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Lo smartworking, cos'è e in cosa consiste?


Lo smartworking, in questo periodo se ne sente parlare molto spesso. Come si configura giuridicamente? Differenze con il lavoro tradizionale
Lo smartworking, cos'è e in cosa consiste?

Di questi tempi si sente sempre più parlare dello smart working e, volendo pubblicare un nuovo articolo sulla materia di cui mi occupo prevalentemente, ho pensato che potrebbe essere utile fornire informazioni su questo nuovo tipo di lavoro che io preferisco definire "intelligente" in quanto aggettivo più fedele all'originale "smart".


Che cosa è lo smart working?

Esso è stato definito dall’Osservatorio del Politecnico di Milano come “una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”.

Più precisamente questo nuovo lavoro si delinea come un modello organizzativo che interviene nel rapporto tra individuo ed azienda.

Si è visto, infatti, come sempre di più lo smart working si diffonda nei rapporti di lavoro tra privati e imprese oppure con riferimento alle Pubbliche Amministrazioni.
Nello specifico, si tratta di un tipo di rapporto lavorativo che è caratterizzato dall’autonomia nelle modalità di svolgimento dell’attività poiché ciò che conta è il raggiungimento dei risultati che l’azienda oppure l’Ente pubblico si propongono.

Esso presuppone appunto il la riformulazione “intelligente” delle modalità con cui si svolgono le predette attività anche all’interno degli spazi aziendali, rimuovendo ostacoli e modelli antiquati, legati al concetto della postazione fissa oppure open space ed ufficio singolo che non sono adeguati ai principi di personalizzazione, flessibilità e virtualità.

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali definisce  «lo Smart Working (o Lavoro Agile) come  una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività».

Occorre tuttavia evidenziare che lo smart working ha dei risvolti assai complessi per la vita delle persone coinvolte in quanto, a differenza del passato e del classico “lavoro d’ufficio” si innesca in un percorso di profondo cambiamento culturale e si richiede un’evoluzione dei modelli organizzativi aziendali oppure amministrativi quando si ha a che fare con un Ente pubblico.

Se intendiamo lo smart working  come nuovo modo di lavorare che consente un miglior bilanciamento tra qualità della vita e produttività individuale, esso è anche il risultato di un saggio ed equilibrato dell’innovazione digitale a supporto di approcci strategici che puntano sull’integrazione e sulla collaborazione tra le persone, in particolare, e tra le organizzazioni, in generale.

In tutto questo la tecnologia gioca un ruolo chiave, perché quando si parla di trasformazione digitale nei luoghi di lavoro si pensa anche all’applicazione di tecnologie avanzate per connettere persone, spazi, oggetti ai processi di business, con l’obiettivo di aumentare la produttività, innovare, coinvolgere persone e gruppi di lavoro.

Adottare lo smart working non vuol dire soltanto lavorare da casa e utilizzare le nuove tecnologie, lo smart working non è il telelavoro: è anche, e soprattutto, un paradigma che prevede la revisione del modello di leadership e dell’organizzazione, rafforzando il concetto di collaborazione e favorendo la condivisione di spazi.

Nell’ottica smart, il concetto di ufficio diventa ‘aperto’, il vero spazio lavorativo è quello che favorisce la creatività delle persone, genera relazioni che oltrepassano i confini aziendali, stimola nuove idee e quindi nuovo business.
Ecco il punto cruciale dello studio; lo smart working non deve essere confuso con il telelavoro!

Non significa soltanto lavorare da casa ed utilizzare le moderne tecnologie che consentono di essere connessi pur essendo fisicamente distanti, come molti potrebbero essere indotti a pensare. Sono due tipi di lavoro diversi. Sarebbe troppo semplicistico ridurre il nostro modello a questo.

Con lo smart working viene principalmente rivisto il tipo di leadership e di organizzazione aziendale rafforzando invece il concetto di collaborazione e favorendo la condivisione degli spazi.

In questo senso, che dà al nuovo modello lavorativo una visione tutt’altro che individualista ed isolata, il concetto di ufficio diventa “aperto” perché favorisce la creatività del singolo, genera relazioni che vanno oltre i confini fisici dell’azienda, stimola nuove idee e quindi l’espansione degli affari.

