Mediazione familiare: tutte le coppie sono mediabili?


La mediazione impossibile, quando il conflitto non è superabile
Mediazione familiare: tutte le coppie sono mediabili?

La mediazione familiare è una modalità di comportamento, di atteggiamento, di dialogo, di confronto, di “porsi in discussione”, di comprensione, attraverso cui le coppie genitoriali si impegnano, con animo collaborativo, costruttivo e mettendo in campo le proprie risorse personali, a dirimere il conflitto radicato nell’esercizio del proprio ruolo genitoriale anche in ambito di disgregazione familiare. È, quindi, possibile definire la mediazione familiare come un percorso di collaborazione, riscoperta e attivazione reciproca tra i genitori volto alla risoluzione del conflitto tra loro esistente.

Nel perseguire tale obiettivo, i genitori sono accompagnati dal mediatore familiare, una terza persona imparziale, qualificata e con una formazione specifica, che li aiuta e supporta nel trovare un canale comunicativo adeguato, finalizzato a vagliare le possibili soluzioni per affrontare le problematiche, quotidiane e non, senza arenarsi.

Lo scopo della mediazione familiare non è quello di riconciliare la coppia bensì quello di aiutare i genitori, tra i quali si è creato un conflitto, ad attivare un dialogo costruttivo al fine di giungere ad accordi condivisi nell’interesse primario dei figli.

Queste essendo le premesse, il percorso di mediazione familiare è attivabile solo in presenza di coppie che, per quanto conflittuali, abbiano una reale motivazione a collaborare finalizzata a mediare il rispettivo disaccordo avendo come unico e prioritario obiettivo la tutela dei propri figli.

La mediazione familiare non è, dunque, opportuna quando sussistono situazioni di assoluta mancanza di fiducia nell’altro genitore: ciò si verifica in presenza di episodi di maltrattamenti e/o violenza, anche sessuale (sia sull’ex partner che sui figli), in casi di tossicodipendenza e dipendenza importante da sostanze alcoliche ovvero in casi di disturbo di personalità. In tali situazioni, è ragionevole ritenere che vi sia un impedimento oggettivo non superabile che non consente alla coppia genitoriale di poter condividere proficuamente lo spazio di mediazione.

La mediazione familiare ha, altresì, impossibilità di riuscita in presenza di coppie unite da un “legame disperante” ovvero quando la coppia non riesce concretamente a separarsi, coltivando la speranza di un cambiamento positivo, pur non sussistendo, nella realtà, concrete ed oggettive possibilità che ciò accada. Tale legame impedisce una sana condivisione ed elaborazione della separazione che rimane, quindi, non accettata a livello psicologico ed intimo. Gli ex partner continuano così a rimanere legati da sentimenti quali il risentimento, la rabbia, il rancore e il desiderio di vendetta restando, così, invischiati in legami insani, appunto “disperati”.

In questo scenario, infatti, i genitori sono unicamente concentrati su propri sentimenti personali e negativi, tanto da non avere alcuna considerazione nei confronti dei figli che, purtroppo, rappresentano unicamente il mezzo attraverso cui colpire e ferire l’altro genitore.

Nelle ipotesi più compromesse, non solo la mediazione familiare non è un percorso attivabile, ma rischia, altresì, di alimentare nella coppia un senso di impotenza e inadeguatezza tanto da portare i genitori a realizzare, addirittura, l’idea dell’inevitabilità del conflitto, pur di mantenere vivo il legame tra loro.

Occorre, inoltre, evidenziare che solo raramente le coppie non mediabili divengono, con il tempo, mediabili poiché vi è, nella maggior parte dei casi, un’intrinseca e radicata impossibilità di reciproco rispetto e, ancor più, quando il conflitto si protrae per molto tempo, difficilmente i singoli genitori sono disposti a fare un passo indietro, “deponendo” ciascuno le proprie armi, con l’obiettivo di tornare a “vedere” ed “ascoltare” i propri figli donando loro una genitorialità condivisa.

 

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di Avv. Carolina Akie Colleoni

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