Illegittime le maggiorazioni di imposta comunale di pubblicità per le annualità successive al 2012


La Corte Costituzionale chiarisce i dubbi in tema di maggiorazioni d'imposta comunale di pubblicità
Illegittime le maggiorazioni di imposta comunale di pubblicità per le annualità successive al 2012

La pronuncia ha ad oggetto il ricalcolo dell’imposta comunale di pubblicità in considerazione del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134, che ha abrogato l’art. 11, comma 10, della legge 27 dicembre 1997, n. 449 con il quale era stata concessa facoltà ai Comuni di aumentare le tariffe dell’imposta comunale di pubblicità sino ad un massimo del 20% e 50%, rispettivamente, a partire dal 1.1.1998 e dal 01.01.2000.

Stante l’intervenuta abrogazione, molte Società contribuenti hanno, quindi, ricalcolato l’imposta avvalendosi della compensazione tributaria e versando in favore dei Comuni la differenza tra l’imposta rideterminata e le rate già versate nel quinquennio precedente.

Medio tempore, tuttavia, è intervenuta la disposizione interpretativa di cui all’art. 1, comma 739, legge 28 dicembre 2015, n. 208 che ha creato scompiglio nel quadro impositivo recitando: “l’art. 23, comma 7, del decreto legge 22.06.2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012 n. 134, nella parte in cui abroga l’art, 11, comma 10, della legge 27 dicembre 1997 n 449, relativo alla facoltà dei comuni di aumentare le tariffe dell’imposta comunale di pubblicità, ai sensi e per gli effetti dell’art. 1 della legge 27 luglio n. 2012, si interpreta nel senso che l’abrogazione non ha effetto per i comuni che si erano già avvalsi di tale facoltà prima della data in vigore del predetto art. 23, comma 7, del decreto legge n. 83 del 2012”.

Scompiglio risolto dalla Corte Costituzionale che, con la sentenza 30 gennaio 2018 n. 15, ha dichiarato infondata la questione pregiudiziale di incostituzionalità della citata norma interpretativa (sulla base della violazione degli artt. 3, 23, 53, 97, 114, 117, 119 e 102 Cost.) in quanto tale legge è da riferirsi unicamente all’anno di imposta 2012 e ciò non essendovi alcun riferimento testuale, nel richiamato comma 739, circa l’applicabilità della disposizione interpretativa a partire dal 2013 in poi.

Dunque, il Giudice Costituzionale ha chiarito che le delibere comunali adottate entro il 26 giugno 2012, comprensive degli aumenti previsti dall’art. 11, comma 10, della Legge n. N. 449/97 sono da considerarsi legittime ed applicabili soltanto per tutto l’anno 2012.

I Comuni che, invece, non hanno deliberato l’approvazione delle tariffe dell’imposta di pubblicità entro il suddetto termine, riservandosi di farlo espressamente o in forma tacita entro il termine di approvazione del bilancio di previsione (che, per l’anno 2012, era stato fissato al 31 ottobre), non hanno e non potevano avere la facoltà di aumento di cui sopra, stante l’intervenuta abrogazione del richiamato art. 11, comma 10, della Legge n. 449/1997. Ne consegue che, oggi, questi Comuni possono essere chiamati dai contribuenti a restituire le maggiorazioni d’imposta illegittimamente incassate.

Parimenti, quanto ai periodi d’imposta successivi al 2012, la Corte Costituzionale, nel richiamare la sentenza del Consiglio di Stato 6201/2014, ha chiarito che gli atti deliberativi comprensivi delle ridette maggiorazioni - sia adottati in forma espressa sia in forma tacita attraverso la proroga sancita dall’art. 3, comma 5, del D. Lgs. N. 507/93, modificato quanto alle scadenze, dalla legge 296/2006, art. 1, comma 169 - sono da considerarsi illegittimi, in quanto riferentisi a “maggiorazioni disposte da norme non più vigenti”. Ciò perché i Comuni avrebbero dovuto deliberare le tariffe di pubblicità, a partire dall’anno d’imposta 2013 e così per gli anni successivi, “sulla base della trama normativa vigente” (cfr. Cons. St., sez. V, sentenza 22 dicembre 2014, n. 6201), la quale, a tutt’oggi, stante l’abrogazione intervenuta nel 2012, non contempla alcuna facoltà di aumento rispetto alle tariffe base previste dall’art. 12, comma 1, del D. Lgs. N. 507/93.

Cade, pertanto, la tesi della ultrattività delle tariffe ed i richiami all’art. 11 delle Preleggi ed all’art. 3 dello Statuto del Contribuente, impropriamente richiamati dai Comuni resistenti e talora posti a base delle pronunce del Tar Veneto, sez. Venezia, n. 1001/2015 e Tar Abruzzo, sez. Pescara, n. 269/2016.

Il principio dell’ultrattività delle tariffe deve, invece, ritenersi applicabile alle imposte di pubblicità versate nei periodi d’imposta antecedenti all’abrogazione disposta con D.L. 83/2012 non potendo queste essere oggetto di rimborso, stante la irretroattività della norma abrogativa in esame. A tal proposito, rileva il parere della C.G.A.S. n. 368/2013, dal quale si evince, per quanto non chiaro nella sua formulazione, che per gli aumenti deliberati prima dell’abrogazione dell’art 11, c. 10, della Legge n. 449/97 le somme versate a titolo di ICP sulla base delle tariffe maggiorate dovevano ritenersi non ripetibili.

Ebbene, l’orientamento fin qui esposto è stato altresì di recente confermato nella pronuncia della Commissione Tributaria Provinciale di Pescara n. 134 depositata in data 16.03.2018 e dalla Commissione Tributaria Provinciale di Rimini n. 128 depositata in data 13.04.2018

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di avv. Angela Pirrone

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