Indennizzo per vittime di reati intenzionali violenti


Se la vittima di reati intenzionali violenti non riesce a ottenere un risarcimento dall’autore del reato, sarà lo Stato a indennizzarla
Indennizzo per vittime di reati intenzionali violenti

 

La legge 7 luglio 2016 n. 122 riconosce alle vittime di reati intenzionali violenti un indennizzo da parte dello Stato, in attuazione della direttiva  2004/80/CE.

L'indennizzo è elargito per la rifusione delle spese mediche e assistenziali sostenute dalla persona offesa dal reato, salvo che per i fatti  di  violenza  sessuale, lesioni personali gravissime ed omicidio, in favore delle cui vittime, ovvero degli  aventi  diritto in  caso  di  morte, l'indennizzo è elargito in misura fissa, anche in assenza di spese mediche e assistenziali.

Dal 24 gennaio 2020 sono in vigore i nuovi valori di indennizzo previsti nel solco dell'attuazione delle politiche contro la violenza di genere e a tutela delle vittime, recepite con la Convenzione di Istanbul.

In particolare, gli importi sono i seguenti:

  • euro cinquantamila per il reato di omicidio;
  • euro sessantamila solo per i figli delle vittime di omicidio commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona legata da relazione affettiva;
  • euro venticinquemila per il delitto di violenza sessuale, salvo che ricorra la circostanza della minore gravità (art. 609 bis, comma 3, codice penale);
  • euro venticinquemila per le lesioni personali gravissime (art. 583, comma 2, codice penale);
  • euro  venticinquemila mila per la deformazione dell'aspetto mediante lesioni permanenti al viso (art. 583-quinquies, codice penale).

Tali somme possono essere incrementate, fino ad un massimo di diecimila euro, per spese mediche e assistenziali documentate.

Per i delitti diversi, invece, è erogato un indennizzo (fino a massimo di quindicimila euro) solo per spese mediche e assistenziali documentate.

 

Requisiti previsti per l’ottenimento dell’indennizzo

Tale indennizzo può essere corrisposto se concorrono le seguenti condizioni:

    a) che la vittima sia titolare di un reddito annuo, risultante dall'ultima dichiarazione, non superiore a  quello  previsto  per l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato;

    b) che la vittima abbia già esperito infruttuosamente l'azione esecutiva nei confronti dell'autore del reato per ottenere il risarcimento del danno dal soggetto obbligato in forza di sentenza di condanna irrevocabile o di una condanna a  titolo  di  provvisionale, salvo che l'autore del reato sia rimasto ignoto;

    c) che la vittima non abbia concorso, anche colposamente, alla commissione del reato ovvero di reati connessi al medesimo, ai sensi dell'art. 12 del codice di procedura penale;

    d)  che la vittima non sia stata condannata con sentenza definitiva ovvero, alla data di presentazione della domanda, non sia sottoposta a procedimento penale per uno dei reati di  cui  all'art. 407, comma 2, lettera a), del codice di procedura penale e per  reati commessi in violazione delle norme per la  repressione  dell'evasione in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto;

    e) che la vittima non abbia percepito, per lo stesso fatto, somme erogate, a qualunque titolo, da soggetti pubblici o privati.

 

Modalità e termini di presentazione della domanda di indennizzo

La domanda di accesso al Fondo è presentata direttamente o tramite posta elettronica certificata ovvero inviata a mezzo plico raccomandato con avviso di ricevimento al Prefetto della provincia nella quale il richiedente ha residenza o in cui ha sede l'autorità giudiziaria che ha emesso la sentenza (art. 9 D.P.R. 19 febbraio 2014,. n. 60).

La domanda di indennizzo può essere presentata dall'interessato, o dagli aventi diritto in caso di morte della vittima, personalmente o a mezzo di procuratore  speciale  e,  a  pena  di inammissibilità, deve essere  corredata dei seguenti  atti  e documenti:

    a) copia della sentenza di condanna per uno dei reati di  cui all'articolo 11 ovvero del provvedimento decisorio che  definisce  il giudizio per essere rimasto ignoto l'autore del reato;

    b)   documentazione attestante l'infruttuoso esperimento dell'azione esecutiva per il risarcimento del danno nei confronti dell'autore del reato;

    c) dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà, ai sensi dell'articolo 46 del testo unico di cui  al  decreto  del  Presidente della  Repubblica  28  dicembre  2000,  n.  445, sull'assenza delle condizioni ostative di cui all'articolo 12, comma 1, lettere  d)  ed e);

    d)  certificazione medica attestante le  spese  sostenute  per prestazioni sanitarie oppure certificato di morte della  vittima  del reato.

La domanda deve essere presentata nel termine di sessanta giorni dalla decisione che ha definito  il  giudizio  per  essere  ignoto l'autore  del  reato  o  dall'ultimo   atto   dell'azione   esecutiva infruttuosamente esperita.

 

La decisione sulla richiesta di indennizzo

Il Prefetto invia la domanda e la relativa documentazione istruttoria al Comitato di solidarietà antimafia, unitamente ad un parere circa la sussistenza dei requisiti per l'accesso al Fondo ed alla informativa circa l'eventuale avvenuta concessione all'istante, per lo stesso danno, di un altro indennizzo o risarcimento sentenza (art. 9 D.P.R. 19 febbraio 2014,. n. 60).

Il Comitato di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso e dei reati intenzionali violenti, ricevuta la domanda, decide sulla richiesta di indennizzo entro 60 giorni dalla data di presentazione o di ricevimento della domanda da parte della prefettura competente (art. 12 D.P.R. 19 febbraio 2014,. n. 60).

