Il diritto di cronaca e il diritto all'anonimato


Recenti casi di cronaca ricordano i doverosi limiti della libera manifestazione del pensiero, non solo nella legge, ma anche nel buon senso e nel buon gusto
Il diritto di cronaca e il diritto all'anonimato
Il diritto di cronaca è garantito dalla Costituzione, all’art. 21. Dopo il ventennio fascista e il controllo (censura) sulla stampa, questa norma che oggi potrebbe sembrarci un concetto lapalissiano fu, al tempo della stesura della Carta Costituzionale, una grossa vittoria, una tappa importantissima per il livello di civiltà del nostro Paese.

All’epoca non si poteva divorziare, non si poteva abortire, le donne avevano da poco acquisito il diritto di voto, ancora non avevano la potestà genitoriale, il delitto d’onore esisteva ancora e la violenza carnale poteva essere "sanata" dal matrimonio riparatore. Insomma eravamo indietro su moltissimi campi ma garantimmo la libertà di manifestare il proprio pensiero.
Ovviamente ogni libertà, ogni diritto, trova un limite dove comincia il diritto altrui , e la libertà di manifestare il proprio pensiero ha dei limiti che tutti possiamo comprendere quando si arriva a punire il reato di ingiuria e/o quello di diffamazione. La legge tutela il segreto professionale e la privacy, dettando regole ben precise.
Più labile il confine laddove non c’è né ingiuria né diffamazione, né si viola il segreto professionale o la privacy di alcuno, e se fino a qualche anno fa a fianco delle dicerie di paese c’erano solo i mezzi di comunicazione di massa da controllare, oggi i social media hanno aperto scenari impensabili all’epoca della stesura della Costituzione.
Chiunque può diffondere qualunque notizia, dandola in pasto a un pubblico potenzialmente infinito, con conseguenze disastrose.
Pensiamo alla ragazza a Napoli che si è suicidata non riuscendo a bloccare la diffusione del video hard che aveva girato per il suo fidanzato, e che - partendo da una chat di whatsapp - ha invaso la rete sbucando ovunque, riprodotto in migliaia di siti internet, commentato da chiunque.
In quel caso c’era un volto, un nome e non si scappava.
Ma l’evitare di fare un nome non impedisce di indicare una persona precisa e di dare in pasto la sua storia (e la sua vita) non solo ai mass media ma anche ai social media tanto da farla diventare di dominio pubblico, con le conseguenze che è facile immaginare.
A Cassino una ragazzina di 14 anni confessa in un tema quello che non riusciva a denunciare altrove: gli abusi subiti dal padre. La scuola avvisa la madre, la vicenda arriva davanti al giudice penale, il padre viene allontanato. Fin qui tutto bene. La stampa in qualche modo apprende la notizia e ne fa un caso. Se da un lato è evidente che una storia simile può essere d’aiuto ad altre vittime, può ispirare altri insegnanti a cercare mezzi per far esprimere agli adolescenti il proprio disagio, è altresì evidente che l’aver fornito così tante indicazioni sul luogo dove tutto ciò è avvenuto ha dato in pasto la vita di quella ragazzina e della sua famiglia a mass media e social media.
Con due risultati aberranti: la ragazzina non va più a scuola e il padre si è suicidato.
Non c’è diffamazione, non c’è violazione di alcun segreto professionale né della privacy (anche se in questo caso bisognerebbe verificare come la notizia sia arrivata al primo organo di stampa) ma la ragazzina è stata individuata (Cassino non è una grande città), come è stato individuato il padre che si è suicidato.
Ora quella 14enne dovrà convivere anche con il suicidio del padre, non solo con gli abusi subiti, con 4 sorelle e una madre scioccate da tutta la storia e con la consapevolezza che dovrà continuare a vivere in una città piccola dove questa vicenda non le si toglierà dalla pelle in nessun modo.
È lecito quindi domandarci se fosse proprio necessario, nel riportare la notizia, fare in modo che i protagonisti di essa fossero così facilmente riconoscibili, e non credo che ci sia qualcuno in grado di affermare che si, fosse utile o necessario farlo.
Perché per quanto espressione di una libertà costituzionale, questa volta la libera manifestazione del pensiero ha contribuito a finire di rovinare la vita di una ragazzina e ha contribuito a determinare il suicidio di un uomo.
Sono sicura che non era questo cui miravano le menti eccellenti dei padri della Costituzione, perché altrimenti avrebbero aggiunto un comma, per ricordarci di usare il buonsenso, il buon gusto e per rammentarci sempre che di un bel tacer non fu mai scritto.

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di Avv. Sara Fusi

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