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L’arte come strumento terapeutico in Clinica


La Psicoarteterapia (P.A.T.): un nuovo modello di psicologia clinica e psicoterapia che usa l'arte come strumento terapeutico
L’arte come strumento terapeutico in Clinica
'Dire l'indicibile' è fondamentale specialmente là dove si affrontano le 'emozioni implose', come quelle depressive e ancor più ansiose, caratterizzate da una aggrovigliata matassa di 'non espresso' che lo psicoarteterapeuta deve dipanare 'sfogliando la cipolla', come direbbe Perls: l'ansia sembra proprio simbolicamente infossarsi nel soma, così come viene descritta nel vissuto ansioso, per poi salire progressivamente alla testa.
D’altra parte, una ferrea legge vige in psicoterapia: dove c’è un ‘più’ o un ‘troppo’ da una parte, c’è un ‘meno’ o un ‘troppo poco’ celato dall’altra in quantità inversamente proporzionale, e viceversa; che si potrebbe sintetizzare, latinamente come nei buoni vecchi manuali d’antan: Ubi plus supra est, minus infra.
Concetto proprio della P.A.T. è altresì quello di 'stile emozionale': la nozione rielabora la categoria di 'stile cognitivo', ritenendo che tale categoria, prima ancóra che 'cognitiva' (nell'accezione cognitivista della parola), sia legata al mondo delle pulsioni e delle emozioni. Lo stile emozionale è un tratto che contrassegna la persona ed il suo modo precipuo di interagire con l'ambiente: essa è principalmente il frutto della sua 'storia personale', ma include anche una parte biologicamente ereditaria, intesa soprattutto come ventaglio di potenzialità sviluppate o meno nel corso della vita dell'individuo.
Da questo quadro sintetico complessivo emerge con chiarezza come allo psicoarteterapeuta si richieda non solo una ferrata preparazione specialistica, ma anche un background culturale straordinario per ampiezza e profondità: insomma, non solo un 'tecnico', ma un vero umanista per qualità e quantità del suo sapere e della sua forma mentis, capace di valersi con padronanza di strumenti attinti alle più diverse discipline, e nel contempo dotato di una Weltanschauung compiuta e flessibile del suo tempo e della sua società.
Ma una dote fondamentale dell’analista di valore è la sua capacità di apprendere attraverso la terapia, crescendo insieme con i pazienti e conoscendosi attraverso di loro, ‘dando e avendo’: egli sa trarre sapientemente frutto dal transfert e dal controtransfert, a partire da un atteggiamento contrassegnato dall’umiltà del saggio e dall’apertura emotivamente partecipe e sempre capace di stupirsi propria del bambino.
L’analisi è un viaggio marino del quale si conosce soltanto il porto di partenza e quello d’arrivo, ovvero la guarigione: la rotta non è una linea retta, ma deve essere continuamente monitorata e riformulata sulla base dei venti e delle condizioni del mare; a volte ci si può accorgere che i calcoli sono stati sbagliati, che il tragitto segnato sulle carte non era quello giusto: allora l’analista non deve esitare un attimo a cambiare rotta, apprendendo dai suoi errori ma evitando a qualsiasi costo il naufragio. Gli faranno da guida la bussola della sua competenza e della sua esperienza, che non dovrà mai stancarsi di accrescere, e la sua totale dedizione alla causa: solo a queste condizioni la nave potrà, senza perdersi nell’oceano periglioso di un’analisi infinita, toccare terra, dove il mondo, per dirla con Elitis, potrà tornare «bello daccapo alla misura del cuore».


Roberto Pasanisi

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