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Ogni testa è tribunale


Questo scritto si colloca in un’area di confine fra temi di natura filosofica, epistemologica e psicologica usando un linguaggio che possa essere comprensibile
Ogni testa è tribunale

Nostro padre/nonno ripeteva spesso un antico detto ricco di grande saggezza: “Ogni testa è tribunale”. Saggezza sempre valida e attuale, ma forse oggi che molti si sentono legittimati a emettere sentenze su tutto e tutti, l’attualità è ancora più evidente. Appare sempre più frequente sentire opinioni che competenti, e persino incompetenti, esprimono col sigillo della “verità”. Poiché sono spesso diverse fra loro e anche di molto, qualcosa non quadra.

Pensiamo che il pensiero scientifico più serio, e più utile, si esprima per probabilità e siamo consapevoli della difficoltà a separare i fatti, o quelli che più ragionevolmente si possono ritenere tali, dalle percezioni e valutazioni con più alto contenuto di soggettività. Questa difficoltà può confondere ciascuno di noi e portarci a far coincidere, di solito in buona fede, le nostre opinioni con una presunta “verità oggettiva”. Una volta confusi possiamo considerare nostro sacro dovere batterci per questa “verità”, o sostenerla con energia convinti di tutelare così i nostri interessi.

Il caso clinico

Un caso clinico, di cui abbiamo discusso in supervisione, conferma una visione diversa.Margaret (nome ovviamente fittizio), giovane donna di buona cultura e impegnata in attività lavorativa che ritiene interessante, per alcune sedute propone con notevole abilità dialettica e precisione di dettagli le proprie ragioni, esposte come verità giuste e oggettive, nello scontro con parenti, amici, fidanzati, anzi ex fidanzati poiché lei stessa riferisce che più volte le sue storie amorose sono finite con un sonoro “vaffa” da parte di partner che dichiaravano di non sopportarla più. Più in generale la paziente lamenta che i suoi rapporti interpersonali sono fonte di sofferenza importante per se e i suoi interlocutori.

Gli interventi terapeutici che le sono stati proposti non sono oggetto di questo scritto, ma dobbiamo al suo caso lo stimolo a un’ulteriore riflessione sull’antico detto del nostro padre/nonno.

Di norma è illusorio ritenere che una nostra convinzione, per quanto possa apparirci “oggettivamente vera”, possa essere sempre considerata anche da altri una verità oggettiva. Troppe sono, infatti, le variabili che condizionano la percezione e valutazione delle vicende umane e quindi statisticamente improbabile che queste possano corrispondere pienamente in persone diverse, in momenti diversi. Quindi la difesa ad oltranza del nostro punto di vista ci pone spesso in conflitto con altri. Un’esperienza facilmente osservabile nella vita quotidiana ci dice che più sosteniamo con forza le nostre convinzioni, più la diversa posizione dei nostri interlocutori tende a radicalizzarsi, e così il conflitto. Va da se che per i terrapiattisti occorre un discorso a parte.

Naturalmente non c’è nulla di male a sostenere il proprio punto di vista ma appare opportuna una scelta.

Preferiamo usare le abilità di cui disponiamo per sostenere le nostre convinzioni o per comprendere quelle altrettanto legittime degli altri, e provare a raccordarci con esse?

Se facciamo la prima scelta è probabile che, nelle nostre relazioni, gli scontri prevarranno sui confronti e sugli incontri. Le nostre stesse opinioni tenderanno a chiudersi e cristallizzarsi mentre ci potremo facilmente sentire eroici, soli e incompresi.

La seconda scelta, che presuppone la maturazione effettiva di una posizione filosofica relativista, può offrire a noi, e ai nostri interlocutori, opportunità di vicinanza culturale, affettiva e personale.

Sentirsi vicini mentre la nostra mente si apre al diverso, può richiedere però qualche sacrificio nel nostro sentimento d’identità. Per molte persone può essere comunque difficilissimo rinunciare a credere ciecamente alle proprie idee.

L’osservazione delle reazioni dei primi lettori di questo scritto, già durante la scrittura stessa, ha evidenziato la difficoltà dell’argomento che, a livello formale, trova una condivisione che potremmo dire “politicamente corretta”. Nella sostanza invece si osservano: o una sorta di sgomento, traducibile in una perdita di fiducia nei propri ”credi”, oppure al contrario, dopo una concessione all’idea che ognuno ha diritto al proprio punto di vista, un rafforzamento della sicurezza che quello giusto sia il proprio.

Uno scontro si evidenzia fra la tutela della propria identità, e del sentire connesso, e l’avventura di un passaggio a un’identità che pur conservando la piena consapevolezza delle proprie preferenze diventa in grado di concepire e valorizzare scelte e valutazioni diverse.

A nostro avviso, la partita non è da poco, per le conseguenze che comporta nella formazione dei modelli culturali prevalenti nella società. Per gli analisti transazionali una bella domanda: il relativismo è l’approccio filosofico dell’Adulto, o si possono considerare diversi tipi di Adulto?

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