Perchè non mi piaccio?


Una lettura dell'immagine di sé legata a ciò che siamo e desideriamo autenticamente, spesso falsata dalla rincorsa a modelli sociali illusori
Perchè non mi piaccio?
L’IMMAGINE CORPOREA è "l’immagine che abbiamo nella nostra mente di forma, dimensione, taglia del corpo e i sentimenti provati rispetto a queste caratteristiche e alle singole parti del corpo" (Schilder). Da questa definizione possiamo caratterizzare l’immagine del nostro corpo come il risultato di diverse componenti: affettiva, comportamentale, percettiva e cognitiva. E’ infatti l’insieme di sentimenti, attenzione alla propria alimentazione e attività fisica, percezione delle proprie forme corporee, pensieri su come ci sentiamo, a caratterizzare il nostro modo di vederci e di conseguenza, a strutturare i vissuti legati alla percezione di sé: MI PIACCIO, NON MI PIACCIO.

A questa prima descrizione base legata prevalentemente alla percezione della nostra fisicità, proviamo ad aggiungere una lettura più ampia sull’immagine di sé, che tiene insieme anche la complessità dei nostri bisogni.

Una difficoltà legata all’immagine di sé è infatti la comprensione di cosa si desidera veramente, che può comportare una distorsione tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che si è realmente. E’ molto complesso dare nome ai nostri DESIDERI e spesso, di fronte a disagi nell’area dell’immagine corporea, il volere qualcosa è scollegato da ciò che si è: esiste una voglia impulsiva (che crea la distorsione nella percezione di sé) e una volontà (che avvicina a ciò che siamo o potremmo essere).

Per comprendere meglio questa differenza, è utile partire dal concetto junghiano di Persona: l’aspetto sociale con cui ci rapportiamo alla realtà e al mondo sociale.
La Persona può essere vista come la maschera che si indossa nelle diverse interazioni sociali e nei ruoli che ricopriamo (genitore, figlio, amico, lavoratore, amante, ecc.) che si mettono in scena nella vita. Se ci si identifica con una di queste maschere che si indossano, la Persona diventa l’individuo.
E’ importante per l’uomo avere la capacità di interpretare un ruolo; è infatti una funzione adattiva che ci permette di modulare i comportamenti anche in risposta alle richieste della società in cui viviamo. Ci troviamo però di fronte ad un rischio quando crediamo e siamo convinti di essere il ruolo che stiamo interpretando: quando l’Io si identifica con la Persona.

Si perseguono così gli obiettivi imposti dal bisogno di accettazione sociale, perdendo però di vista l’espressione del nostro essere autentico. Ciò può comportare vissuti molto conflittuali: si rinuncia alla realizzazione di sé per guadagnarsi una maschera sociale.
E’ quindi molto importante riuscire a differenziare una voglia impulsiva, dettata spesso da una cieca adesione alla maschera indossata, un Io Voglio, da un bisogno reale, corrispondente ad una NECESSITA’ autentica, un Voglio come desiderio profondo.
La convinzione di interpretare il ruolo dettato dalla maschera può anche portare ad un vissuto che si caratterizza come una "frustrazione di nullità" (Carotenuto): non ci si accontenta mai di ciò che si raggiunge, i possibili traguardi sembrano non essere mai abbastanza, c’è una rincorsa ad una perfezione che non esiste, a dei modelli che non possono veramente realizzarsi concretamente. Tutto ciò con il risultato di non sentirsi mai abbastanza bravi, belli, forti, competenti.. di NON PIACERSI MAI PER CIO’ CHE SI E’.

Di fronte a questa "confusione" il compito del terapeuta dovrebbe essere quello di sostenere il paziente nel recupero della sua capacità di desiderare realmente qualcosa, di comprendere dove si orienta il desiderio, di distinguere il capriccio compulsivo dal bisogno reale; aiutarlo ad usare più consapevolmente la maschera, a comprendere che il NON MI PIACCIO può trasformarsi in un MI PIACCIO, a vedere che esiste una possibilità di vita ancora non pensata ma pensabile.

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