Il danno da cenestesi lavorativa


È risarcibile il danno per la maggiore fatica nello svolgimento della attività lavorativa in conseguenza di sinistro
Il danno da cenestesi lavorativa
Nel caso in cui un soggetto subisca un danno con conseguenze alla integrità psico-fisica (cd danno biologico), potrebbe continuare ad essere in grado di svolgere la propria attività lavorativa ma tale attività potrebbe risultare, in conseguenza delle lesioni riportate, più usurante, più faticosa.

Tale tipologia di danno, nota con il nome di danno da cenestesi lavorativa, consiste nella "maggiore usura, fatica e difficoltà incontrate nello svolgimento dell’attività lavorativa, non incidente neanche sotto il profilo delle opportunità sul reddito della persona offesa, risolvendosi in una compromissione biologica dell’essenza dell’individuo" (Cass. 24/04/2004 n.5840 in Arch.Giur.Circ.Sin., 2004, pag.860). Tale tipologia di danno comporta, quindi, per il soggetto danneggiato, un maggiore sforzo o una maggiore usura nello svolgimento delle medesime attività lavorative che svolgeva prima del sinistro. Non si tratta pertanto di un danno che incide sulla redditività dell’attività lavorativa del soggetto ma si tratta di un danno "biologico" perché la maggiore "usura" si traduce in menomazioni di ordine fisico. L’attività da svolgere, infatti, diventa più difficile e più impegnativa.

La giurisprudenza ha in più occasioni avuto modo di riconoscere il danno da cenestesi lavorativa. Tra le varie pronunce, si ricorda la sentenza del Tribunale di Roma 21.1.97 (in Riv. Giur Circ. Trasp. 1997, 134): "... ogni lesione della salute...può riverberare effetti sull’attività lavorativa in tre modi: 1) precludendola del tutto, con conseguente soppressione totale del reddito; 2) costringendo il soggetto leso a mutare funzioni o qualifica, ovvero a ridurre la propria produttività, con conseguente riduzione del reddito; 3) costringendo il soggetto leso, per svolgere le medesime attività che attendeva prima del sinistro, a sopportare sforzi maggiori ovvero a subire una maggiore usura. I primi due casi costituiscono altrettante ipotesi di danno patrimoniale; nella terza ipotesi, invece, la limitata validità del danneggiato non contrae il suo reddito ma sottopone la sua residua validità ad una maggiore usura (è questo il danno da cenestesi lavorativa). Si tratta dunque di un’ipotesi di lesione alla salute (cd. danno biologico), la quale non può dare origine ad un autonomo risarcimento, ma deve essere valutata come una soltanto delle molteplici componenti di quella valutazione complessiva, che è la valutazione del danno alla salute".

Di recente, una sentenza del Tribunale di Milano (Trib. Milano sentenza n.3417/14 del 10/03/14), in una causa per il risarcimento del danno conseguente al distacco di retina bilaterale conseguito da un soggetto a causa di un attrezzo ginnico (pedana vibrante), ha "personalizzato" la liquidazione del danno, nei limiti previsti dalle Tabelle del Tribunale di Milano ("tenuto conto delle mansioni impiegatizie svolte dall’attore, che allega di svolgere lavoro da scrivania davanti a computer quale tour operator, deve essere personalizzata tenuto conto che sicuramente la menomazione del visus così importante comporta una maggior faticosità nell’espletamento delle mansioni allegate").

Per quanto riguarda la liquidazione del danno da cenestesi lavorativa, la Sentenza della Corte di Cassazione n.5840/2004 ha precisato che: "il giudice, ove abbia adottato per la liquidazione il criterio equitativo del valore differenziato del punto di invalidità, ben può liquidare la componente costituita dal pregiudizio della cenestesi lavorativa mediante un appesantimento del valore monetario di ciascun punto, restando invece non consentito il ricorso al parametro del reddito percepito dal soggetto leso". La prova del danno è generalmente assolta da una relazione medico legale. Si ritiene, tuttavia, che la prova possa essere assolta anche attraverso il meccanismo delle presunzioni.

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di Avv. Luisa Gaspari

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