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Il ritorno del protezionismo


La minaccia dei dazi come atto di forza per ottenere vantaggi negoziali: una mossa perdente per il commercio internazionale
Il ritorno del protezionismo
Non stupisce come in un clima d’incertezza politica e sociale torni di gran moda il protezionismo nella politica economica. Tuttavia, contrariamente a quanto si legge sui manuali di economia sui pro e contro delle misure di regolamentazione dei mercati, sembra che le nuove misure protezionistiche siano ispirate più da una logica di contrattazione che da una scuola di pensiero.

Fino a ieri, sull’onda del pensiero ricardiano del vantaggio comparato, il commercio internazionale si dimostrava favorevole alla globalizzazione, al libero scambio delle merci e delle persone, all’integrazione commerciale e culturale degli Stati. Un allargamento del mercato apriva a nuove opportunità per i Paesi partecipanti allo scambio: attraverso una specializzazione della produzione si ottimizzavano i costi e aumentava la quantità e la qualità dei prodotti messi a disposizione dei consumatori.

In questo scenario, la politica dei dazi poteva trovare applicazione in casi molto limitati e quale misura temporanea: a sostegno di un’industria nascente, come contromisura al dumping, in abbinamento ad altre forme d’ incentivo per aiutare un settore in crisi e gestire gli effetti occupazionali. Un protezionismo spinto e duraturo avrebbe disincentivato l’innovazione che ha terreno fertile solo se c’è concorrenza, causando un aumento dei prezzi.

E ora? Con lo slogan "America First", la principale potenza economica mondiale ha avviato una politica commerciale basata su accordi bilaterali in cui la minaccia dei dazi è impiegata come strumento di pressione per ottenere vantaggi negoziali. L’applicazione dei dazi sulle importazioni di acciaio e di alluminio imposta da Trump, materie prime usate nella produzione di armamenti, se da un lato vuole scoraggiare la dipendenza americana dall’estero per un settore così strategico, dall’altro rileva come questa misura non si sia applicata per i paesi "vicini e alleati" come il Canada e il Messico con cui è in corso di revisione il trattato Nafta che regola il mercato unico nordamericano.

Una vera e propria prima mossa sullo scacchiere internazionale da cui attendersi le reazioni a catena degli altri Stati. In particolare l’Europa ha già avviato una procedura per aumentare i dazi su acciaio e su particolari prodotti del settore agricolo. Anche per l’Italia ci potrebbero essere effetti significativi, visto i 40 mld di export (10% del totale) proprio verso gli USA.

Dopo i primi "positivi" effetti, le reazioni ai dazi ricadranno anche sugli USA stessi, generando effetti inflattivi. Il protezionismo si rivela, quindi, una politica divisiva non solo sul piano internazionale, ma anche all’interno del Paese. Dazi e quote mirate si stanno trasformando in linee di politica industriale a favore dei pochi grandi finanziatori dell’amministrazione statunitense: le lobby petrolifere, del carbone, dell’industria pesante e dell’acciaio. Molto meno a favore degli americani e meno ancora del commercio internazionale.

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