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L’effetto delle elezioni europee sui mercati finanziari


Le recenti elezioni Europee e il punto di vista dei Consulenti Senior di IURIRIVACONSULENZA
L’effetto delle elezioni europee sui mercati finanziari

Queste ultime elezioni non potranno forse definirsi un terremoto, ma un segnale molto chiaro è arrivato per la Vecchia Europa. È ora di cambiare e di ascoltare per davvero le inquietudini e il malessere che attraversano la società.

I timori più temuti dai mercati finanziari di tutto il mondo, comunque, non si sono realizzati: i sovranisti crescono, ma restano opposizione. In Italia c’è stato l’atteso boom della Lega, ma sembrano scongiurate immediate turbolenze per gli asset periferici e rischi di scioglimento euro o Italexit.

La nota più negativa forse viene dall’Inghilterra, dove aumenta il pericolo di una “no-deal Brexit”, cioè una uscita senza accordo.

A guardare la chiusura delle Borse europee all’indomani del voto potremmo dire che si è trattato di un “non evento”. I principali indici continentali, infatti, hanno chiuso la giornata di lunedì 27 maggio tra il +0,5% della Germania al -0,1% dell’Italia. Praticamente come se nulla fosse successo. Anche le valute si sono mosse all’interno di un range ristretto, come in una qualunque giornata priva di notizie particolari.

Le forze anti-élite hanno, comunque, guadagnato posizioni. D’ora in poi faranno sentire la loro voce nelle scelte della Ue e in alcuni momenti potranno essere in grado di frenare o bloccare decisioni importanti. I populisti alleati di Matteo Salvini in Europa segnano buoni risultati soprattutto in Francia, dove il Rassemblement National di Marine Le Pen è il primo partito con il 23,2%. In Germania regge la Merkel, seguita dai Verdi.

Nel Regno Unito vola il Brexit party di Farage, primo partito Ue insieme alla Cdu tedesca.

Lo smottamento epocale paventato alla vigilia è stato scongiurato, le aggregazioni tra partiti di protesta antieuropea restano impraticabili. L’Europa nel complesso tiene, e qualunque sarà l’aggregazione di governo il parlamento rimane saldamente europeista.

Nel nuovo Parlamento europeo popolari e socialisti perdono per la prima volta la maggioranza che ha finora retto gli equilibri in Europa ma mantengono il controllo cooptando i liberali e il movimento En Marche del presidente Emmanuel Macron, e magari anche i Verdi, vogliosi di far pesare in Europa i nuovi consensi conquistati.

La coalizione di governo che darà forma alla nuova Commissione Ue deve muovere i suoi passi includendo uno di due partiti, se non entrambi. Difficile immaginare le mosse già adesso, ma possiamo speculare su un paio di aspetti: i liberali sono di fatto legati a En Marche, mentre i verdi hanno fatto l’exploit principale in Germania. In qualche modo, la Merkel virerà con un filtro nazionale verso i verdi e Macron spingerà per far parte delle decisioni importanti. Dentro una compagine di governo europeista – che in termini di ripercussioni sui mercati e di shock sistemici non pone grandi rischi in un futuro che non mette in dubbio l’integrazione e il sostegno all’idea di Europa – rimane però il rischio di secondo livello e della direzione che l’Europa prenderà in termini di policy mix e di nomine.

Quali sono gli scenari che si aprono sulle nomine dei vertici della Commissione e, di rimando, della Bce?

Se si va verso un’integrazione dei verdi la politica fiscale diventerà più espansiva e permissiva e potrebbe favorire la nomina a capo della Commissione europea del candidato socialista olandese Frans Timmermans a discapito del candidato previsto del Ppe, Manfred Weber. Cosicché i casi sono due: o la Merkel si rimette in gioco in prima persona occupando lo slot tedesco – ed è lo scenario migliore di tutti perché a quel punto la Bce rimane a trazione mediterranea – oppure se Macron prevale nel pretendere la Commissione per la Francia con Michel Barnier, o ancora se il capo del governo fosse una liberaldemocratica di spicco come Margrethe Vestager, allora il rischio di un falco alla guida della Bce aumenta, con effetti potenzialmente molto negativi per gli asset periferici e italiani in particolare. La finanza italiana ha bisogno di una banca centrale “dovish”, ovvero a conduzione mediterranea.

Lo scenario peggiore per i mercati sia italiani sia europei con la conquista di un terzo dei seggi da parte dei partiti non tradizionali, comunque, non si è manifestato.

Cosa succederà alle Borse europee? È un voto che cambia in maniera rilevante i corsi finanziari?

Direi di no, il risultato al contrario si può leggere in chiave di una lieve indicazione positiva per gli asset rischiosi europei. A livello aggregato il dato importante è che un momento potenzialmente difficile è passato senza traumi. Ma se nei prossimi due mesi qualcosa dovesse andare nel verso sbagliato? Anche in questo caso, turbolenze possono arrivare non tanto per gli asset europei in aggregato quando per una selezione di essi. In particolare i vasi di coccio sono sempre gli asset italiani.

Salvini ribadisce che il governo resta in piedi. Con quali effetti su spread e Borsa?

L’Italia rischia di contare poco, ma una svolta moderata della Lega non è da escludere. Prima però dovrà consumarsi l’epilogo di una coalizione interna che sarà certamente messa in discussione. La leadership di Salvini ha una responsabilità importante nel momento in cui bisogna costruire una legge finanziaria dai connotati difficili. Se si trovassero a farla di fronte a un policy mix di politica fiscale leggermente più permissiva, compensata da una banca centrale intransigente, per gli asset italiani una minore disciplina fiscale con tassi più elevati rappresenterebbe uno scenario molto penalizzante che potrebbe innescare il movimento al ribasso delle banche, dell’indice FTSE/Mib e, a catena, degli indici europei e dell’euro con effetti negativi per tutti gli spread periferici, che si allargherebbero.

Tornerebbero, quindi, gli spettri della disgregazione dell’euro e dell’Italexit?

Sono ottimista: ritengo che abbiamo imparato la lezione e che il voto favorisca uno scenario di svolta per il centrodestra in chiave dirigista per la crescita del Paese, che penso si accompagnerà a un grosso ridimensionamento della retorica antieuropea. Del resto, gli ultimi sondaggi eurobarometro hanno mostrato che gli italiani vogliono l’euro. Il processo contrario sarebbe un disastro epocale per conseguenze economico-finanziarie.

Una Lega più di governo che di lotta, insomma.

Questa sarebbe una svolta importante, magari lenta e che richiede tempo, ma che si riaccompagnerebbe certamente a una ripresa delle quotazioni di banche e Btp. Un indirizzo moderato, accompagnato alla ricerca di legittimazione all’interno del partito popolare, aprirebbe scenari senz’altro positivi.

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