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Per essere felici sul lavoro serve il coraggio di “ESSERE”


La felicità è una attitudine che si può allenare, iniziando dal riconoscere il modo con cui stiamo in relazione con noi stessi
Per essere felici sul lavoro serve il coraggio di “ESSERE”

La nostra vita è caratterizzata da una continua ricerca di felicità.

Tutti vogliono essere felici, questa espressione non è corretta.

Non è vero che tutti vogliono essere felici e non tutti quelli che dicono di voler essere felici fanno le cose giuste per esserlo.

Molti ambiti della scienza, nel corso della storia, hanno provato a fornirci le istruzioni per essere felici, dalla poesia, alla filosofia, alla sociologia, alla psicologia fino alle più recenti scoperte delle neuroscienze.

Un esempio è la psicologia positiva di Seligman, un’area della psicologia scientifica che studia come il nostro pensiero influisce sul nostro benessere.

La scienza, oggi, ha dimostrato che essere ottimisti riduce il rischio di malattie infettive e cardiovascolari e, addirittura, riduce il tasso di mortalità.

Nonostante ciò continuiamo a non essere felici. Cosa serve? Non basta la conoscenza, quello che serve è qualcosa che passa attraverso le nostre emozioni.

La felicità non è uno stato permanente, non è una dimensione statica, bensì è qualcosa di sfuggente.

Abbiamo, quindi, bisogno di capire come “sentiamo bene” con noi stessi.

Per fare questo dobbiamo fare i conti con le paure che ci ostacolano, come ad esempio la paura di deludere le aspettative o il giudizio negativo di qualcuno.

Abbiamo bisogno, dunque, di un elemento che ci faccia superare gli ostacoli, questo elemento è il coraggio.

Il coraggio di Essere. Può sembrare paradossale, a meno che non si cambi il paradigma.

Se consideriamo la nostra vita come un viaggio in cui l’obiettivo della felicità è la meta, viviamo in una illusione.

La felicità non può mai essere un obiettivo, troppo rischioso. Quello che serve è il coraggio di fermarsi e sentirsi nella fatica che quotidianamente proviamo nella relazione con noi stessi e con gli altri.

Nell’immaginario collettivo è profondamente radicato il fatto che il risultato si raggiunge attraverso la fatica.

La fatica viene considerata come un valore anziché un segnale su cui intervenire, intendendo la fatica come un mezzo per raggiungere la felicità.

Se la fatica è un mezzo per raggiungere la felicità, qual è la dose di fatica che siamo disposti a sopportare per raggiungere il nostro scopo?

In poche parole, se il fine giustifica i mezzi, non esiste limite alla fatica, dato che questo modo di agire è funzionale al raggiungimento della mia felicità.

Siamo portati a considerare la felicità come una merce di scambio, un bene a cui rinunciare.

Ma se partiamo dal presupposto che io debba scambiare la mia felicità con la fatica, la relazione con me stesso e con gli altri diventa immediatamente precaria e in disequilibrio.

Lavoro e fatica non sono sinonimi, esiste una profonda differenza tra fatica e impegno.

È importante convincerci che se avvertiamo la fatica, a qualsiasi livello, il sistema non funziona in modo ottimale e nella maggior parte delle aziende non vengono considerati i costi relazionali, ovvero i costi delle persone che vanno in blocco, che non riescono più a fare niente, che hanno perso il rapporto con gli altri e con se stesse.

Stare male è faticoso ed è un costo non sostenibile.

Avvertire il senso di fatica dovrebbe, al contrario, accendere una spia, farmi capire che qualcosa non sta funzionando. Dal momento in cui, la stessa fatica potesse essere intesa come una "informazione vigilante" un segnale sul rapporto che l'individuo ha nei confronti di se stesso e del proprio stare bene, si potrebbe intervenire nel giusto tempo e con le corrette modalità al fine di contenere lo stress, valorizzare le relazioni e raggiungere o mantenere performance ottimali e funzionali nel tempo.

La fatica, pertanto, in una visione più ecologica di valorizzazione dell'Essere Umano, non dovrebbe essere interpretata come un mezzo per raggiungere l'obiettivo della felicità, ma come un indicatore da monitorare al fine di evitare di fondere il nostro motore arrecando danni irreparabili.

Così facendo, la stessa felicità diverrebbe non un obiettivo, ma parte integrante del nostro percorso professionale e di vita.

Stare meglio in rapporto con se stessi, riconoscere e governare i propri stati d’animo, migliorare la presenza di sé nel tempo e nello spazio che abito, saper gestire il dialogo interiore è possibile e ci fa stare meglio anche con gli altri con effetti benefici anche sulla nostra salute psichica e fisica.

Per fare questo serve coraggio.

La felicità è una attitudine che si può allenare, iniziando dal riconoscere il modo con cui stiamo in relazione con noi stessi, come ci trattiamo bene o ci maltrattiamo, valorizzando i diversi segnali di fatica che percepiamo e intervenendo su di essi al fine di relazionarci meglio anche con gli altri.

Il lavoro può, pertanto, darci benessere nella misura in cui riusciremo a definirlo come un allenamento di felicità quotidiana, nel quale monitorare costantemente la dose minima di maltrattamento che si è disposti a soffrire e su di essa intervenire facendo ricorso a ciò che ci differenzia da qualunque altro essere vivente, il senso della possibilità ovvero la capacità di immaginarci un futuro migliore iniziando ad agire da subito per realizzarlo.

Migliorare il nostro “saper essere”, al di là del “sapere” e del “saper fare”, sui quali non abbiamo, peraltro, mai smesso di investire.

È importante arrivare a fine giornata contenti perché abbiamo lavorato e abbiamo vissuto restando Umani.

Come dice Valerio Albisetti, una delle presenze più significative della psicoanalisi contemporanea: Perché lavoriamo? La risposta è quanto mai scontata: ne abbiamo bisogno per vivere. Abbiamo usato la parola giusta: “vivere”. Non si tratta della mera sopravvivenza della sola e pur legittima necessità di portare a casa uno stipendio, il lavoro coinvolge la vita e può diventare la possibilità più alta per esprimere i propri talenti, per testimoniare la propria coscienza morale, per realizzare i propri sogni. Abbiamo usato la parola giusta, vivere. Utopia!? No, concreta possibilità.

 

 

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