Il senso di far sentire utili le persone


E’ ora di raccontare un’altra storia. Così il lavoro ci dà benessere ancora prima di un reddito
Il senso di far sentire utili le persone

Vittorio Pelligra, in un bellissimo articolo sul “Sole 24 ore”, spiega come dopo mesi di blocco è il tempo per interrogarci sul significato delle attività a cui abbiamo dovuto rinunciare a causa della pandemia. 

Di seguito alcuni estratti del suo pensiero più alcune mie considerazioni a riguardo.

COME DEVE COMPORTARSI UN BUON LEADER IN QUESTO PERIODO STORICO?

Stiamo provando, con fatica, a ripartire dopo mesi di blocco della scuola, dei movimenti, del lavoro. 

È importante ripartire innanzitutto dal lavoro, come bisogno fondamentale dell'anima, però, non solo come attività di sostentamento puramente materiale. 

Le conseguenze dello stop che le attività economiche, piccole e grandi, hanno subito a causa del lockdown, il 65% del totale, si stima, per complessivi otto milioni di lavoratori, non si riflette solo nella chiusura fisica dei luoghi di lavoro, nella riduzione dei redditi degli addetti, nelle difficoltà di una riapertura. 

Anche, naturalmente. 

Ma forse il costo più grande, perché più profondo e fondamentale, che ci si è rovesciato addosso è stato quello derivante dalla sospensione temporanea della possibilità di sentirci utili, attivi, di esercitare creatività, ingegno e servizio.

Tutte componenti primarie di ciò che noi definiamo “lavoro”. 

Siamo cercatori di senso prima che lavoratori; siamo cercatori di senso anche nel nostro lavorare; a volte, soprattutto, nel nostro lavorare. 

Fin quando continueremo ad insegnare, però, che il lavoro è una merce, che il salario è il suo prezzo e che questo dipende dal “costo-opportunità” e dalle condizioni di equilibrio del mercato, molto poco potrà cambiare. 

MA COSA FARE A RIGUARDO?

Sarebbe ora di iniziare a raccontare un'altra storia. 

Abbiamo gli strumenti, l'occasione e soprattutto la necessità; 

Perché gli esseri umani sono, innanzitutto, cercatori di senso (meaning seeker) 

e non massimizzatori razionali della loro utilità individuale, come ancora leggiamo in certi manuali. 

Autonomia, socialità e fiducia; sembra questa la triade ideale di quelle occupazioni che non solo non vengono percepite come fonte di disutilità, ma da cui dipende in maniera rilevante il nostro benessere. Questo, naturalmente, non significa che lavorare non sia faticoso, a volte duro e impegnativo, tutt'altro.

Ci sono altre attività che, al contrario, contribuiscono più del lavoro alla nostra ricerca di senso: per esempio, fare volontariato, le attività di natura spirituale o religiosa, fare sport e prenderci direttamente cura degli altri in famiglia e fuori.

Più soddisfazione nel sociale e nel self-employed

Scopriamo infatti che  chi lavora nell'ambito di attività non-profit, mission-oriented e con una finalità di natura sociale, trae dal lavoro più senso e soddisfazione di quanto non facciano coloro che lavorano in un settore in cui il principale orizzonte è quello della massimizzazione del profitto. 

Un ulteriore elemento di differenziazione è rappresentato dal grado di autonomia di cui si può godere sul posto di lavoro. Coloro che sono self-employed sperimentano, in media, un livello di soddisfazione maggiore dei lavoratori dipendenti.

COSA POSSIAMO IMPARARE DA TUTTO CIO’?

Avere la possibilità di lavorare in autonomia , per gli altri, con gli altri e in una relazione di fiducia, sembra il mix capace di produrre l'effetto maggiore sul nostro benessere eudiamonico. 

Elementi che, assieme alla possibilità di accrescere e perfezionare le nostre abilità, rivestono un ruolo significativamente maggiore di quello giocato dalla pura remunerazione economica.

Spunti per la ripartenza

Con un occhio alle grandi manovre della ripartenza, possiamo solo augurarci che queste considerazioni possano trovare spazio nell'operato di chi si sta occupando di ripensare un sistema economico più resiliente, rispettoso dell'ambiente e sostenibile da un punto di vista sociale.

Popolato da organizzazioni capaci di rispettarci, come lavoratori, ma ancor prima come persone, come cercatori di senso costantemente impegnati, anche attraverso il lavoro, a soddisfare il nostro vitale bisogno di essere “utili e persino indispensabili”.

E voi cosa ne pensate di tutto cio’?

Mi presento,

Mi chiamo Mauro Dotta e da più di 20 anni mi occupo di gestione e sviluppo delle Risorse Umane all'interno delle aziende in qualità di Human Resources Manager.

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