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Il Coronavirus e gli aspetti civili e penali per contagio sul lavoro


Il Covid-19 e le sue conseguenze più rilevanti sul piano del diritto civile e penale, in particolare con riferimento agli infortuni sul lavoro
Il Coronavirus e gli aspetti civili e penali per contagio sul lavoro

L’emergenza dell’epidemia Covid ha portato alla ribalta alcune importanti questioni giuridiche, sia da un punto di vista civilistico che da un punto di vista penalistico.

Partiamo dal secondo aspetto, quello più preoccupante per la gente comune. Il nostro codice penale contempla un reato, previsto dall’art. 438, che punisce la volontaria diffusione di una epidemia (“Chiunque cagiona un'epidemia mediante la diffusione di germi patogeni è punito con l'ergastolo”).

Bisogna chiarire se può essere punito per questo reato solo chi “diffonde” il virus attraverso la “intermediazione”, per così dire, di un animale infetto oppure anche chi è contagiato in prima persona dal virus e si muove liberamente, pur nella consapevolezza della propria patologica condizione.

Secondo l’orientamento prevalente nella giurisprudenza e nella dottrina, deve prevalere la tesi più restrittiva. Ciò significa che può essere punito anche chi è “portatore”, tramite il proprio organismo infetto, del germe patogeno.

Ovviamente, la punibilità è condizionata dal dolo, cioè dalla consapevolezza di essere infetto, e – in quanto tale – potenzialmente “veicolo” di una grave malattia (come, ad esempio,  il Covid-19).

Secondo alcune sentenze, potrebbe essere punito anche il dolo meramente eventuale. Esso si riscontra nel caso in cui una persona non ha la precisa volontà di diffondere il contagio, ma si limita a circolare conoscendo il rischio e “accettandolo”.

Veniamo ora ad un altro aspetto interessante, questa volta riguardante sia la sfera civile che la sfera penale: la responsabilità dei datori di lavoro per eventuali infezioni da Covid-19, a carico e danno dei propri dipendenti.

A tal proposito, è intervenuta una importante circolare INAIL del 15.05.2020 con la quale l’istituto ha precisato che l’infezione da Coronavirus di un dipendente non implica, in automatico, una responsabilità (civile o penale) in capo all’imprenditore.

È vero, infatti, che il riconoscimento dell’infortunio sul lavoro da parte dell’Inail ha come immediata e “tipica” conseguenza la erogazione – da parte dell’Inail – delle indennità previste dalla legge. Tuttavia, per quanto riguarda la sussistenza di una responsabilità (di carattere penale o civile) del datore di lavoro è indispensabile la prova (incombente sulla pubblica accusa nel caso del processo penale) dell’elemento soggettivo dell’illecito, sotto forma di dolo o di colpa.

Secondo una certa corrente di pensiero, il continuo cambiamento delle norme in materia e il succedersi, di giorno in giorno, di nuove disposizioni giocherebbe a favore del datore di lavoro. In realtà, è vero esattamente il contrario. Quando il quadro normativo è complesso e articolato – se non addirittura caotico, come nella vicenda in corso – è molto più facile rimanere “impigliati” nelle pieghe (talora pericolose) del diritto. Con il risultato perverso di essere considerati colpevoli anche per una “innocente” (o comunque apparentemente irrisoria) negligenza rispetto alla miriade di prescrizioni normative.

Va, infine, ricordato che ci sono alcune categorie lavorative per le quali vige una sorta di “presunzione semplice” della origine professionale dell’infezione da Covid-19. Categorie di lavoratori, cioè, i quali – in caso di contagio – saranno senz’altro considerati come infetti in occasione di lavoro.

Queste categorie, secondo la circolare Inail n. 13 del 2020 sono gli operatori sanitari e altri soggetti i quali agiscono a stretto contatto con l’utenza come: addetti alla cassa, alle vendite, banconisti, dipendenti degli ospedali con mansioni tecniche o di pulizia, operatori di trasporto degli infermi etc.


Avv. Francesco Carraro
www.avvocatocarraro.it

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