro, fra dieci anni ne avrò 81.707.

Avrò quindi realizzato una perdita di oltre 18.000 dei miei 100.000 euro.

Se è questo che vogliamo, bene, questa discussione non ci interessa; altrimenti sarà opportuno approfondire il tema che non è semplicissimo come speravamo, ma neanche tanto complicato.

Cos’è l’inflazione? È quel processo per il quale i prezzi aumentano nel tempo e per acquistare un bene o un servizio domani dovrò probabilmente spendere di più rispetto a quanto spenderei oggi. Difendere il potere d’acquisto del mio denaro significa quindi riuscire a farlo crescere almeno allo stesso ritmo al quale l’inflazione mi impoverisce. Perché l’inflazione mi impoverisce!

Prendiamone coscienza, altrimenti non facciamo un passo avanti .

Chi negli anni '70 era in età da gestire del denaro (anche una paghetta da studente…) ricorderà che i prezzi dei beni a noi familiari aumentavano al ritmo di un’inflazione che sfiorava il 20% annuo portando i prezzi a raddoppiarsi in cinque anni!

Allora si toccava con mano l’impoverimento; oggi la situazione è più subdola, l’erosione è molto minore ma strisciante e produce effetti nel medio termine.

Proviamo a fare un altro discorso; inflazione reale o inflazione percepita?

L’ISTAT sostiene che abbiamo un tasso di inflazione poco superiore all’1%, le banche centrali si sforzano di spingerlo verso il 2%. Più o meno si parla di questi numeretti, verrebbe di pensare che non vale neanche la pena di preoccuparsene.

Bene, abbiamo visto che un tasso di inflazione del 2% per dieci anni ci porta via diciottomila euro sui nostri centomila di partenza.

Allora, forse, vale la pena di preoccuparsene!

Aggiungiamo che i tassi di cui ci informa l’ISTAT sono quelli del paniere standard, ma tutti pensano che i prezzi da quando c’è l’euro siano aumentati in maniera fortemente superiore a quanto ci viene detto.

È vero? Non è vero? È vero in parte ed i motivi sono un po’ complessi.

Comunque l’inflazione di chi nella vita era abituato a qualche spesa un po’ più voluttuaria (non è un delitto), certamente oggi si confronta con un incremento dei suoi prezzi maggiore della media del paniere standard.

Quindi, per costoro l’erosione del potere d’acquisto è più forte. I centomila euro che utilizziamo come esempio sono destinati nei prossimi dieci anni a perdere più dei diciottomila che avevamo ipotizzato prima.

Quindi il problema è ancora più grave.

Bene, se siamo arrivati a leggere fino a questo punto dobbiamo concludere che tenersi i soldi sul conto corrente pensando di difenderne il valore nel tempo è una falsa prospettiva. Portiamo a casa due risultati:

  1. La certezza di una perdita;
  2. La possibilità/rischio che in caso di aumento dell’inflazione, questa perdita si allarghi (ai valori attuali, potrà solo crescere);

Quindi ci stiamo portando a casa una perdita certa ed un rischio.

Fantastico, visto che pensavamo di avere l’assenza del rischio e la protezione del capitale!

E allora? Che cosa dobbiamo fare?

Mi verrebbe di dire: “Il seguito alla prossima puntata’’, ma vorrei concludere con una affermazione positiva, altrimenti si penserà che voglio solo fare il disfattista senza fornire soluzioni.

La soluzione passa per suddividere il nostro risparmio in funzione di specifiche esigenze (tutti ne abbiamo, anche chi dice o pensa di non averne) ed adottare per ciascuna di queste una forma di impiego finalizzata.

Prendiamo, ad esempio, la liquidità; è l’esigenza principe di ciascuno. Non ho mai incontrato nessuno che non la mettesse al primo posto:

‘’ho bisogno che tutto sia immediatamente liquidabile in qualsiasi momento” .  Non è (quasi) mai vero, ma il cliente non è in malafede, non mi mente, semplicemente è convinto di una cosa falsa.

In buonafede, per paura lascia che l’emotività faccia danno a ciò che invece pensa di proteggere:

Il suo risparmio, le sue certezze!  Strano, ma vero!

Ad ogni modo, è vero che tutti abbiamo l’esigenza della liquidità per una parte dei nostri risparmi. La vera novità di questi ultimi anni è che per detenere della liquidità dobbiamo pagare; è come parcheggiare l’auto, pagare per proteggere!

Quindi, tornando al risparmio, visto che dobbiamo pagare per la custodia liquida e che il costo è alto, cerchiamo di tenere liquido il minimo necessario. Il conto corrente va bene, scegliamone uno al più basso livello possibile di spese e poi concentriamoci sul gestire il resto in maniera adeguata.

Come si fa?

Bisogna definire quattro punti cardine (li vediamo fra un attimo) e fare le proprie scelte insieme al proprio consulente (l’automedicazione in questo caso non paga, i prodotti da banco ed i parafarmaci vanno bene per affrontare piccoli problemi sanitari,per le cose serie andiamo dal medico, o sbaglio?).

Quali sono questi punti?

Cosa. Individuazione dei propri obiettivi

Quando. Determinazione di un lasso temporale orientativo

Quanto. Aspettative di rendimento

Come. Capacità di sopportare qualche oscillazione e valutazione dell’ampiezza delle stesse

 

Su quest’ultimo punto vale la pena di spendere qualche parola in più; tutti si dichiarano fortemente avversi al rischio, ma poi nella loro storia hanno acquistato case e BTP.

Che siano state scelte giuste o sbagliate, non importa. Importa, però, chiarire che in quei casi i rischi sono stati assunti.

Chiunque ha comprato un immobile non può aver pensato che il suo valore non oscillasse nel tempo, chiunque ha comprato BTP non può non aver pensato che il suo valore non oscillasse nel tempo…ma la risposta è sempre stata: ‘’il mattone è sempre il mattone’…’’ , ‘’il BTP lo tengo fino a scadenza’’ (e allora non è più liquido) oppure ‘’in banca mi hanno detto che posso venderlo in qualunque momento’’ (tacendo sulle fortissime oscillazioni che il suo prezzo può subire nel durante).

Bene, siccome credo che nessuno pensi più a mattoni o BTP come porti sicuri, bisogna trovarne altri, ma mantenendo la stessa disponibilità verso una certa oscillazione del valore, coerentemente con quanto era stato nel passato che tutti sembrano rimpiangere.

Arrivederci alla prossima puntata (dove cerchiamo di addentrarci un po’ meglio in queste possibili soluzioni).

Marino Traboni

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