Il regime degli impatriati si apre allo smart working


L’Agenzia delle Entrate apre all’applicazione del regime anche ai dipendenti in smart working, a prescindere dalla residenza fiscale del datore di lavoro
Il regime degli impatriati si apre allo smart working

L’Agenzia delle Entrate si è nuovamente pronunciata sul regime di cui all’art. 16 del D.lgs. 147/2015 (più volte novellato), il cd. regime degli impatriati (per saperne di più sul regime degli impatriati, vedasi articolo precedente), questa volta in relazione all’applicabilità del beneficio ai dipendenti che rientrano in Italia per svolgervi attività in regime di cd. smart working.

Un cambiamento di rotta

La nuova interpretazione fornita dall’Agenzia delle Entrate pone una soluzione a tutti quei casi, molto frequenti negli ultimi anni, in cui il contribuente fa rientro in Italia mantenendo un rapporto lavorativo da remoto con la medesima società per la quale lavorava durante il periodo di residenza all’estero. 

L’Agenzia delle Entrate si è infatti adeguata alla formulazione dell’art. 16, comma 1 del D.lgs. 147/2015, il quale in passato era espressamente riservato ai soggetti impiegati presso datori di lavoro italiani mentre nell’attuale formulazione richiede, con riferimento al luogo della prestazione, che lo svolgimento dell’attività lavorativa avvenga in modo prevalente sul territorio italiano.

La peculiarità del caso oggetto di interpello era inoltre data dalla prosecuzione del rapporto di impiego con il datore di lavoro estero senza soluzione di continuità. Soluzione di continuità che in passato, seppur in relazione a fattispecie diverse, l’Agenzia delle Entrate ha ritenuto essenziale ai fini dell’accesso al regime degli impatriati. Erano infatti sorti alcuni dubbi circa la necessità, per accedere al beneficio, di creare una discontinuità sia dal punto di vista della residenza fiscale - e quindi del luogo di svolgimento dell’attività - sia dal punto di vista del rapporto di lavoro - e quindi di interruzione di un rapporto di lavoro al fine di iniziarne uno nuovo con un diverso datore di lavoro. Con tale nuova interpretazione dell’Agenzia delle Entrate, oggi si può affermare che, al fine di fruire del regime degli impatriati, è sufficiente che lo svolgimento dell’attività lavorativa avvenga in modo prevalente sul territorio italiano, non essendo rilevante la residenza del datore di lavoro.

Un’interpretazione ponderata e non isolata

L’interpretazione fornita nella risposta in commento pare essere stata ben ponderata, anche in considerazione della richiesta di integrazione formulata dall’Agenzia delle Entrate relativamente agli accordi raggiunti dall’istante con il proprio datore di lavoro estero.

Peraltro, l’interpretazione non è rimasta isolata: la Direzione Regionale Lombardia si è infatti recentemente espressa in maniera uniforme in relazione ad una casistica identica ed altrettanto documentata.

Un principio inapplicabile al distacco

Contrariamente a quanto sopra, l’Agenzia delle Entrate ha ribadito che, invece, in caso di rientro in Italia a seguito di un periodo di distacco all’estero, il regime degli impatriati non spetti in assenza del requisito della modifica del rapporto di lavoro.

In particolare, oggetto di interpello è stato il caso di un contribuente che, giunto al termine del periodo di distacco, ha stipulato, con una società del medesimo gruppo, un contratto di lavoro che prevedeva lo svolgimento dell’attività lavorativa in Italia. In tale fattispecie, l’Agenzia delle Entrate ha ritenuto che non fosse ravvisabile il cosiddetto nesso causale tra il trasferimento in Italia e l’inizio del rapporto di lavoro, ritenendo tale rapporto una mera prosecuzione della precedente posizione lavorativa.

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di Martina Rossi

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