La paura che paralizza


Ansia e attacchi di panico negli sportivi. Cosa succede nella testa degli atleti e come tornare a vincere
La paura che paralizza
Tre domande a Stefania Ortensi, psicologa dello sport e responsabile didattica del 22° Master in Psicologia dello Sport di Psicosport.

Ai Giochi Europei di Baku la 17enne arciera kosovara Lirije Sahti è scoppiata in lacrime e ha lasciato la gara. Non è il primo caso di atleta sopraffatta da una crisi di panico e purtoppo non sarà l'ultima.
Allenamenti intensivi, giovane età, competizione importante, pressione. Un mix di fattori potenzialmente esplosivo se l'atleta non viene adeguatamente supportato a livello tecnico, tattico e mentale.

Cosa succede nella mente di un atleta che reagisce in questo modo, abbondonando la competizione?
Una crisi emotiva di questo tipo con una conseguente dinamica di evitamento come quella di abbandonare la gara può avere diverse origini.
Non è raro che nel tiro con l’arco di senta parlare di "Target panic" , panico del bersaglio o paura del giallo, modi diversi per descrivere un vero e proprio blocco che colpisce l’arciere quando tira in gara e in allenamento.
È una forma di ansia da prestazione non troppo diversa in realtà da quella esperita da altri atleti in differenti discipline sportive, pensiamo ad esempio allo Yip nel golf. Le dinamiche intrapsichiche che sottendono questo fenomeno possono essere molteplici, probabilmente tra le più diffuse troviamo un disequilibrio tra la percezione delle proprie abilità e la difficoltà della sfida da affrontare per cui l’atleta non si sente all’altezza del compito. Ma anche il carico di aspettative esterne che l’arciere percepisce su di sé (poco importa se ci siano davvero o esistano solo nella sua testa) e la conseguente paura di deludere le persone che hanno creduto in lui. Oppure un agonismo troppo precoce a fronte di totale assenza o inadeguata preparazione mentale.
Altre volte l’ansia nasce dal timore di affrontare il "momento della verità" , un momento clou della stagione agonistica o della carriera dello sportivo in cui si ha la percezione di dover dimostrare a sé o agli altri il proprio vero valore o - nell’ottica dell’atleta insicuro- palesare la propria inadeguatezza.

Cosa può fare l'allenatore, ci sono segnali da cogliere?
Un arciere esperto o un allenatore possono essere in grado di cogliere le prime avvisaglie di questo fenomeno anche in allenamento. Tra i primi campanelli di allarme troviamo
- l’irrigidimento eccessivo del corpo dell’arciere durante la routine di tiro, tale da non riuscire più a comandare il movimento corretto (il braccio dell'arco si blocca, difficoltà di eseguire un ancoraggio corretto, problemi ad uscire correttamente dal clicker)
- l’incapacità di eseguire lo sgancio della freccia al momento opportuno (il rilascio è anticipato o ritardato, le frecce partono da sole)
- la difficoltà di posizionare il mirino sul giallo (impossibilità di mantenere la mira).
Il verificarsi ripetuto in gara o in allenamento di uno più di questi sintomi può portare arciere ed allenatore a spostare l’attenzione sullo stato emotivo dell’atleta ed eventualmente valutare il coinvolgimento di un mental trainer a supporto dello sportivo.

Che strascichi può causare un episodio del genere?
Purtroppo ogni dinamica di evitamento per natura è inefficace ed ottiene l’effetto opposto a quello desiderato, ovvero aumenta l’ansia.
Nel tempo quindi si può ipotizzare che oltre all’ansia di non essere all’altezza subentri anche la paura che si rimanifesti un episodio di ansia così intensa. Una sorta di ansia dell’ansia che va ad alimentare una spirale di pensieri negativi che si autoalimenta.

Sicuramente la preparazione mentale è la chiave per superare questo empasse.
In particolare la creazione di routine pre-tiro per gestire al meglio emotività e concentrazione e routine di reazione all’errore, per lasciarsi alle spalle la prestazione deludente e ripartire da zero ad ogni freccia, sono alleati preziosi che possono fare la differenza sulla linea di tiro.

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di Alice Buffoni

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