Il danno da perdita del congiunto e la convivenza


La convivenza non costituisce più requisito minimo per il risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale, bensì elemento probatorio
Il danno da perdita del congiunto e la convivenza
Con la sentenza n. 21230 del 20 ottobre 2016 la III Sezione della Corte di Cassazione ha riaperto la questione relativa ai requisiti minimi richiesti per la riconoscimento del danno da perdita del rapporto parentale, precisando, in revisione di un suo precedente orientamento, che "la convivenza non può assurgere a connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità dei rapporti parentali ovvero a presupposto dell’esistenza del diritto in parola, la stessa costituisce elemento probatorio utile, unitamente ad altri elementi, a dimostrare l’ampiezza e la profondità del vincolo affettivo che lega tra loro i parenti e a determinare anche il quantum debeatur".
La questione riguarda in particolare il diritto dei parenti della vittima di un sinistro di vedersi risarcire il danno derivante dalla perdita o compromissione di quel rapporto intimo ed affettivo con il congiunto danneggiato principale e, in proposito, la Suprema Corte, con la sentenza in questione, ha ribadito che tale danno consiste nella privazione di un valore non economico, ma personale, costituito della irreversibile perdita delle reciproche relazioni interpersonali, secondo le varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell’ambito del nucleo familiare e, in quanto tale, risarcibile ai sensi dell'art. 2059 cod. civ.
Questa tipologia di pregiudizio, però, deve essere allegata e provata rigorosamente, non essendo ammessa la tesi che lo qualificherebbe danno in re ipsa, sicché dovrà al riguardo farsi ricorso alla prova testimoniale, documentale e presuntiva.
In merito, secondo il Collegio, pur riconoscendo necessario non espandere eccessivamente il novero dei soggetti danneggiati secondari (come stabilito da Cass. 16 marzo 2012, n. 4253), la nozione di "famiglia" di cui all'art. 29 Cost. (presupposta per la configurazione del danno) non coincide con la c.d. "famiglia nucleare" (composta dai coniugi e dai loro figli) e la convivenza con il congiunto non costituisce necessario presupposto per il risarcimento ai parenti privati del rapporto affettivo con il danneggiato principale, bensì indice presuntivo della sussistenza del danno, purché sia dimostrata l'effettiva lesione alla sfera affettiva e personale degli stessi.
In tal modo la Corte ha dato continuità all'orientamento che ha riconosciuto il risarcimento del danno non patrimoniale in favore del coniuge ancorché separato legalmente, purché si accerti che l’altrui fatto illecito abbia provocato quel dolore e quelle sofferenze morali che solitamente si accompagnano alla morte di una persona cara, pur essendo necessario a tal fine dimostrare che, nonostante la separazione, sussistesse ancora un vincolo affettivo particolarmente intenso (Cass. 17/01/2013, n. 1025, ove si precisa che lo status di separato, connettendosi alla sua non definitività e alla possibile ripresa della comunione familiare - e rivelando altresì la pregressa esistenza di un rapporto di coniugio nei suoi aspetti spirituali e materiali, si veda anche Cass. 12/11/2013, n. 25415).

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di Avv. Gabriele Orlando

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