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Il mantenimento è dovuto anche se il figlio maggiorenne si rifiuta di frequentare il genitore?


Anche se il figlio maggiorenne non economicamente autosufficiente si rifiuta di frequentare il genitore, quest'ultimo deve comunque pagare l'assegno di mantenimento
Il mantenimento è dovuto anche se il figlio maggiorenne si rifiuta di frequentare il genitore?

Secondo una recente sentenza della Corte di Cassazione (Cass. civ., ord. 30 gennaio 2019, n. 2735) "la mancata frequentazione tra il genitore e il proprio figlio, causata da una decisione del figlio, non comporta per il genitore il venir meno dell'obbligo di mantenimento economico. Pertanto, quest'ultimo sarà tenuto a versare l'assegno di mantenimento al figlio anche se costui ha deciso di non frequentarlo" (la S.C., nel caso di specie, ha respinto il ricorso di un padre diretto all'eliminazione dell'assegno di mantenimento nei confronti della figlia maggiorenne. Per la Corte, dunque, la scelta della figlia di non vedere il padre è circostanza del tutto irrilevante che non interferisce sull'an e sul quantum dell'assegno di mantenimento).

La fattispecie affrontata dalla Suprema Corte concerne l'obbligo di mantenimento dei figli e, in particolare, di quelli maggiorenni seppur non ancora autosufficienti.

Il dovere di mantenimento dei genitori in favore dei figli è sancito dall'art. 30, comma 1, Cost., dall'art. 315 bis c.c. e dall'art. 316 bis c.c.

In caso di separazione dei genitori, si applica l'art. 337 ter, comma 4, c.c., secondo cui il giudice è chiamato a stabilire un assegno periodico, generalmente mensile, il cui ammontare deve essere determinato considerando diversi parametri, quali 1) le esigenze del figlio; 2) il tenore di vita goduto dallo stesso ante separazione, nel corso della  convivenza con entrambi i genitori; 3) i tempi di permanenza presso l'abitazione di ciascun genitore; 4) le risorse economiche di entrambi i genitori; 5) il diverso livello di compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

È evidente che il compimento della maggiore età da parte del figlio non cancella in maniera automatica l'obbligo di entrambi i genitori a provvedere al mantenimento dello stesso, secondo quanto stabilito dall'art. 337 septies c.c.

Detta norma, infatti, va interpretata ritenendo che il mantenimento del figlio divenuto maggiorenne è sempre dovuto, salvo che si verifichi un fatto estintivo dell'obbligazione. La causa estintiva principale della detta obbligazione, è naturalmente rappresentata dal raggiungimento dell'agognata indipendenza economica del figlio che, però, rappresenta un evento futuro, incerto e attualmente di difficile realizzazione a causa della notoria e conclamata congiuntura economica. Inoltre, la maggiore età viene raggiunta poco prima dell’inizio del percorso universitario del figlio, che rappresenta, invero, un periodo molto “intenso” per i genitori, dal punto di vista dell’esborso economico in favore della prole.

Per tentare di risolvere, almeno in parte, l’incertezza di una materia così complessa, dottrina e giurisprudenza hanno tentato di elaborare ulteriori cause di estinzione dell'obbligo di mantenimento, riconducibili alla condotta tenuta dal figlio maggiorenne.

La costante giurisprudenza della Cassazione, infatti, è concorde nell’affermare che l'obbligo di mantenimento viene meno, quando il mancato raggiungimento dell'autosufficienza economica sia causato da negligenza o dipenda da fatto imputabile al figlio.

In merito, le fattispecie generalmente ravvisabili riguardano:

A) il rifiuto ingiustificato del figlio alle opportunità di lavoro offerte, che sarebbero state in grado di affrancarlo dalla dipendenza economica dai genitori (Cass. n. 1830/2011; Cass. n. 7970/2013)

B) la colpevole inerzia del figlio, reo di aver prorogato il percorso di studi senza alcun rendimento e, dunque, in assenza del raggiungimento dei traguardi accademici o specialistici prefissati.

I requisiti sopra elencati non sono previsti espressamente in alcuna norma di legge, ma secondo la giurisprudenza costante della Cassazione rientrano a pieno titolo in quelle circostanze che, ex art. 337 septies c.c., il giudice adito deve valutare nel caso concreto, per decidere se disporre o revocare l'assegno di mantenimento in favore del figlio maggiorenne.

Nel caso di specie, il giudice adito è stato chiamato a valutare una specifica condotta del figlio ormai maggiorenne, non rientrante nelle fattispecie sopra elencate e ormai consolidate.

Ci si è chiesti, infatti, se la condotta del figlio maggiorenne che oppone un fermo e inequivocabile rifiuto alla frequentazione del genitore erogante l’assegno di mantenimento possa integrare una di quelle circostanze che, ai sensi dell’art. 337 septies c.c., il giudice è tenuto a valutare quale causa di estinzione del diritto di mantenimento in capo al figlio stesso.  

La Suprema Corte, con la sentenza in esame (Cass. civ., ord. 30 gennaio 2019, n. 2735) ha di fatto risposto negativamente al quesito sopra formulato, stabilendo che «il fatto che la mancata frequentazione della figlia sia dovuta alla decisione della stessa, non interferisce, in termini economici, col fatto che il ricorrente non vada incontro ad alcun diretto esborso o ad alcuna cura in favore della stessa, parametri che vanno obiettivamente valutati in sede di determinazione del quantum dell'assegno di mantenimento in favore della prole».  

Vale a dire che il fatto che il figlio maggiorenne, per sua decisione personale, non voglia né vedere né intraprendere una frequentazione regolare con il padre, non cancella il fatto che quest’ultimo, non frequentando il figlio nel quotidiano, non vada incontro a esborsi diretti, né sia tenuto a compiti di cura in favore dello stesso.

Tali ultime circostanze, seppur indipendenti dalla volontà del titolare dell’obbligo di assegno, devono essere comunque valutate obiettivamente nella fase della determinazione del quantum dello stesso e, dunque, non possono in nessun modo rappresentare una causa di estinzione dell'obbligo di mantenimento in favore del figlio.

 

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