Il rimedio risolutorio nel concordato preventivo


Due recenti sentenze della Corte di Cassazione hanno messo in discussione la necessità del rimedio risolutorio per il concordato preventivo
Il rimedio risolutorio nel concordato preventivo
I RIMEDI PER I CONCORDATI INESEGUITI UNA RECENTE SENTENZA DEL TRIBUNALE DI PISTOIA
Una lettura della Legge Fallimentare non dovrebbe lasciare dubbi sui possibili rimedi in mano ai creditori nei casi in cui si trovino di fronte a un concordato ineseguito. L’articolo 186 dispone infatti che:
- la risoluzione del concordato può essere richiesta da ciascuno dei creditori per inadempimento;
- l’inadempimento non può essere di scarsa importanza;
- il ricorso per la risoluzione deve proporsi entro un anno dalla scadenza del termine fissato per l’ultimo adempimento previsto dal concordato;
- quanto ai punti precedenti non si applica quando gli obblighi derivanti dal concordato sono assunti da un terzo con immediata liberazione del debitore.
La Corte di Cassazione con due recenti sentenze ha stabilito che è possibile ricorrere ex articolo 6 della Legge Fallimentare anche in costanza di concordato e senza che questo sia prima risolto.
Le sentenze in questione sono la 17703/2017 e la 29632/2017.
Nel primo caso la Corte di Cassazione era chiamata a vagliare la legittimità dell’azione del creditore che, senza chiedere la risoluzione del concordato agisce ex articolo 6 sulla base del credito ristrutturato nel piano concordatario omologato; la conclusione dei giudici è stata favorevole al creditore riconoscendo che l’azione da questi esperita costituisce legittimo esercizio della propria autonoma iniziativa ai sensi dell’articolo 6 L.F. non condizionata dal precetto di cui all’articolo 184 e dunque a prescindere dalla risoluzione del concordato preventivo, il cui procedimento andrebbe attivato solo se l’istante facesse valere il proprio credito non nella misura ristrutturata ma in quella originaria. Il principio si evince dalla caduta di ogni automatismo fra risoluzione concordato preventivo, che consente di avere concordati risolti o annullati senza imporre dichiarazioni officiose di fallimento. Questo non precluderebbe pertanto la possibilità di ricorrere ex articolo 6 sulla base di presupposti da accertare ex novo.
Nel secondo caso il ricorso ex articolo 6 L.F. era proposto dal pubblico ministero come previsto dall’articolo 7 L.F. Anche in questo caso la suprema corte bollava come legittima l’azione del pubblico ministero in quanto la specialità dell’articolo 186 non ha portata soppressiva delle norme di cui agli articoli 6 e 7 L.F. che consentono ai soggetti ivi legittimati di provocare la dichiarazione di fallimento del creditore insolvente.
La sentenza del 20 Dicembre 2017 del Tribunale di Pistoia, successiva e di ordine opposto alle due predette pronunce della suprema Corte, è estremamente interessante poiché argomenta in maniera precisa e dettagliata le tesi a favore della necessità del passaggio attraverso il rimedio risolutorio mostrando anche come l’omissione dello stesso in favore di una immediata domanda di fallimento metta in crisi la logica di fondo che permea la legge fallimentare nella sua stesura attuale ed in quella futuribile disegnata nel codice della crisi.
In primo luogo il Tribunale di Pistoia osserva come prima della riforma del 2007, quando la risoluzione implicava il fallimento d’ufficio, nei concordati con cessione dei beni non fosse prevista l’ipotesi risolutoria: la riforma del 2007 ha di fatto rappresentato una svolta verso un maggior favore nei confronti dei concordati, pertanto perché si dovrebbe consentire il fallimento omissio medio?
La stessa Corte di Cassazione, prosegue il Tribunale di Pistoia, con la sua sentenza 1169/2017, stabilisce il principio che, in pendenza di domanda di concordato, è preclusa l’azione ex articolo 6 L.F. fintantoché non sia risolta la domanda al verificarsi di inammissibilità della stessa, revoca o ammissione, mancata approvazione o omologa. Con l’omologa, conclude il Tribunale di Pistoia, si apre una fase successiva del concordato, quella della sua esecuzione, disciplinata dall’articolo 185. L’accordo omologato permane e si incardina l’effetto obbligatorio di cui all’articolo 184. Pertanto non è possibile agire ex articolo 6 senza avere prima risolto il Concordato.
Nella propria sentenza 29632/2017 la Suprema corte pretenderebbe che le norme sulla risoluzione, essendo norme speciali, non sortissero un effetto derogatorio rispetto al criterio generale stabilito dagli articoli 6 e 7. In realtà il sistema normativo di per sé affida proprio alla norma speciale il compito di coordinare le disposizioni di cui agli articoli 6 e 7 L.F. con l’articolo 186 in un contesto di consecuzione in base al quale non si può prescindere dalla risoluzione del concordato. La declaratoria di fallimento nel contesto dell’articolo 186 non è infatti limitata ad accertare l’esistenza dei presupposti di cui agli articoli 1 e 5 L.F. ma verifica antecedentemente l’importanza dell’inadempimento anche in ordine al piano di cui all’articolo 160 comma 1 lett. a).
La posizione del Tribunale di Pistoia seppur eretica rispetto alle due recenti pronunce della Suprema Corte, appare molto più coerente con la lettura del sistema disegnato dalle riforme che hanno interessato la disciplina della crisi di impresa a partire dal 2007, sia nell’ottica dell’ordinamento vigente, sia in una visione prospettica in base alla quale il futuro codice della crisi prevede un accesso molto più agevole per i creditori al rimedio risolutorio attraverso la sollecitazione dello stesso al commissario giudiziale da parte dei creditori.

Articolo del:


di Tommaso Bini

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