Mobbing, straining e risarcibilità in sede penale


Il lavoratore vessato può essere risarcito in sede penale per maltrattamenti in famiglia ed altre figure delittuose
Mobbing, straining e risarcibilità in sede penale
Il termine mobbing deriva dal verbo inglese "to mob", aggredire, ed indica un complesso di violenze morali e psicologiche, esercitate ripetutamente sulla vittima nell’ambiente di lavoro con intento persecutorio, finalizzato ad ottenerne l’emarginazione o l’allontanamento, con effetto lesivo del suo equilibrio psicofisico e/o della sua dignità (cfr. Cass. Sez. lavoro, n. 17698 del 6.08.2014, n. 898 del 17 gennaio 2014 e da ultimo 28.9.2016 n. 19180).
I mobbers possono essere i superiori gerarchici, i colleghi di lavoro ed anche i dipendenti.
Tra i comportamenti vessatori, inquadrabili nella fattispecie del mobbing lavorativo, possono annoverarsi: un atteggiamento di sistematica diffamazione di colleghi verso un altro collega; il costante diniego immotivato di permessi o ferie; la reiterazione di critiche immotivate; l’attribuzione di compiti non adeguati alla propria professionalità; la desocializzazione con isolamento fisico in uffici decentrati; la richiesta di più controlli medico-fiscali per lo stesso periodo di assenza per malattia; le minacce continue di procedimenti disciplinari.
Lo straining, riguarda una situazione lavorativa conflittuale in cui la vittima subisce azioni ostili limitate nel numero e/o distanziate nel tempo, tali da porla in una condizione stressante, potenzialmente foriera di gravi disturbi psicosomatici o pscichici.
Si tratta quindi di una forma attenuata di mobbing, nella quale non si riscontra il carattere della continuità delle azioni vessatorie, potendo lo straining perfezionarsi anche in un’unica azione ostile, ma con conseguenze durature e costanti a livello lavorativo (Cass. Lav. 3291/2016).
Tra i comportamenti di straining, rientrano il trasferimento immotivato in una sede disagiata, l’affidamento di un carico di lavoro insostenibile nel tempo richiesto, od anche la collocazione in una stanza disadorna.
Il lavoratore che ritenga di aver subito una condotta vessatoria, può denunciare i fatti al dirigente gerarchicamente sovraordinato all’autore del mobbing, accedere alla tutela sindacale o promuovere una segnalazione al Ministero o Azienda, in forza dell’obbligo, in capo a tali Enti, di proteggere i loro dipendenti (cfr. Cass. Lav. n. 1471 del 9.4.2013).
Ovviamente, è sempre possibile rivolgersi al Magistrato, sia in sede civile sia in sede penale.
L’aspetto della qualificazione penalistica delle condotte in esame, è particolarmente interessante; difatti, poiché nel codice penale non è stato ancora specificatamente previsto il reato di mobbing, la giurisprudenza di merito e di legittimità, hanno prospettato diverse opzioni, onde inquadrare tali condotte vessatorie, in una norma incriminatrice.
Le fattispecie più spesso richiamate, sono quelle relative alla violenza privata, ai maltrattamenti in famiglia ed alla violenza sessuale.
Nella prima (610 c.p.) rientra la condotta del datore di lavoro che costringa un dipendente ad accettare una novazione del rapporto di lavoro con "demansionamento" mediante la minaccia di costringerlo, altrimenti, all’inerzia per tutto l’orario lavorativo (Cass. Pen.31413/2006).
Il reato di maltrattamenti in famiglia, (572 c.p.) si configura qualora il rapporto tra il datore di lavoro e il dipendente assuma natura para-familiare, in quanto caratterizzato da relazioni intense ed abituali e dal formarsi di consuetudini di vita tra i soggetti del rpporto lavortivo (Cass. Pen. 28603/13). Tali caratteristiche, fanno escludere la configurabilità del delitto di maltrattamenti, all’interno delle grandi aziende (Cass. Pen. 19760/2013).
Infine, si può configurare il mobbing sessuale nel caso in cui il datore di lavoro costringa la lavoratrice a subire molestie sessuali, sotto la duplice minaccia di atti persecutori e dannosi o addirittura della perdita del posto, causandole così grave disagio e danno psicofisico.
Se le molestie si spingono fino all'effettivo contatto fisico, il datore di lavoro risponderà sia del delitto di violenza sessuale, che di quello di violenza privata, aggravati dall'abuso di prestazione d'opera.
Concludendo, è da auspicare che le condotte di mobbing trovino una propria collocazione nel codice penale, ed una disciplina omogenea che garantisca la serenità di ogni luogo di lavoro.
Avvocato Alessandra Balata

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