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Porti insicuri per la liquidità sui conti correnti


Cresce la liquidità degli italiani posteggiata sui conti correnti, ma per le banche sta diventando un problema. Come si possono mettere a frutto i risparmi?
Porti insicuri per la liquidità sui conti correnti

Problema 

Il signor Rossi, che ha 20.000 euro sul conto corrente, ne trattiene metà per le uscite abituali e decide di impiegare l'altra metà. Considerato il suo profilo di investitore, molto conservativo, come può costui procurarsi una remunerazione senza esporsi ad alcun rischio?

Risposta

A questa domanda si sarebbe potuta dare un’agevole risposta fino a qualche anno fa. Oggi, invece, è destinata a rimanere inevasa, dal momento che non si trovano soluzioni. Per questo tipo di investitore, restio a tollerare lievi oscillazioni del capitale e vittima delle proprie paure, non c’è una reale alternativa alla liquidità. Che, nel frattempo, continua a salire come una incessante alta marea.

Infatti, come riferisce l’ABI (Associazione Bancaria Italiana), alla fine del 2020 la giacenza complessiva sui conti correnti dei connazionali (famiglie ed imprese) ammontava a 1.740 miliardi di euro (+10% rispetto al 2019). Nell'ultima rilevazione di giugno l'entità dei depositi raggiunge i 1.780 miliardi di euro: una somma enorme, che vale più dell’intero Pil nazionale, alla cui espansione la pandemia ha contribuito notevolmente.

I conti deposito smettono di essere attraenti, perché pagano interessi esigui. Neanche le gestioni separate, nel recente passato cavalli di battaglia dei gruppi assicurativi, offrono un approdo sicuro. Poiché comprano svalutati titoli di Stato, il loro appeal è ai minimi termini e diverse compagnie le stanno ritirando dal catalogo prodotti, oppure le incorporano in formule ibride tra la parte garantita e la componente finanziaria.

Gli ostacoli che si frappongono ad una remunerazione accettabile sono, dunque, insormontabili: da tempo immemore gli interessi accordati dalle banche ai correntisti sono nulli. A tale handicap si aggiungono i crescenti oneri bancari, mentre l'inflazione, fin qui clemente, sta ricominciando a colpire. In Italia, a luglio, l'indice dei prezzi sale all'1,8% su base annua, vicinissimo al limite del 2% indicato come obiettivo massimo dalla BCE, la Banca Centrale europea.

Gli stessi titoli di Stato non rappresentano un valido rifugio. Il Bot annuale è ormai malinconicamente sprofondato in territorio negativo, tanto da rendere (si fa per dire) -0,50%. Se la curva dei rendimenti è sotto zero fino alle scadenze quinquennali (vuol dire che si paga per il disturbo di prestare i soldi allo Stato!), misere soddisfazioni sono offerte dai titoli decennali (0,65%), trentennali (1,65%) e cinquantennali (2%).

Cosa deve fare il signor Rossi?

Il nostro signor Rossi dovrà, quindi, rassegnarsi a vedersi decurtare il suo gruzzolo di almeno due o tre punti percentuali ogni anno, tra spese, imposta di bollo ed inflazione, che costituisce un’insidia certa, benché spesso sottovalutata.

I correntisti, intanto, continuano ad accumulare, sia per scarsa visibilità sull'immediato futuro, che, soprattutto, per modesta attitudine alla pianificazione. Insomma, non esistono facili rimedi, né pasti gratis. Da qualche anno ci tocca percorrere un territorio inesplorato, con tassi di interesse sprofondati a livelli infimi.

Come si può ovviare?

Tassi (di poco) superiori potrebbero forse consolare risparmiatori e gestori internazionali alla disperata ricerca di un paio di decimi di punto in più. Ma appesantirebbero il già siderale debito globali. Se il signor Rossi non vuole andare incontro ad una sonora disfatta, pur con le dovute cautele, dovrà prepararsi a navigare nel mare aperto dei mercati finanziari.

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