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I leader vanno scelti per come sanno ascoltare


Comunicare non significa parlare ma ascoltare, va riscoperto il valore dell’ascolto come base della capacità di comunicare
I leader vanno scelti per come sanno ascoltare

Un antico indovinello filosofico ci aiuta a riflettere sul reale significato dell’ascolto accompagnandoci in questa riflessione.

Se un albero cade in una foresta fa rumore, ma se un albero cade in una foresta e non c’è nessuno ad ascoltarlo fa rumore lo stesso?

Ho basato tutta la mia attività professionale sulla capacità di ascolto e ogni giorno provo meraviglia dal modo in cui questa capacità, donataci dalla natura, possa aprire così tante strade se ben utilizzata.

Parliamo di continuo, ma quanto riusciamo ad ascoltare?

Le analisi sugli ascolti dei media televisivi sempre più spesso parlano di un distacco del pubblico rispetto ai format di dibattiti e talk show televisivi.

Secondo gli esperti il motivo è da ricercare nella scarsa qualità della comunicazione fra i partecipanti. Raramente, infatti, si assiste a dibattiti pacati e di qualità.

È preoccupante questa deriva comunicativa, che peraltro è tipica dei Paesi latini e quasi completamente assente nei Paesi anglosassoni.

L’origine non è solamente da ricercare nella mancanza di rispetto verso le persone o nella scarsa educazione, ma nella scarsa abitudine all’ascolto.

Capita anche nei dialoghi fra amici e conoscenti: appena una persona manifesta una posizione, l’altro non chiede e non esprime interesse, ma immediatamente riporta la sua posizione o le sue esperienze.

Sembra che l’incapacità all’ascolto sia diventata lo standard del modo di comunicare, ed è un paradosso in un’era di continua connessione sui mezzi digitali, dove gli strumenti di interattività abbondano. Il parlarsi addosso, l’interrompersi a vicenda sembrano essere fenomeni normali, elementi che portano frustrazione nei rapporti, difficoltà di comprensione nel mondo del lavoro, ma anche nei rapporti di coppia, in famiglia e fra amici.

A livello sociale siamo di fronte, anche in ambienti culturalmente evoluti, alla diffusione di una cultura della competizione, che tra i suoi effetti positivi genera la motivazione al miglioramento delle capacità e delle competenze, ma anche la spinta alla prestazione a tutti i costi che può degenerare nel desiderio di rivalsa e annullamento dell’avversario.

Prevale la ricerca del risultato a tutti i costi, a scapito del rispetto e della capacità di comprensione delle differenze dei punti di vista. La comunicazione spesso è a una via, è priva dell’ascolto e genera il rallentamento della crescita della persona, limitando le capacità di arricchimento culturale che viene dall’apertura e dal confronto.

Nel mondo di oggi nessuno si può vantare di conoscere la verità, di qualunque campo o settore si tratti. Semplicemente perché la verità non esiste. Ovvero esistono tante verità diverse, in continuo e veloce cambiamento, frutto dell’evoluzione delle situazioni, dei mercati, delle condizioni, delle tecnologie, del pensiero. Quindi, nessuno ha il diritto di sentirsi padrone della verità, nessuno può agire come depositario di una conoscenza scolpita nel marmo, e nessuno ha il diritto di imporre con la forza della voce o del carisma il suo pensiero agli altri.

Va riscoperto il valore dell’ascolto come base della capacità di comunicare, il valore dell’umiltà, che presuppone autocritica costante, capacità di leggersi dentro, di mettersi in discussione.

Per lavoro ho avuto la fortuna di conoscere imprenditori e manager, e ho notato in tutti un elemento comune: la capacità di ascoltare. Erano persone che avrebbero potuto parlare per ore delle loro vite e dei loro risultati, ponendosi sopra tutti e tutto in ragione del loro successo. Eppure quasi sempre si trattava di persone che preferivano ascoltare piuttosto che parlare e l’elemento che le accomunava era la curiosità, la voglia di conoscenza e di apprendimento, anche se apparentemente non ne avevano bisogno.

Comunicare non significa parlare ma ascoltare, comunicare bene significa anche saper ascoltare bene o per meglio dire sentire, collegare il cervello a ciò che le orecchie sentono.

Se qualcuno parla e nessuno ascolta c'è comunicazione e l’albero del nostro indovinello filosofico cade invano.

Nella società, nelle organizzazioni, nelle imprese è necessaria la diffusione di un comportamento diverso (che sarebbe bene venisse insegnato nelle scuole come valore alla base delle relazioni sociali) di ascolto e di apertura verso le differenze e verso posizioni e pensieri apparentemente lontani dalle proprie convinzioni.

Perché le convinzioni non generano crescita e sono destinate, prima o poi, ad essere smontate.

Va riscoperto il valore dell’ascolto come base della capacità di comunicare, il valore dell’umiltà, che presuppone autocritica costante, capacità di leggersi dentro, di mettersi in discussione. Emerge l’esigenza di «imparare ad ascoltare», di mettere «l'altro» al centro, con al primo posto della scala delle priorità il fatto che i pareri aiutano ad apprendere e i diversi punti di vista portano arricchimento.

E non si tratta solo dell’esigenza di «rispettare il prossimo e le sue idee»: la prevaricazione verbale, la chiusura, la presupponenza e l’arroganza dell’atteggiamento sono simboli di ignoranza e sottocultura, l’opposto di quello di cui tutti abbiamo bisogno; un’occasione mancata per crescere, per consentirci di evolverci nel senso più pieno e arricchente del termine.

Uno dei doni più grandi che possiamo fare a qualcuno è quello di ascoltarlo, perché l’ascolto cambia le relazioni.

E’ vero che un albero che cade fa rumore, ma se ci soffermiamo ad ascoltare potremmo trovare sul nostro cammino anche una foresta che cresce.

Grazie per avermi ascoltato.

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