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Il T.F.R.: cos'è, come si calcola e cosa fare se il datore di lavoro è insolvente


TFR: sistema di calcolo, meccanismi di liquidazione, garanzie in caso di insolvenza del datore di lavoro
Il T.F.R.: cos'è, come si calcola e cosa fare se il datore di lavoro è insolvente

Il Trattamento di fine rapporto è unanimemente ritenuto una retribuzione dalla natura differita, in quanto, di norma, erogato solo al termine del rapporto di lavoro: storicamente è stato istituito per consentire al lavoratore di mantenere sé e la propria famiglia, una volta persa l’occupazione, nell’attesa di ritrovare un nuovo impiego.

L’art. 2120 del codice civile stabilisce che, in ogni caso di cessazione del rapporto di lavoro subordinato, il prestatore di lavoro ha diritto a un trattamento di fine rapporto.
Innanzitutto, l’espressione “in ogni caso di cessazione” sta a significare che l’emolumento è dovuto a prescindere dalla causa per la quale sia venuto meno il contratto: scadenza del termine, dimissioni, licenziamento, ecc.

Il calcolo del TFR è relativamente semplice: si somma per ciascun anno di servizio una quota all'importo della retribuzione dovuta per l'anno stesso divisa per 13,5.
Nel caso molto probabile in cui ci siano frazioni di anno lavorate, le quote si calcolano applicando come mese intero le frazioni di mese uguali o superiori a 15 giorni.

Sorge poi legittima una domanda: qual è, però, la retribuzione da assumere quale parametro per il calcolo del TFR?
Salvo che i contratti collettivi non stabiliscano diversamente, occorre ricomprendere tutte le somme, compreso l'equivalente delle prestazioni in natura, corrisposte in dipendenza del rapporto di lavoro, a titolo non occasionale e con esclusione di quanto è corrisposto a titolo di rimborso spese. Quindi, ad esempio: i minimi contrattuali, i superminimi, l’elemento distinto della retribuzione, il terzo elemento, ecc.

Nel caso vi sia stata la sospensione dell’attività lavorativa per infortunio, malattia, gravidanza o puerperio (e comunque in tutti i casi di sospensione totale o parziale in cui sia prevista l'integrazione salariale) si guarda quale riferimento per il calcolo del TFR la retribuzione a cui il lavoratore o la lavoratrice avrebbe avuto diritto in caso di normale svolgimento del rapporto di lavoro.

Considerato che di regola il dipendente percepisce il TFR in un momento successivo al suo maturare, la legge prevede un corretto sistema di rivalutazione delle somme dovute: infatti, con la sola esclusione della quota maturata nell'anno, le somme in questione sono incrementate, su base composta, al 31 dicembre di ogni anno, con l'applicazione di un tasso costituito dall'1,5 per cento in misura fissa e dal 75 per cento dell'aumento dell'indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati, accertato dall'ISTAT, rispetto al mese di dicembre dell'anno precedente.

La legge consente, poi, al verificarsi di particolari eventi della vita del lavoratore, di ottenere anticipi del TFR, che, quindi, viene erogato, in questi casi, durante anziché al termine del rapporto.

Il dipendente deve aver maturato almeno otto anni di servizio presso lo stesso datore di lavoro e l’anticipazione, in ogni caso, non può essere superiore al 70 per cento del totale maturato.

La richiesta del lavoratore deve essere giustificata dalla necessità di:
a) sostenere eventuali spese sanitarie per terapie o interventi straordinari riconosciuti dalle competenti strutture pubbliche;
b) sostenere l’acquisto della prima casa per sé o per i figli, documentato con atto notarile.

L'anticipazione può essere ottenuta una sola volta nel corso del rapporto di lavoro e viene detratta, a tutti gli effetti, dal trattamento di fine rapporto.

Il diritto di percepire il TFR si prescrive in cinque anni dalla data di cessazione del rapporto (ex art. 2948 c.c.).

In caso di morte del lavoratore prima del termine, il TFR maturato è erogato nelle forme di un indennità sostitutiva a favore dei superstiti (coniugi, figli, altri parenti).

L’ordinamento ha provveduto per il caso in cui, non infrequente, il datore di lavoro risulti insolvente rispetto al suo obbligo di corrispondere il TFR. Infatti, per quanto egli sia tenuto ad accantonare mensilmente le somme maturate a tale titolo, può accadere che ciò non avvenga o l’ammontare venga dissipato, con il risultato che il lavoratore potrebbe veder svanito il suo diritto, relativo a somme che possono essere anche molto alte in caso di elevata anzianità.

Per evitare ciò, è stato creato un apposito Fondo di garanzia, istituito presso l’INPS, che provvede a corrispondere le voci di TFR e le ultime tre mensilità dovute al lavoratore in sostituzione del datore di lavoro insolvente.

Tale insolvenza deve essere accertata attraverso la sottoposizione dell’azienda ad una procedura concorsuale (es: fallimento) o, se soggetto non fallibile, attraverso una infruttuosa esecuzione forzata (pignoramento).

Sempre quale sistema di garanzia dei crediti lavoristici, dal 2007 è fatto obbligo alle aziende con più di 50 dipendenti di versare le somme maturate a titolo di TFR da ciascun lavoratore ad uno speciale Fondo di Tesoreria, gestito dall’INPS.

In conclusione, occorre ancora diffondersi sulla possibilità concessa ai lavoratori di devolvere il TFR a forme di previdenza complementare.

In tal modo, il lavoratore non percepirà più l’emolumento alla cessazione del rapporto, ma solo al raggiungimento dell’età pensionabile, allorquando si vedrà accreditare una pensione integrativa rispetto a quella base; il che è ciò spinge molti lavoratori verso questa scelta, in considerazione della generale crisi del sistema pensionistico pubblico italiano.

Ogni lavoratore deve esercitare la facoltà di opzione entro sei mesi dall’assunzione, decidendo se aderire ai fondi pensione, oppure se mantenere il TFR presso il datore di lavoro.

In caso di silenzio nel termine previsto, il TFR è automaticamente devoluto alla previdenza complementare.

Il fondo pensione viene individuato secondo i criteri previsti dalla legge: in primo luogo, si avrà riguardo alla forma pensionistica stabilita dagli accordi collettivi o aziendali e, in mancanza, si devolverà al fondo pubblico denominato FondINPS.

 

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