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Parliamo di ansia, come affrontarla e superarla


Ecco come il meccanismo di funzionamento normale diventa patologico, arrivando a compromettere il normale funzionamento quotidiano
Parliamo di ansia, come affrontarla e superarla

L’ansia che a noi spesso pare un’inutile complicazione, è in verità un’emozione.

Come ogni emozione, di per sé non è buona o cattiva, ma utile a qualcosa. Ma a che cosa?

Cominciamo con il dire che l’ansia non è un’emozione di base, ma deriva da un’emozione di base.

Le emozioni di base sono la dotazione di serie degli esseri umani, sono cioè le 5 emozioni delle quali è dotato un neonato e che sono sufficienti a garantirgli la vita. Esse, infatti, sono delle risposte geneticamente determinate e non controllabili a uno stimolo dell’ambiente.

Perché le emozioni non sono controllabili? Perché la loro funzione è quella di orientare le scelte che servono a vivere, cominciando con quelle più semplici per finire con le più complesse, che caratterizzano la fase della vita adulta e nelle quali intervengono le circonvoluzioni superiori e le loro funzioni complesse. Il cervello di un neonato è, quindi, adatto a leggere gli stimoli in modo per così dire semplificato. Per esempio legge l’allontanarsi della madre/caregiver (stimolo) come un pericolo di morte, innescando la paura (emozione non controllabile) che scatena il comportamento, cioè il pianto.

Il risultato della dinamica relazionale innescata è che la madre/caregiver torna ad occuparsi del bambino, magari prendendolo in braccio. Questo comportamento ripristina una distanza (in realtà una vicinanza) sufficiente a spegnere la paura del bambino e lui smette di piangere.

No, non sono vizi o capricci quelli dei neonati e dei lattanti!

La paura, dunque, è un’emozione selezionata dall’evoluzione allo scopo di prevedere un pericolo. Permettere all’organismo di organizzarsi per affrontarlo nel migliore dei modi possibili. Per questa ragione sono osservabili anche una serie di reazioni fisiologiche. L’innalzamento della frequenza cardiaca serve per irrorare meglio i muscoli dai quali si deve ottenere una risposta rapida in termini di movimento: serve a scappare. L’aumento della frequenza respiratoria procura l’ossigenazione del sangue, utile a tutte l’attività. La vasocostrizione periferica rende disponibile il sangue ai muscoli, riduce al minimo la perdita di sangue in caso di ferita della pelle. Così l’aumento del tono muscolare, l’arresto della digestione e le altre reazioni involontarie servono a rende il corpo massimamente efficiente alla fuga o all’azione difensiva.

Come già anticipato, la paura è una delle cinque emozioni di base. Le altre sono la gioia, la tristezza, il disgusto e la rabbia.

Si è già anche detto che le emozioni non si imparano, ma sono geneticamente determinate e trasmesse.  Questo non significa che tutte le persone abbiano la stessa propensione a provare paura. L’espressione della determinante genetica è funzione anche dell’ambiente, inteso come ambiente ecologico e come ambiente culturale.  Questo significa che esistono diverse propensioni ad attivare un’emozione piuttosto di un’altra sulla base genetica e che l’ambiente d’altro canto ha un ruolo che incide in maniera determinante su ogni tipologia di base genetica. Si avranno pertanto soggetti nei quali si attiva ‘per natura’ un’emozione più di un’altra.

Al contempo si avrà un’attivazione maggiore della paura e delle emozioni della sfera d’allarme se si cresce in una città in cui sia in atto una guerra civile, piuttosto che se si cresce in un tranquillo paese di campagna. Fortunatamente non tutti i bambini crescono in mezzo a una guerra! E infine si avrà la combinazione di tutte queste variabili (fig. 1).

 

 

Ambiente attivante

Ambiente non attivante

Propensione all’attivazione

++

+-

Propensione alla non attivazione

-+

++

 

Si avrà quindi un’attivazione maggiore dell’emozione della paura nel caso in cui si cresca con una madre (madre/caregiver) che percepisce il mondo come molto pericoloso e il proprio bambino come molto fragile, diventando per questa ragione iperprotettiva.

