Impugnare le delibere del Collegio Sindacale?


Quando i controllori esercitano poteri gestori, divengono controllati, ed il diritto di impugnazione si veste in capo al CdA, considerato dissenziente
Impugnare le delibere del Collegio Sindacale?
Norme di legge non ce ne sono, precedenti specifici non ne risultano.
La natura di organo di controllo del Collegio Sindacale pone quanto meno dubbi sistemici nell’affermare la legittimazione all’impugnazione da parte del soggetto controllato, cioè il Consiglio di Amministrazione.
La ricostruzione operata dal Tribunale di Milano, Sez. specializzata in materia di impresa B, con il provvedimento che ha deciso la fase cautelare del contenzioso relativo alla governance di TIM SpA nel conflitto innescato dalla richiesta di integrazione dell’Ordine del Giorno assembleare presentata da alcuni fondi di investimento, merita dunque alcune righe di primo commento.
È opinione del Tribunale che le regole di impugnazione delle deliberazioni societarie (quelle assembleari dettate dall’art. 2377 c.c. prima della riforma del 2003 così come quelle consiliari dettate dal novellato art. 2388 c. c.), debbano essere "considerate espressive di un principio generale di sindacabilità delle deliberazioni di tutti gli organi sociali per contrarietà alla legge o all’atto costitutivo" (sottolineatura originale).
Principio generale "da ritenere applicabile anche alle delibere del Collegio sindacale, la cui impugnabilità non è prevista da alcuna norma, in armonia con il carattere "interno" dell’attività tipica dell’organo di controllo, ma le quali, laddove siano di per sé, in specifici casi eccezionali rispetto alle normali manifestazioni del potere di controllo, produttive di effetti diretti rispetto alla organizzazione societaria ovvero rispetto alla posizione di singoli soci, non possono essere sottratte alla regola generale della impugnabilità, pena un difetto di tutela rispetto a situazioni omogenee contrastante con i principi costituzionali ex artt. 3 e 24 Cost.. E, ad avviso del Tribunale, l’ipotesi appena citata si verifica nel caso in esame, nel quale, in virtù del potere "sostitutivo" conferito all’organo di controllo dall’art.126bis TUF in tema di integrazione dell’odg di assemblea su richiesta del socio (...), l’organo di controllo ha preso una delibera a contenuto propriamente gestorio, appunto sostituendosi al CDA (...): [sicché] la posizione del CDA e anche quella dei suoi singoli membri va quindi assimilata a quella degli amministratori dissenzienti rispetto a una delibera dell’organo gestorio, con conseguente loro legittimazione alla impugnazione del provvedimento del CS".
Se ne ricavano almeno due corollari: che <ùb>nessun organo o ente è sottratto al controllo di legittimità delle proprie azioni, ma anche che, per quanto riguarda il Collegio Sindacale, questo controllo si veste in capo ad amministratori e soci solo nel momento in cui esso esercita poteri, sostanzialmente, non suoi, compiendo atti gestori in virtù del ruolo sostitutivo che gli assegna la legge o altrimenti impingendo direttamente nella sfera del socio.
Il che sembra equivalere a limitare il sindacato sulle delibere del Collegio ai soli casi in cui questo travalica - pur legittimamente - il ruolo di controllore per svolgere funzioni gestorie.
L'ordinanza in discorso contiene, al di là della vis attractiva che esercita in virtù della rinomanza cui è assurto il caso, una serie di ulteriori spunti di riflessione, su cui sarà magari utile tornare in separata sede. Per ora, appare utile concentrarsi su questa sostanziale inversione (o almeno equiparazione) dei ruoli, fra controllore e controllato, e sulla sua conseguente ricaduta in punto di traslazione dei poteri di impugnazione.
La logica sottostante è cristallina: non importa la funzione caratteristica dell’organo, né la sua denominazione, ma il ruolo esercitato in concreto: nella misura in cui il Collegio è chiamato ad assumere, provvisoriamente ed uno acto, la funzione amministrativa, esso subisce tutte le conseguenze del caso: deve agire nei limiti della legge e dello statuto, non può incidere sui diritti soggettivi dei soci, è suscettibile di controllo giurisdizionale, ad iniziativa degli amministratori stessi, che "si pongono in tale istanza come dissenzienti".
Le ricadute appaiono di grande impatto sulla vita anche di tante realtà aziendali, neanche necessariamente quotate, che dovranno dunque attrezzarsi ora anche a questo proposito.
Del resto, la corporate governance non si può improvvisare, né lasciare solo alla compilazione "a freddo" di una serie di moduli e relazioni, dovendo invece assurgere a chiave del modello gestionale finalizzato alla creazione di valore per tutti gli stakeholder.

Articolo del:


di Renato Conti

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