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La gentilezza si prende la rivincita: “Aiuta a stare bene”


La presidente del World Kindness Movement: «Anche le aziende ci chiedono corsi per i dipendenti»
La gentilezza si prende la rivincita: “Aiuta a stare bene”

Anni fa, quando entrava in un negozio d’abbigliamento, metteva in atto un suo piccolo rito. «Infilavo nelle tasche dei jeans in vendita un biglietto con un messaggio positivo, in modo da strappare un sorriso, una volta a casa di fronte alla sorpresa, a chi li avesse comprati».

Ora la battaglia della gentilezza di Cristina Milani, svizzera, psicologa di formazione e con un lavoro nel campo della comunicazione, è più strutturata. E globale. Perché è presidente del World Kindness Movement (movimento nato nel 1997 che riunisce 28 Paesi tra cui l’Italia) e perché la gentilezza sta tornando di moda nel mondo (tra libri, film e corsi), anche se più nei propositi che nella pratica.

A fare da volano al ritorno della gentilezza sono ricerche che sottolineano come essere affabili faccia bene alla salute. Per molti, poi, sarebbe legata alla felicità, che ora si «insegna» anche all’università: il corso più frequentato nella secolare storia della prestigiosa Yale è infatti «Psychology and the Good Life» (1200 studenti per la docente Laurie Santos).

A interessarsi alla gentilezza sono associazioni, aziende, singoli e anche il cinema (con «Wonder», dal libro di R.J. Palacio).

«Mi chiamano per tenere corsi e seminari, sono in contatto con una casa di moda per un intervento», spiega Cristina Milani, autrice della “Forza nascosta della gentilezza”.

«La gentilezza non si può insegnare, sarebbe arrogante da parte mia, ma ci sono piccoli trucchi o atteggiamenti da mettere in atto per stare meglio. Gentilezza significa cura a 360 gradi».

I suoi corsi si focalizzano su tre aspetti: se stessi (mente e corpo), gli altri e l’ambiente. Esempi? «Essere gentili con il proprio corpo significa rispettare la stagionalità dei prodotti alimentari, non solo per promuovere la filosofia del chilometro zero, ma anche perché un pomodoro che matura in una cella frigorifera non ha i nutrienti che dovrebbe avere. O le creme: non mettere quelle derivate da estratti del petrolio». Rispettare sé per rispettare l’ambiente.

Poi c’è il capitolo altri. «Le imprese mi contattano per rafforzare il lavoro di squadra - spiega Milani - o per insegnare ai dipendenti che usano il telefono come rimanere gentili di fronte all’aggressività dei clienti. Senza contare che le aziende stesse - prosegue - dovrebbero cambiare: stanno diventando sempre più chiuse, hanno centralini che somigliano a dogane, dimenticano che la loro esistenza è data da quel pubblico che vogliono tenere distante».

Il World Kindness Movement vorrebbe stilare i criteri che definiscono una città gentile (valutando fattori come il cohousing o la mobilità) e il primo maggio lancerà una ricerca sulla gentilezza in azienda.

In una società percepita come sempre più aggressiva anche online (secondo il Pew Research Center la maggioranza degli americani denuncia atteggiamenti incivili in Rete, e secondo il Digital Civility Index diffuso da Microsoft il 53% degli intervistati in Italia dice di aver subito molestie o atti di bullismo), «il ritorno alla gentilezza aiuta. È importante imparare a non infuriarsi di fronte al primo sgarbato. Io - conclude Milani - li classifico in 4 tipi: maleducato, ineducato, egocentrico, aggressivo. Persone a cui non hanno insegnato il vivere civile, con problemi di autostima o mancanza di visione reale sul mondo. Catalogarli e comportarsi in modo diverso fa sentire dei privilegiati. Abbassa il livello di rabbia, fa sentire più sereni».

Ma davvero la gentilezza ci rende più felici?

Secondo un imponente studio dei ricercatori delle Università di Oxford e Bournemouth, che hanno analizzato 400 pubblicazioni e 21 ricerche che nello specifico mettevano in relazione gentilezza e felicità, no. Non molto almeno. «In una scala da 0 a 10 - scrivono - l’effetto è relativamente modesto, intorno all’1». Ma forse è meglio di niente.

 

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