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La felicità oggi richiede più saggezza e meno leadership


Siamo più intelligenti e anche più stressati. Qualcosa non sta funzionando
La felicità oggi richiede più saggezza e meno leadership

Oggi siamo più intelligenti rispetto a cinquant'anni fa. A dirlo è James Flynn, Professore di scienze politiche presso l'Università di Otago; in un suo celebre studio sull'intelligenza, ci informa che il QI tende a crescere di circa 9 punti ogni generazione. Rispetto al secolo scorso, quindi, il QI medio della popolazione è aumentato di circa 30 punti.

Un altro dato interessante è quello che emerge dal Report Training Industry Research 2019: ci dice che nel corso del 2018 le aziende hanno speso complessivamente 3,4 miliardi di dollari in programmi di sviluppo della leadership ed evidenzia un trend in forte crescita.

La domanda che sorge spontanea è se ci siano delle ripercussioni positive da questa crescita di leadership e di intelligenza.

Leggendo le news sui giornali e, soprattutto, dando un'occhiata a quanto accade sui principali social, dubito che si possa pensare che il mondo vada nella giusta direzione.

La crisi finanziaria dello scorso decennio ha esteso le diseguaglianze economiche e sociali, in diverse parti del mondo sono arrivati al potere leader illiberali alla guida di movimenti populisti, si propagano sentimenti di intolleranza razziale e religiosa spesso alimentati dal fenomeno delle fake news e ci troviamo di fronte a una preoccupante crisi climatica a cui nessuno presta davvero attenzione.

A ciò aggiungiamo la perdita di identità che il lavoro sta subendo, sempre più in crisi, sempre più spesso percepito come una gabbia da cui evadere che spinge le persone in uno stato di insoddisfazione continua.

Un esempio è quello del Giappone, dove la rivoluzione industriale si è imposta con rapidità durante la Restaurazione Meiji del 1868. A distanza di 150 anni nel Paese si lavora per una media di 12 ore al giorno e la media dei giorni di vacanza da parte dei dipendenti arriva ad appena 7,9 giorni l’anno.

La morte per superlavoro è una realtà; sebbene non esista ancora un nome italiano per definirla, altri paesi abituati da tempo a questa realtà un nome glielo hanno dato. In Giappone è karoshi, in Cina guolaosi e in Corea gwarosa. Per queste popolazioni in cui lo stile di vita è dettato dai ritmi dell’industria, del commercio e più in generale della produttività, il silenzio e il riposo non sono solo un lusso, ma sempre più rari.

Ma non sono direttamente la mancanza di sonno e lo stress a uccidere. Ciò che accade davvero in questi paesi è un considerevole aumento dei tassi di suicidio. L’esaurimento e la disperazione sono così forti che molte persone non vedono altra soluzione alla loro realtà personale e scelgono la via più drammatica. Se rimaniamo in occidente, invece, la situazione cambia un po’.

In Europa e in America non esistono dati rilevanti che colleghino il sovraccarico da lavoro al suicidio, ma piuttosto a malattie cardiovascolari e ad alti tassi di depressione, ansia, stress, insonnia… Secondo gli esperti del settore, come il Dr. Michael Roizen, Direttore della Cleveland Wellness Clinic, “Oggigiorno il riposo è l’abitudine legata alla salute più sottovalutata”.

Gli studi dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro hanno dimostrato che le ripercussioni sui dipendenti vanno a danneggiare anche le aziende, con un danno quantificato in 136 miliardi di euro l’anno.

A dispetto di ciò che si pensava, nel Ventesimo secolo le innovazioni tecnologiche non hanno alleggerito le condizioni dei dipendenti. L’abbattimento dei tempi di produzione è andato tutto a vantaggio del datore di lavoro, che richiede una sempre maggiore flessibilità di orario e dinamicità dai parte dei sottoposti, soffocando la loro dimensione personale.

Robert J, Sternberg, docente di Human Development presso la Cornell University e autore del recente “The Cambridge Handbook of Wisdom” (2019), sembra avere le idee chiare sulle cause che hanno portato a questa situazione: «Il mondo non soffre di mancanza di intelligenza o di leadership, soffre fortemente di mancanza di saggezza».

