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Perché parlare di emozioni ai bambini?


Il concetto di allenamento emotivo si basa sulla la capacità di immedesimarsi nei nostri figli, di provare empatia nei loro confronti
Perché parlare di emozioni ai bambini?
Il genitore allenatore è quel genitore che riesce sempre a mettersi nei panni del figlio, che nelle emozioni, anche negative, vede un'occasione di crescita, e che di conseguenza riesce a gestire i momenti di crisi con maggior pazienza, accettando e ascoltando tutti i sentimenti del figlio anche rabbia, tristezza, paura, senza minimizzare, sottovalutare o deridere queste emozioni.
L’adulto ha la funzione di aiutare il bambino a diventare consapevole delle proprie emozioni e dei propri stati d’animo.
Al contempo, il bambino può aiutare il genitore stesso a diventare allenatore emotivo, in grado di gestire gli stati emotivi del figlio.
I bambini, sono capaci di leggere in profondità lo stato emotivo dell’adulto, al di là degli espedienti che quest’ultimo usa per mascherarlo (es. il bambino vede la mamma piangere, si preoccupa. Questa reprime il suo stato d’animo dicendo al bambino che sta bene, per non far preoccupare il figlio).
Quando ciò accade, il bambino cambia il suo modo di rapportarsi al mondo: può diventare silenzioso, fermo, o può muoversi senza motivo apparente.
Per tutti noi è importante saper prevedere il comportamento di chi ci sta di fronte. I bambini percepiscono tutto, attraverso le vibrazioni presenti nella voce, nelle parole e nei comportamenti di chi si prende cura di loro.
Quindi, l’insegnante dovrebbe rivolgersi ai bambini in modo chiaro e semplice, e insegnare loro l’indispensabilità di comunicare in modo chiaro con i pari.
Ciò porta i bambini a impegnarsi in una relazione più profonda, basata sull’autenticità. Impareranno così a gestire i loro stati emotivi, tutte le emozioni primarie che fanno parte del nostro corredo genetico di base.
Le emozioni, se espresse col cuore aiutano chi le sperimenta a stare bene con sé stesso e con l’altro, imparando a gestire gli stati emotivi interni.
Fare "educazione emozionale" a scuola, significa dare il dovuto spazio alle emozioni dei bambini, e riconoscerne il valore e l’importanza.
Dobbiamo accettare il presupposto di lavorare senza censura, dobbiamo venire a patti con i nostri stati d’animo interni, come la rabbia, la paura, la gioia e la tristezza.
Pensiamo, ad esempio, alla rabbia. Sono moltissimi i bambini arrabbiati che nessuno ascolta realmente, a scuola e in famiglia. Sono quei bambini che fanno il "diavolo a quattro" pur di essere visti e notati, pur di essere aiutati, compresi e anche solo guardati.
Il loro comportamento provocatorio non è altro che una difesa e una protezione da vuoti e dolori emozionali.
Pensiamo anche alla paura: molti bambini hanno tantissima paura (della notte, delle "forme" nella notte, dei fantasmi, dei serpenti, dei passi in camera...)
Se si entra in una relazione profonda e significativa con il bambino, si aiuta a mettere anche in discussione ciò che emerge dal bambino stesso, aiutandolo a gestire il tutto in modo competente, equilibrato e consapevole.
I bambini vanno accolti nelle loro espressioni, senza censura né giudizio, né paura. Bisogna accogliere ogni stato d’animo nella sua interezza, e volgere la didattica anche verso un’ottica rassicurante (l’alfabetizzazione emotiva).
Ai bambini, quando viene concesso di esprimere a pieno le proprie emozioni, riescono ad essere più liberi, più felici, più forti anche dal poter gestire le proprie emozioni in modo consapevole.
Anche la relazione con l’altro e con i pari migliora: il bambino si affida oltre l’ambivalenza e si relaziona al prossimo con fiducia.

Ricordiamoci, dunque, che bisogna temere ciò che nascondiamo e ciò che non esprimiamo, non il contrario, qualunque cosa sia!

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