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Il “rispetto” non è pura formalità, ma un preciso obiettivo strategico


Manager che promuovono e perseguono una cultura del rispetto attivo
Il “rispetto” non è pura formalità, ma un preciso obiettivo strategico

Il “rispetto” non è pura formalità, ma un preciso obiettivo strategico

Manager che promuovono e perseguono una cultura del rispetto attivo.

Oggi più che mai i manager devono generare contesti in cui le persone possano esprimersi e prodigarsi perché le organizzazioni diventino luoghi di realizzazione.

Lo affermava già Kant, che considerava l'autonomia di ciascun individuo come “il fondamento della dignità della natura umana”, giungendo alla conclusione che ogni persona ha egual valore in quanto unica, libera e autonoma e in quanto dotata della possibilità di libero volere e della capacità critica di autogoverno.

In pratica, Kant riconosce a ciascun essere umano quel carattere di superiorità (nel passato legato all'idea di autorità e di eccezionalità) che genera rispetto ed è soggetto di doveroso rispetto.

Quindi, tornando alle sfide manageriali, una prima forte suggestione è che noi 

“possiamo considerarci rispettosi solo se capaci di riconoscere ogni persona come scopo e non come mezzo e di creare le condizioni per la sua affermazione e realizzazione”.

Ma ci sono almeno altri due stimoli non banali che vale la pena condividere. 

Il primo è la distinzione tra “uguale rispetto” e “rispetto diseguale”

Uguale rispetto è quell'idea di rispetto, già proposta da Kant e contenuta nella prima parte dell'Articolo 3 della nostra Costituzione, che riconosce a ogni persona pari valore e dignità.

Rispetto diseguale va invece inteso, con Mordacci, come “rispetto per la persona nella sua singolarità, non per il concetto di persona in astratto, ma per la persona individuale, ovvero per l’incarnazione singola e irripetibile della sua libertà”. In questo caso è interessante uscire da una declinazione astratta e di principio di rispetto come riconoscimento e capire gli impatti di una definizione concreta di rispetto. 

Ad esempio chiedendoci quanto nella vita di tutti i giorni e nelle pratiche manageriali siamo capaci, e prima ancora intenzionati, di riconoscere possibilità di affermazione e di realizzazione all’altro per quello che è, soprattutto se lo percepiamo come lontano e/o diverso da noi, facendo nostri i suoi bisogni, i suoi interessi e i suoi scopi.

Talvolta c’è chi precisa che è solitamente rispettoso, a meno che qualcun altro non sia prima irrispettoso verso di lui o di lei. La mia sensazione è che la maggior parte delle persone, incluso il sottoscritto, sia mediamente capace di essere passivamente rispettosa. E, pensando alle pratiche manageriali più diffuse, mi sembra di poter affermare la stessa cosa.

La seconda interessante suggestione è accogliere la sfida di essere manager attivamente rispettosi, ovvero: manager che promuovono e perseguono una cultura del rispetto attivo; che vivono la loro mission di ruolo anzitutto in quanto people manager impegnati nel generare contesti in cui colleghi e colleghe possono esprimersi per quello che sono; che si prodigano affinché le organizzazioni diventino sempre più luoghi di realizzazione e di affermazione per qualsiasi persona - per quello che quella specifica persona è e non per quello che vorremmo che fosse - purché disponibile a dare il proprio unico e particolare contribuito per il bene comune.

Mi sembra, soprattutto in questo momento storico, una sfida intrigante, attuale e praticabile. Che può diventare realtà e che necessita di visione, consapevolezza e impegno quotidiano. 

Del resto, diceva Tiziano Terzani, “Il rispetto nasce dalla conoscenza e la conoscenza richiede impegno, investimento, sforzo”.

Pensi che possano nascere ottime sinergie fra noi?

https://maurodotta.it/

 

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