Siamo, quindi, più intelligenti, ci atteggiamo a leader, ma manchiamo completamente di saggezza.

Si parla di saggezza dai tempi di Socrate, ma le ricerche accademiche nel campo della psicologia, sociologia, filosofia ed antropologia sono piuttosto recenti. La definizione di saggezza che scaturisce da questi studi è particolarmente interessante: viene considerata come l'arte di raggiungere un bene comune trovando un equilibrio e un bilanciamento tra interessi diversi (intra, inter ed extrapersonali).

La saggezza non porta, quindi, con sé modelli di azione preconfezionati, ma rappresenta la capacità di comprendere il carattere specifico di luoghi, persone e momenti particolari.

Osservando le vicende internazionali e le modalità di gestione di molte aziende, è impossibile non notare una significativa mancanza di saggezza. Vincono egoismi e localismi, il raggiungimento di obiettivi di breve, il narcisismo dell'ego che mette al centro l'interesse individuale e la logica della vittoria a tutti i costi. L'ottica di massimizzazione del profitto/valore, la deificazione dei CEO, così come il proliferare dei guru, ne rappresentano gli effetti nel mondo aziendale.

La saggezza è sempre stata una componente importante per l'umanità, in epoche passate ci si poteva affidare ai “saggi”, figure mitiche quanto rare che dispensavano consigli e guidavano gli altri.

Oggi tutto ciò non è più sufficiente. Il mondo di oggi è fortemente interconnesso e interdipendente. Questa complessità porta ogni individuo (secondo i suoi gradi di responsabilità) costantemente ad affrontare trade-off, imprevisti, ambiguità e paradossi.

E le sue scelte possono avere effetti sistemici per tutta la comunità in cui opera.
Bisogna liberarsi dalla “strana follia” della civiltà dei consumi, descritta da Lafargue come: “l’amore del lavoro, la passione esiziale del lavoro, spinta sino all’esaurimento delle forze vitali dell’individuo e della sua progenie”.

La soluzione è quella di riconnettersi profondamente con noi stessi, tornare a sentirci e a comprenderci, riconsiderare profondamente il concetto di fatica. Nella società odierna esiste una forte distorsione concettuale di tale termine in quanto si considera la fatica come un valore e non come un segnale su cui intervenire.

Cambiare la cultura passa da qua, da una azione di saggezza prima con noi stessi e poi con gli altri intervenendo su quei segnali che ci fanno stare male nei tempi e nei giusti modi, affidandoci alla nostra innata capacità di vedere il possibile prima di realizzarlo.

Per fare ciò occorre dare al tempo il giusto valore.

Bertrand Russell, In Elogio dell’ozio, pubblicato nel 1935, ha scritto che “se nei tempi antichi l’ozio di pochi poteva essere garantito soltanto dalle fatiche di molti, la tecnica moderna ci consente di distribuirlo equamente tra tutti i membri della comunità”.

Per il filosofo gallese, con gli innovativi metodi di produzione si può distruggere l’etica del lavoro, definita non a caso “etica degli schiavi”. Al posto di renderle l’ennesimo strumento con cui i datori di lavoro vessano i dipendenti, le nuove tecnologie hanno il potenziale per assicurare a ciascuno di noi la pratica dell’ozio, intesa come contemplazione del circostante e utile per ritrovare la propria dignità di uomini.

Non a caso, Russell auspicava anche una riforma dell’istruzione, per “Educare e raffinare il gusto in modo che un uomo possa sfruttare con intelligenza il proprio tempo libero”.

Per mettere in pratica la visione del filosofo è necessario dare vita a una cultura del lavoro meno autoritaria, fondata sulla collaborazione fra titolare e impiegato, dove le tecnologie giochino un ruolo positivo senza diventare l’ennesimo nemico da combattere o da accettare con rassegnazione.

E’ importante ricordare che essere veloci ci fa camminare più in fretta, ma solo la saggezza conosce la corretta via.

 

 

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