'No' dalla Cassazione alla scriminante culturale


Corte di Cassazione: chiunque desideri inserirsi in Italia deve adeguarsi ai principi e alle norme che reggono lo Stato italiano
'No' dalla Cassazione alla scriminante culturale
Con la sentenza n. 14960, depositata il 13 aprile 2015, la Corte di Cassazione è tornata nuovamente sul tema dei c.d. "reati culturali", ribadendo i già più volte espressi principi secondo cui non può ammettersi, nell'ordinamento giuridico italiano, una scriminante fondata sulla diversa cultura da cui proviene l'autore del reato.

I fatti. Come nella maggior parte dei casi che hanno dato vita a pronunce sulla questione dei reati culturali, anche quello in esame riguarda il reato di maltrattamenti in famiglia. E.H.S., di nazionalità marocchina, nel 2012 era stato condannato dal Tribunale di Asti per aver sottoposto a maltrattamenti di carattere psichico e fisico la moglie, per averla costretta ad avere rapporti sessuali completi benché la stessa fosse incinta e per aver fatto mancare i mezzi di sussistenza alla moglie e al figlio minore. In particolare E.H.S. spesso risultava essere ubriaco e se la prendeva con la moglie perché la stessa aveva fatto nascere il figlio in Francia, compromettendo la possibilità per il padre di avere il permesso di soggiorno in Italia, motivo per il quale l'aveva sposata. La Corte d'Appello di Torino, nel 2013, confermava la condanna.

I motivi del ricorso. E.H.S., rivolgendosi alla Suprema Corte, chiede l'annullamento della decisione impugnata, poiché la il Tribunale e la Corte d'Appello, secondo la tesi difensiva, avrebbero dovuto ritenere assente l'elemento soggettivo del reato, poiché gli atti posti in essere dal ricorrente, seppure illegittimi in Italia, dove egli era appena arrivato, devono ritenersi legittimi secondo il suo patrimonio culturale. Pertanto, le differenti abitudini e la diversa percezione della liceità dei fatti avrebbero potuto integrare una situazione di scriminante erroneamente supposta.

I principi espressi dalla Corte. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso ritenendo che non possa configurarsi alcuna scriminante di natura culturale. In particolare, sottolineano i giudici che in una società multiculturale non è possibile scomporre l'ordinamento giuridico in tanti ordinamenti quante sono le etnie presenti, poiché l'ordinamento giuridico è e deve rimanere unico. Peraltro proprio l'art. 3 della Costituzione prevede che tutti i cittadini siano uguali davanti alla legge, qualunque sia il loro sesso, la loro religione, la loro etnia e la loro lingua.
È essenziale, anche per la sopravvivenza della società multietnica, che chiunque desideri inserirsi in esso, verifichi preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti - ancorché abitudinari e conformi agli usi e alle leggi del proprio Stato di proveniente - con i principi e le norme che reggono lo Stato italiano. Pertanto non può essere ritenuto scusabile il comportamento dello straniero che, consapevole di essersi trasferito in un paese diverso, continui a porre in essere comportamenti che le leggi dello stesso non tollerano.
Si conferma, pertanto, in tema di multiculturalismo, l'orientamento, peraltro comune a quasi tutti i paesi europei, che è stato definito come prevalentemente assimilazionista. L'ordinamento italiano, in sostanza, consente allo straniero l'inserimento nel proprio tessuto sociale, pretendendo, come contropartita, la rinuncia dello stesso a quella parte delle sue tradizioni che contrastano con il diritto.
A parere di chi scrive l'orientamento assunto e tenuto costante dalla Corte di Cassazione deve reputarsi corretto e condivisibile, non potendo certo pretendersi che lo Stato disconosca le proprie leggi e i propri principi per consentire ad ognuno di agire secondo la propria cultura. Un tale agire sarebbe non solo di difficile gestione, poiché lascerebbe all'arbitrio del giudice il valutare la legittimità di un fatto secondo le più disparate culture, ma anche pericoloso, poiché abbatterebbe definitivamente quel poco di certezza del diritto che ancora resiste nel nostro ordinamento.
Concordando, pertanto, con l'impossibilità di ritenere configurabile qualunque genere di scriminante culturale, si ritiene che la difficoltà dello straniero nell'adeguarsi alla nuova cultura e nel rinunciare a mettere in atto comportamenti per lui abitudinati, possa essere valutato nella fase di personalizzazione e commisurazione della pena secondo i criteri di cui all'art. 133 c.p. Proprio questa, peraltro, era la strada indicata dalla stessa Corte di Cassazione nella sentenza n. 46300 del 26 novembre 2008, che deve essere considerato un saldo punto di riferimento nel rapporto tra società multiculturale e applicazione della legge.

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di Avv. Marco Vergani

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