Lo Spazio d'Uso


Abitare è scegliere e scegliere è lasciare...
Lo Spazio d'Uso
Il progetto Spazio d’uso nasce nel 1998 ad opera dell’architetto Raimondo Masu nel contesto del Laboratori di Progettazione Ambientale e di Progettazione dei Sistemi Costruttivi della Facoltà di Architettura Milano Bovisa. La questione che doveva trovare soluzione era in che modo veicolare una quantità indefinita di informazioni nel più breve tempo possibile, ad un numero non esiguo di studenti di Architettura che da lì a poco avrebbero dovuto essere in grado di progettare e comporre a partire dalle risorse e dagli strumenti a disposizione.
Là dove non arriva un elenco di nozioni e di eccezioni, può arrivare un sistema operativo. Sistema operativo che abbia in primo luogo un obiettivo: manifestare la scelta del progettista. Non progettare bene, non scegliere il giusto, ma palesare le scelte e le regole che hanno agito, stanno agendo e continueranno a farlo, attraverso tutte le possibili modificazioni, all’interno di uno spazio. Nella certezza che la responsabilità, se non vuole rispondere ad un principio assoluto, sempre passibile di relativismo o terrorismo, quale il giusto o il bene, debba mostrarsi solo nell’attivazione della scelta, ovvero in tutto quell’insieme di regole - disposte nello spazio e nel tempo - che siano in grado di riflettere l’azione di chi progetta.
Per sua natura, il sistema operativo Spazio d’uso deve poter declassare di un elemento: il contenuto. In un momento storico in cui ciò che si denuncia è proprio la mancanza di contenuti in qualunque ambito della nostra vita, Spazio d’uso li ridimensiona a variabile, ovvero ad una fra le possibili scale di riferimento che articolano il reale. L’emancipazione dal contenuto permetterà in primo luogo di abbandonare il semplice protocollo come piano d’azione della scelta e, in secondo luogo, di evitare il conflitto inteso come tentativo di occupare il posto dell’altro.
Proprio il ridimensionamento dell’importanza dei contenuti, da poter intendere a partire dalla lezione socratica del "so di non sapere", permette di mostrare il vero obiettivo del progettista: il lasciare. Nel momento in cui una scelta viene ad essere progettata e realizzata, essa dovrà lasciare spazio di manovra alle scelte che saranno agite a partire da essa. Lasciare è, in primo luogo, il riconoscimento della delega che ognuno di noi agisce nel momento in cui sceglie, e la consapevolezza che essa dovrà essere restituita per permettere nuove azioni. Non si è da soli, al mondo: ogni azione è resa possibile da una certa quantità di energia, e da una cerca quota di delega su quest’ultima concessa dagli altri, a partire dalla quale la nostra responsabilità dovrà essere attivata.
In questi anni Spazio d’uso ha posto le basi per una teoria dell’azione - ad opera del lavoro di tesi di laurea di Giulia Li Destri Nicosia - che specificasse la portata operativa dei concetti chiamati in causa, previo loro rifasamento: suo scopo è riposizionare quella che potremmo definire la loro quota energetica al fine di indicarne un nuovo ordine di applicazione.
A tale processo, sono stati sottoposti concetti come azione, traduzione, rappresentazione, bisogno, abitare, natura, fino ad arrivare a questioni più specifiche inerenti alla proprietà, alla delega, ai diritti e ai beni comuni.
In un periodo in cui si cerca di ridefinire, sotto il punto di vista economico, ambientale e sociale, l’attuale modello di produzione e progettazione attraverso la lente della sostenibilità, Spazio d’uso apre a una strada che permette di modulare le singole azioni sottraendole alle logiche sempre agenti del consumo e della conservazione di equilibri che mostrano quotidianamente il loro paradosso interno.
La proposta di Peter Sloterdijk secondo cui è necessario prendere in considerazione "la graduale conversione dell’attuale sistema fiscale da rituale burocratico, basato sul prelievo obbligatorio d’imposta, in prassi basata su contributi volontari dei cittadini a beneficio della collettività"
pur individuando un nodo sostanziale, rischia di essere passibile di dissociazione. Se da un lato sembra sottendere il riconoscimento dei vantaggi derivati dalla Socializzazione, dall’altro rischia di spingere le soluzioni su un principio d’obbedienza impostato sulla fedeltà di appartenenza al gruppo. In questo modo, sembrerebbe ignorare del tutto il trasferimento delle quote di uguaglianza, ovvero le quote d’energia di sussistenza prodotte là dove l’individuo è posizionato.
Anche minime quote di consumo, pur se derivate da aiuti, sono quote di sussistenza, quote prodotte su altra posizione: esattamente ciò che avviene quando un laureato in Italia, che dopo la laurea svolge la sua attività di ricerca in America, sta trasferendo di fatto quote di sussistenza prodotte in Italia, e quote che saranno sussistenza produttiva in altri luoghi.
Ignorare questo è ignorare che Abitare è scegliere e scegliere è lasciare.

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