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La sindrome da alienazione parentale e il diritto alla bigenitorialità


Quando il conflitto dei genitori pregiudica la crescita sana ed equilibrata del figlio
La sindrome da alienazione parentale e il diritto alla bigenitorialità

 

Si parla di sindrome da alienazione parentale nei casi in cui un genitore ponga in essere un insieme di comportamenti che portino all’emarginazione e alla neutralizzazione dell’altra figura genitoriale.

Rileva, che tali condotte non richiedono l’elemento psicologico del dolo essendo sufficiente la colpa o l’origine patologica delle condotte, anche se è necessario precisare che la PAS non integra una nozione di patologia clinicamente accertabile.

Si rammenta che, con l’entrata in vigore della legge 08.02.2006 n. 54, è stato sancito il principio della bigenitorialità, ovvero il diritto del figlio a continuare a mantenere rapporti di frequentazione con ciascun genitore.

Il profilo innovativo della normativa è proprio la centralità del minore e il riconoscimento della sua esigenza di continuare a mantenere invariati i contatti con entrambi i genitori nei casi di crisi familiare.

Proprio in tale ottica la Legge 54/2006, in materia di crisi della famiglia, non solo ha previsto, anche dopo la disgregazione del nucleo familiare, la presenza contemporanea ed alternata di entrambi i genitori nella vita del figlio, introducendo l'affido condiviso, ma ha anche introdotto in totale applicazione dei principi posti dalla Convenzione Internazionale di New York del 1989 e nella Convenziona europea dei diritti del fanciullo, già assorbita nella nostra legislazione dall’anno 2003, il diritto del minore alla bigenitorialità.

Pertanto, i comportamenti posti in essere da un genitore e riconducibili alla PAS, determinano la lesione del diritto del minore ad un percorso di sana crescita in un contesto bigenitoriale e pertanto il minore dovrà essere tutelato.

In merito la Corte di Cassazione con la sentenza 6919/2016 ha rilevato che, l'esistenza o meno della Alienazione Genitoriale, rientra tra gli obblighi di accertamento giudiziale, richiesti al Giudice del caso concreto, in quanto, ove esistente, rappresenti, in punto di diritto, una violazione inescusabile del superiore Diritto del minore a godere della bigenitorialità come elemento della sua equilibrata crescita”.

Le stesse considerazioni sono state poste alla base della sentenza del 23/06/16, Caso Strumia c. Italia, in cui l’Italia è stata condannata per violazione dell’art. 8 CEDU in ragione della mancata tutela del diritto di visita del padre nei confronti della figlia nei lunghi sette anni di vicenda giudiziaria tra le parti.

In tale caso la risposta alle esigenze di tutela rappresentate dal padre alle autorità interne era stata, secondo la Corte, debole, lenta e inadeguata, tanto da pregiudicare in via definitiva la possibilità di un recupero del rapporto del padre con la figlia, essendo cresciuta quest’ultima sotto l’influenza della madre sin dalla tenera età e senza poter avere contatti significativi con il padre, infatti consolidò un significativo senso di rifiuto e avversione verso la figura paterna, tale da far fallire qualsiasi progetto di riavvicinamento.

Risulta evidente che i diritti fondamentali della persona, come quello ai legami familiari ed affettivi, richiedano affinché la loro tutela sia effettiva, che coloro che operano nel settore della famiglia, tanto nell’ambito del potere giudiziario, tanto nell’ambito dei servizi di assistenza sociale sul territorio, intervengano con misure tempestive e pensate per risolvere in concreto le difficoltà che, di volta in volta, risultano maturate nell’ambito della famiglia in crisi.

Rileva che tale supremo diritto del minore, a continuare a mantenere rapporti di frequentazione con ciascun genitore, dovrà essere tutelato anche attraverso provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria incidenti sull’esercizio e/o sulla titolarità della responsabilità genitoriale, anche attraverso interventi di supporto di tipo terapeutico che potrebbero consentire, se seguiti, da uno o da entrambi i genitori di superare le proprie fragilità e criticità personali - che inevitabilmente si riflettono sulla capacità genitoriale - e di conservare integra la propria responsabilità  genitoriale.

In difetto, si verrà a determinare un inevitabile sicuro pregiudizio per il percorso evolutivo del minore.

 

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