Lo smart working, lungi dall’essere un lavoro “casalingo” in cui il lavoratore svolge la sua attività dalla propria abitazione ed è isolato dagli altri, si può piuttosto definire come “lavoro agile”.

Certamente in queste settimane, tale forma di lavoro è stata molto richiesta dalle aziende per limitare il contagio da coronavirus tanto che ha costituito oggetto di uno specifico decreto attuativo di una legge già esistente sin dal 2017.

In particolare, il decreto attuativo del 23 febbraio 2020 n. 6 – recante le misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da SARS-CoV-2 (è questa la sigla ufficiale che indica il Coronavirus) che causa la malattia COVID-19 – prevede “la sospensione delle attività lavorative per le imprese […] ad esclusione di quelle che possono essere svolte in modalità domiciliare ovvero in modalità a distanza”

Come si legge sul testo pubblicato in Gazzetta ufficiale, la decisione è stata presa dalla Presidenza del Consiglio “ritenuta la straordinaria necessità e urgenza di emanare disposizioni per contrastare l’emergenza epidemiologica da Covid-19, adottando misure di contrasto e contenimento alla  diffusione  del predetto virus”.

Pur volendo prendere in considerazione lo smart working come strumento di contenimento del contagio – misura molto saggia per tutelare la salute pubblica – va osservato che non solo le aziende, ma anche le istituzioni sono ormai consapevoli dell’importanza di consentire ai dipendenti di lavorare in modo flessibile rispetto al luogo e all’orario, consentendo l’uso delle tecnologie digitali proprio in virtù degli effetti positivi ottenuti in termini di qualità del lavoro.

Ciò è testimoniato, a livello legislativo, dall’entrata in vigore della Legge n. 81/2017, pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 135 ed introduttiva del Job Act sul lavoro autonomo. Tale disposizione normativa, recante il titolo “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure vòlte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato”, ha come finalità proprio quella di favorire e tutelare in modo organico il c.d. “lavoro agile”.

Il 10 maggio 2017, il Senato della Repubblica ha infatti approvato in via definitiva il testo del Disegno di legge AC. N. 2233B che disciplina lo Smart Working, definito, “l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato”.

Sempre esaminando la disciplina normativa dello smart working, si può ancora notare quanto grande sia l’interesse del Legislatore verso questo nuovo modello.

Con la legge di Bilancio 2019, n. 145 del 30 dicembre 2018, infatti, è stato modificato l’articolo 18 del c.d. Jobs Act, inserendo il comma 3-bis secondo cui il datore di lavoro che stipula accordi per l’esecuzione della prestazione di lavoro in modalità agile, deve dare priorità alle richieste di smart working formulate dalle lavoratrici nei tre anni successivi alla conclusione del periodo di congedo obbligatorio di maternità e a quelle dei lavoratori con figli in condizioni di disabilità. In tal modo opera un vincolo al potere datoriale non solo nell’ambito della stipula del singolo accordo di lavoro agile ma, più in generale, a livello del potere/diritto di organizzazione di impresa e della gestione del personale.

In realtà, se si volesse essere più precisi traducendo letteralmente dall’inglese, più che di lavoro agile si dovrebbe parlare di lavoro “intelligente” e lo è, a mio avviso e anche alla luce dell’analisi di autorevoli manager come delle norme che abbiamo appena esaminato perché favorire la produttività, stimolare la creatività ed agevolare così il mondo degli affari è un modo intelligente di concepire il lavoro.

“Intelligenza” avvalorata non soltanto dall’adozione del nuovo modello a livello aziendale, ma anche a livello legislativo e giurisprudenziale.

Molti sono gli sviluppi che in futuro lo smart working potrà avere proprio grazie alle normative vigenti ed alle pronunce dei giudici del lavoro e di questi sicuramente è mia intenzione scrivere.

Per il momento ritengo opportuno fermarmi qui per non essere eccessivamente prolissa e per lasciare lo spazio a nuovi e sempre più interessanti spunti di riflessione sull’argomento.

 

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