 

La sentenza della Corte di Cassazione, Sez. III Civ., 24/11/2020 n. 26757

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 26757/20, ha condannato la Presidenza del Consiglio dei ministri a risarcire una vittima di violenza sessuale, anche in ragione del fatto che l’Italia non ha recepito in tempo utile la direttiva dell’Unione Europea 2004/80/CE per l’indennizzo alle vittime di reati violenti (la legge di riferimento è entrata in vigore in Italia solo nel 2017).

 

Il caso

Nel 2005, la vittima, una donna italiana di origini rumene, era stata aggredita, sequestrata e costretta a praticare e subire atti sessuali.

I colpevoli, condannati in sede penale, avrebbero dovuto versare alla persona offesa una provvisionale di euro cinquantamila euro, somma che, in realtà, non è mai versata poichè gli imputati si sono resi latitanti.

Nel 2009, pertanto, la donna aveva citato in giudizio la Presidenza del Consiglio dei Ministri per ottenere il risarcimento del danno da lei subito a causa della mancata trasposizione, in tempo utile, della direttiva unionale da parte dello Stato italiano.

Tale direttiva stabiliva che gli Stati membri avrebbero dovuto introdurre un sistema generalizzato di tutela indennitaria idoneo a garantire un adeguato ed equo ristoro in favore delle vittime di tutti i reati violenti e intenzionali (compreso quello di violenza sessuale), nelle ipotesi in cui le medesime fossero impossibilitate a conseguire, dai diretti responsabili, il risarcimento integrale dei danni subiti.

Il Tribunale adito dalla vittima ha appurato l’inadempimento italiano relativo alla mancata attuazione della direttiva, con la conseguente condanna della Presidenza del Consiglio al pagamento di euro novantamila nei confronti della donna.

Tale condanna è stata confermata anche in Corte d’Appello la quale, però, aveva ridotto la somma dovuta a euro cinquantamila, ritenuta la natura indennitaria del quantum dovuto.

La Suprema Corte di Cassazione, successivamente adita dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha ritenuto opportuno un rinvio pregiudiziale innanzi alla Corte di Giustizia Europea, la quale, con pronuncia resa il 16 luglio 2020 (C-129/19), ha statuito:

  1. che il regime della responsabilità extracontrattuale di uno Stato membro, per danno causato dalla violazione del diritto dell’Unione, è applicabile, nel caso di specie, proprio perché l’Italia non ha trasposto in tempo utile la direttiva in parola, anche nei confronti di vittime residenti in detto Stato membro e nel cui territorio il reato intenzionale violento è stato commesso;
  2. che un indennizzo forfettario concesso alle vittime di violenza sessuale sulla base di un sistema nazionale predisposto per le vittime di reati intenzionali violenti deve tenere conto della gravità delle conseguenze del reato per le vittime e rappresentare, conseguentemente, un appropriato contributo al ristoro del danno materiale e morale subito.

 

La decisione della Cassazione

A fronte di tali chiarimenti, la Suprema Corte, con la sentenza del 24 novembre 2020, n. 26757, ha pertanto respinto quasi integralmente il ricorso della Presidenza del Consiglio e si è allineata alla pronuncia del giudice comunitario.

La Cassazione, in seno alla sentenza citata, statuisce che alle vittime di reati intenzionali violenti commessi in Italia spetta il risarcimento del danno per tardiva trasposizione, nell’ordinamento interno, dell’art. 12, paragrafo 2, della Direttiva 2004/80/CE, che impone agli Stati Membri di riconoscere un indennizzo a tali vittime.

Tale indennizzo compete alle vittime di ogni reato intenzionale violento commesso nel territorio di uno Stato Membro - e, quindi, anche in relazione al delitto di violenza sessuale di cui all’art. 609 bis c.p., e anche se queste vittime risiedono nel territorio dello Stato Membro (cosiddette vittime non transfrontaliere) ove il crimine è avvenuto - senza che per esse sia necessario instaurare un giudizio civile di responsabilità nei confronti degli autori del fatto, qualora questi ultimi si siano resi latitanti.

Inoltre, l’indennizzo non potrà essere meramente simbolico, ma, anche se determinato in via forfettaria, dovrà comunque tenere conto delle peculiarità del crimine e della sua gravità.

La Suprema Corte ha reputato corretto, nel caso di specie, che dall’ammontare riconosciuto alla vittima a titolo di risarcimento del danno per la tardiva trasposizione della Direttiva 2004/80/CE nell’ordinamento italiano, vada detratta la somma corrisposta quale indennizzo ex L. n. 122 del 2016 e successive modifiche, trovando applicazione, in tal caso, l’istituto della compansatio lucri cum damno che mira ad evitare che dal pregiudizio possano derivare indebiti guadagni attraverso duplicazioni risarcitorie.

La Cassazione, dunque, dall’importo risarcitorio liquidato dalla Corte territoriale di euro cinquantamila, ha ritenuto di detrarre l’importo di venticinquemila euro a titolo di indennizzo ex lege, erogato alla vittima, nel corso del giudizio di legittimità, a seguito di provvedimento amministrativo assunto dal Comitato di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso e dei reati intenzionali violenti del Ministero dell’Interno.

avv. Giusy Latino

Articolo del:


di Avv. Giusy Latino

L'autore dell'articolo non è nella tua città?

Cerca un professionista con le stesse caratteristiche a te più vicino.

Cerca nella tua città o in una città di tuo interesse