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L’azienda può essere una famiglia?


Quando l'ottica da "Mulino Bianco" entra nell’organizzazione
L’azienda può essere una famiglia?

Questo concetto della famiglia applicato alle aziende mi ha sempre fatto un certo effetto a prescindere.

L’esperienza ci ha poi messo del suo: spesso chi mi ha dichiarato “la mia non è un’azienda, è una famiglia” si è smentito nei fatti, o meglio, pretendeva di applicare gli affanni della famiglia ad un ambiente di lavoro.

Non sempre è finita bene.

“Entra nella nostra famiglia”, “Vieni a far parte della nostra grande famiglia”, “La nostra più che un’azienda è una famiglia” e via via famigliando in un’ottica da Mulino Bianco.

Quasi una moda, una prassi di identificazione valoriale che in alcuni casi fa acqua da molte parti quando si passa dagli ideali ai fatti.

Il “capitalismo famigliare” è uno dei caratteri distintivi della nostra economia e trova spiegazione nell’iter evolutivo del processo di industrializzazione che ha interessato il nostro Paese soprattutto a partire dagli anni ’70.

L’attuale sistema produttivo italiano è caratterizzato da imprese di ridottissime dimensioni: oltre il 95% delle imprese attive ha meno di 10 addetti e oltre il 50% ne impiega uno solo.

Questa caratteristica è interpretata da alcuni studiosi come una vera e propria anomalia, riferendosi al sistema italiano come un Paese affetto da “nanismo cronico” e “foreste di bonsai”.

Le imprese famigliari rappresentano la maggior parte delle organizzazioni economiche addirittura in tutto il mondo.

Il fenomeno interessa gran parte dei paesi industrializzati e non è ascrivibile alla sola realtà italiana, sebbene l’Italia sia uno dei paesi europei in cui tale struttura imprenditoriale è più diffusa.

Non voglio, però, parlare di aziende a conduzione famigliare in senso tecnico né tantomeno sminuire i valori che ne stanno alla base verso i quali nutro un forte senso di rispetto.

Quello che mi preme fare è parlare di esseri umani che si ritrovano sul posto di lavoro e pretendono di “trattare e di trattarsi” come una famiglia, finendo poi, spesso, per mal-trattarsi allo stesso modo a tutti i livelli di gerarchia.

Ma andiamo con ordine, famiglia nel senso etimologico del termine è da ricondursi al termine osco faama cioè di casa, da cui il latino famīlia, cioè l'insieme dei famŭli (moglie, figli, servi e schiavi del pater familias, il capo della gens).

Pertanto, famiglia in senso stretto ed originario, significa piccola comunità di "persone che abitano nella stessa casa" ovvero di persone che hanno abituale consuetudine nello stesso luogo;

Fin qui tutto bene, ma se andiamo ad ampliare il focus sul concetto, vediamo che in senso ampio famiglia è l'insieme di quelle persone legate da vincoli di sangue, da rapporto di parentela o affinità o da vincoli religiosi e/o legali quale il matrimonio.

Da qua si evidenzia in particolar modo il rapporto o la relazione che lega due o più persone all’interno di una comunità o di una organizzazione.

Pertanto, quando ci svincoliamo da un mero aspetto tecnico e formale e quando il concetto di famiglia entra in azienda in un conteso di valori da codice etico, la domanda che sorge spesso spontanea è “ma quali sono le azioni che danno valore a questa presa di posizione?”.

Per esperienza, in questo passaggio le criticità che si verificano sono molte, supportate poi da comportamenti di fatto poco coerenti con un ambiente famigliare che tenda a valorizzare le relazioni, come la scarsa capacità di ascolto, un individualismo accentuato o di una valorizzazione dei meriti riservata a pochi componenti della comunità stretti da relazioni perlopiù di tipo clientelare.

Il centro del discorso passa dalla distinzione esistente tra i diversi obiettivi di una azienda e di una famiglia.

In azienda l’obiettivo principale è il profitto. In famiglia è il riconoscimento affettivo.

Pertanto l’obiettivo principale di una azienda potrà mai essere il riconoscimento affettivo dell’altro?

Nel significato reale e profondo del termine affetto secondo me sì.

Una relazione affettiva non è una relazione in cui ci si “vuole bene”, ma una relazione in cui ci si tratta bene a partire innanzitutto dal rapporto che si ha con sé stessi e di conseguenza anche con gli altri.

Soltanto in questo senso, il valore autentico della famiglia può essere applicato nelle organizzazioni, all’interno di un business consapevole, che è in grado di creare ricchezza attraverso un’applicazione pratica dei valori che si traduce nei rapporti umani autentici, in cui l’essere prevale sul fare.

Per autodefinirsi famiglia e mantenere la promessa di qualcosa che nella mente di ognuno di noi è inevitabilmente diversa, ci vogliono tanta maturità e tanta responsabilità rivolta soprattutto ad una sostenibilità futura e al profondo e reale rispetto di chi fa parte dell’organizzazione in ogni livello.

Sfida impossibile? Tutte le città sono nate da un a manciata di chiodi.

 

 

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