Registrare una conversazione non è reato


Quando e come la registrazione può essere utilizzata in giudizio
Registrare una conversazione non è reato
La registrazione di un colloquio ad opera di un soggetto, che sia partecipe o comunque sia ammesso ad assistervi, è legittima anche se eseguita di nascosto.
Costituendo una forma di trasposizione fonica di un fatto storico, l’autore può disporne legittimamente, anche ai fini di prova nel processo (salvi gli eventuali divieti di divulgazione del contenuto della comunicazione che si fondino sul suo specifico oggetto o sulla qualità rivestita dalla persona che vi partecipi).
La registrazione costituisce prova documentale. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 18908/2011, ha stabilito che "integra il reato di trattamento illecito di dati personali (art. 167, d.lg. 30 giugno 2003, n. 196) il diffondere, per scopi diversi dalla tutela di un diritto proprio o altrui, una conversazione documentata mediante registrazione". (Confronta anche Cassazione Penale, sez. III, 03.10.2012, n. 43898 e Cassazione Penale, sez. VI, 16.03.2011, n. 31342).
La Cassazione, II Sezione Civile, 20.03.2015 n. 19158, ha infine, stabilito che "ciascuno dei soggetti che partecipano ad una conversazione è pienamente libero di adottare cautele ed accorgimenti, e tale può essere considerata la registrazione, per acquisire, nella forma piu’ opportuna, documentazione e quindi prova di ciò che direttamente pone in essere o che è posto in essere nei suoi confronti [...]."

Pertanto la conversazione registrata entra a fare parte del patrimonio conoscitivo degli interlocutori e di chi vi ha non occultamente assistito, con l’effetto che ognuno di essi ne può disporre, a meno che, per la particolare qualità rivestita o per lo specifico oggetto della conversazione, non vi siano specifici divieti alla divulgazione (es.: segreto d’ufficio).

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