Olismo: il nuovo alfabeto della Salute (parte III)


Il Mondo delle Tecniche Naturali, della Naturopatia con il loro linguaggio seduttivo e alternativo fino a che punto è veramente qualcosa di nuovo?
Olismo: il nuovo alfabeto della Salute (parte III)
Buttarsi, scaraventarsi giù dagli schemi in cui ci conserviamo, materia per l’ossessivo imperativo di riconoscersi; ecco una via lungo la quale , più che trovare, intuire, annusare i pezzi mancanti, quelli essenziali, quelli che sfuggono ad ogni nostro tentativo di renderli "onnipresenti", certi. Se penso alla vita come campo di vitalità, approfondire la dimensione cosciente, la nostra presenza è emettere quell’aroma che ci caratterizza, unici, irripetibili come un fiore. Potremmo allora rileggere l’ossessione come il disperato "bocca-a-bocca" che facciamo alle nostre vite asfittiche, soffocate nelle teche della sicurezza, dell’efficacia/efficienza! Non c’è nel conservarsi, nel mantenersi ad ogni costo, così come crediamo di essere un odore di chiuso, non vi è forse in quei nostri sforzi il tentativo di negarci alla contaminazione di uno sciame di api impollinatrici? A volte ascolto con curiosità le domande di un’amica che fa massaggi, in particolare linfodrenaggio ed aromaterapia. Mi chiedo quanto anche le tecniche "emergenti" si siano confinate in un "puro" operare che le ha rese cieche, ripetitive, prive di stupore e a volte anche spaventate dagli effetti talora inattesi di certi interventi. Per come mi appare ora OLISMO ha invece proprio il senso di renderci attenti a cogliere la vita quando sorge, nel momento in cui si manifesta. Il nostro operare diviene allora qualcosa in cui il terapeuta lavora alle condizioni nelle quali questa <> si anima, prende corpo. E questo poiché, ricorda Jung, <<vocatus atque non vocatus Deus aderit>>, invocato o no Dio si manifesterà. Ma potremmo anche dire, con Krishnamurti (13), che <>. Al di fuori della nostra presenza un aroma può semplicemente essere buono o cattivo. Così come una scapicollata sugli sci può essere anche semplicemente una condotta "autolesionista" piuttosto che una sciamante intrusione nel campo della vita. C’è però bisogno di terapeuti, di operatori-ape che colgano il valore fecondante della contaminazione da parte del <>, che si accorgano che agiamo (auto)terapeuticamente quando ci prendiamo cura, quando diamo valore attraverso quella cura a ciò che ci riguarda (significato del verbo therapeuo). Il lavorìo dell’ape comunica all’anima, con l’anima dal campo dei suoi riferimenti, qui, ora; nelle profondità dell’anima, tanto essa è vasta, si perde ogni eco di ogni verdetto oracolare o di ogni più prudente "lettura". Ci chiediamo mai se qualcuno ci abbia sognati e che reazione abbiamo quando qualcuno ce lo comunica spontaneamente, quando un amico ci dice di averci colto in una sua visione? Come siamo là? Nell’estasi, nello stare fuori di noi la nostra cultura coglie i pericolosi germi di un "perdere" la via. Ma quando una qualsiasi sostanza (cibo, farmaco, lettura, amore ecc.) sembra ricondurci sulla "retta via" non perdiamo forse l’occasione di quel contatto che non è frutto di alcuna sintesi ma solo di un incontro? Recentemente una collega che si occupa di Risorse Umane nelle Organizzazioni produttive ha scritto un interessante articolo sull’emergere nel mondo del lavoro della figura di una sorta di "neonomade"; la figura di un uomo o di una donna sempre in movimento nel cambiare lavoro o, più letteralmente, nel cambiare sempre più spesso il luogo in cui lavora. E’ curioso notare allora che anche in terapia abbiamo sempre più spesso a che fare con dei "nomadi" della salute; talvolta figli dell’ipocondria, della disistima, della routine trasposta anche sul dolore. Talaltra inquieti ospiti di terapeuti ancora semplici viaggiatori, turisti della malattia capaci di scattare fotografie solo con la macchina fotografica dell’analisi, della terapia cognitivo-comportamentale ecc. . Mi sono iscritto al Corso Quadriennale di Naturopatia; le mie fotografie risultano sempre più spesso sfocate, prive di colore e, mi sono detto, forse la macchina fotografica va cambiata. Non solo l’obiettivo, tutta la macchina. Il mio nomadismo non può essere figlio del mercato e della sua ratio "economica"; ha bisogno di altre visioni.


(CONTINUA)

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