Sappiamo che la madre con il proprio comportamento fornisce al bambino gli schemi di conoscenza del mondo (Modelli operativi interni). Pertanto una madre che percepisce il mondo come pericoloso e il figlio come fragile, trasmetterà al bambino questo modello di conoscenza e il bambino si comporterà di conseguenza, attivando in modo inconsapevole e automatico la paura per interpretare gli avvenimenti. Per esempio se un bimbo ha una madre o entrambi i genitori che funzionano sulla paura riguardo alla malattia, portandolo dal pediatra anche per malattie banali e ricorrenti, facilmente diventerà un adulto preoccupato della salute, spesso assiduo frequentatore di checkup medici.

La paura può diventare un’emozione difficile da gestire, come per esempio nel disturbo d’ansia. L’ansia null’altro è che la paura per un evento che normalmente non è spaventoso. Se la paura si attiva per un pericolo vicino e presente, l’ansia si attiva per un pericolo “in prospettiva”, vale a dire nel momento in cui un soggetto percepisce il raggiungimento dei propri scopi in pericolo.

Le preoccupazioni in genere riguardano i normali eventi di vita quotidiana: può così accadere che il soggetto non dorma la notte perché deve affrontare un nuovo incarico di lavoro e non si senta all’altezza, o che sperimenti grande ansia per il timore di far tardi ad un appuntamento.

Considerata in quest’ottica, l’ansia appare come tutt’altro che immotivata. Può capitare spesso, però, che gli scopi futuri in pericolo, che scatenano la reazione d’ansia, non siano del tutto, o per niente, chiari al soggetto.

Succede così che il soggetto prova una forte ansia generalizzata, vive in uno stato di preoccupazione eccessiva per l’intensità, la durata o la frequenza rispetto all’impatto o alla probabilità che gli eventi che teme possano realizzarsi.

Spesso si associano anche continui rimuginii il cui oggetto è proprio quanto di spaventoso o sgradevole vi possa essere nel futuro del soggetto. Purtroppo benché inizialmente il soggetto benefici degli effetti rassicuranti che il pensiero può avere, alla lunga questa strategia diviene pervasiva e mantiene lo stato d’ansia inalterato.

Un’altra strategia che spesso viene messa in campo è l’evitamento. Il soggetto ansioso spera di risolvere il proprio problema evitando ciò che gli crea ansia. Purtroppo il risultato è che l’ansia cresce a dismisura, per fortuna in alcuni casi solo in relazione a qualcosa di specifico, ma spesso diventando ansia generalizzata.

Insomma l’ansia prende il sopravvento. In questi casi interviene cioè una disregolazione dell’ansia, che unita alla difficoltà di individuarne le cause scatenanti, fa un gran pasticcio!

La disregolazione di un’emozione per fortuna è un apprendimento, o meglio un mancato apprendimento. Proprio nella relazione con la madre il bambino impara a riconoscere le emozioni e a modularle. Impara ovviamente se gli viene insegnato, cioè se la madre (caregiver) le sa modulare e sa trasmettere questa capacità.  Il principio è quello di sempre: quale madre può insegnare il greco antico se non lo ha imparato prima? Lo stesso vale per questi meccanismi.

E questa è la buona notizia: i meccanismi di regolazione si insegnano e si apprendono.

Se non li ho appresi prima, posso sempre farlo ora. Certo il panico non aiuta l’apprendimento, al contrario del piacere e della curiosità. Ma con un poco di pazienza e di sopportazione, è possibile fare l’esperienza correttiva che porta ad apprendere la gestione della paura e dell’ansia. Questo non significa che nella vita non succederà mai più di provare tali emozioni. Significa poter contare su meccanismi naturali che utilizzano queste emozioni nella loro modulazione per orientare le scelte di vita e i comportamenti.

 

 

 

 

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