Quando l’errore medico causa la morte


L’opposizione all’archiviazione del procedimento quando elementi oggettivi indicano la responsabilità medica nella ritardata diagnosi
Quando l’errore medico causa la morte
Malasanità. Parola usata e, a volte, abusata. Purtroppo, però, non sempre! Come, verosimilmente, in uno dei recenti casi che il mio studio sta seguendo.
La vicenda riguarda una ragazza trentenne morta a seguito di un intervento chirurgico per occlusione intestinale eseguito il 21 novembre 2012, dopo oltre un mese dal primo ricovero in ospedale.
Dopo il decesso della giovane, i parenti della vittima hanno sporto denuncia, sia per accertare le eventuali responsabilità mediche per l’accaduto, e sia per individuare concretamente i responsabili che, inizialmente, non sono riusciti a formulare una diagnosi e che, successivamente, hanno sottoposto la paziente ad un intempestivo intervento chirurgico, nonostante le chiare controindicazioni in tal senso dovute all’evidente deperimento fisico causato dal decorso della patologia non prontamente diagnosticata.

Ma a volte, anche l’intervento della giustizia non dà i risultati sperati ed è necessario, perciò, intervenire per far valere i propri diritti.
E’ quanto si è verificato nel caso in esame, considerato che dopo la raccolta degli elementi probatori, dell’esame autoptico sul corpo della vittima e del relativo reperto istologico firmato dal CTU, il Pubblico ministero ha proposto al Gip (Giudice delle indagini preliminari) l’archiviazione del caso.
Contro la predetta richiesta di archiviazione, i parenti della povera ragazza da me assistiti, hanno proposto opposizione al Gip, con contestuale richiesta di imporre al PM di formulare l’imputazione ovvero di proseguire le indagini, conferendo l’incarico ad un nuovo collegio peritale.

Il calvario ospedaliero della giovane, infatti, è cominciato il 12 ottobre 2012 in occasione del suo ricovero ospedaliero per il riferito vomito ed i forti dolori addominali accusati.
Ricovero durato fino al 31 ottobre dello stesso anno, quando la ragazza viene dimessa "nonostante la persistenza del vomito, il dolore addominale e l’alterazione dei valori ematochimici: i sintomi manifestati dalla paziente avrebbero dovuto orientare per una patologia intestinale, imponendo ai sanitari, prima della dimissione, una TAC con mezzo di contrasto e/o la laparoscopia esplorativa" che invece non furono eseguiti.
Non solo, ed a partire dal 19 ottobre è stata pure interrotta la "terapia parenterale per scarso patrimonio venoso", il che non ha permesso alla giovane di nutrirsi e idratarsi come dovuto, considerato che a causa dell’occlusione intestinale gli alimenti per via enterale (per bocca) non venivano assorbiti.

Dopo solo quattro giorni dalle dimissioni la ragazza viene nuovamente ricoverata d’urgenza in pronto soccorso ove le viene diagnosticata una "Pancreatite acuta, IRA e calcolosi della colecisti" oltre a una insufficienza renale acuta "funzionale secondaria a disidratazione per vomito profuso", un aggravamento dei sintomi di vomito, dolore addominale, movimenti enzimatici, iperglicemia, leucocitosi neutrofila.

Purtroppo la diagnosi di occlusione intestinale giunge con estremo ritardo - solo a metà novembre! - e con altrettanta negligenza le viene praticato un intervento chirurgico inopportuno, considerato che i parametri degli apparati vitali, cardio-vascolare, respiratorio e renale non erano ancora nella norma.
L’opposizione è stata accolta, il PM ha chiesto l’incidente probatorio per la nomina di periti, che hanno confermato la responsabilità di 4 sanitari.

Nonostante l’iniziale richiesta del Pm, l’archiviazione non è stata disposta come richiesto dal mio studio e la giustizia sta seguendo il suo corso

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di Avv. Olindo Paolo Preziosi

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