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Riforma Orlando, il nuovo art. 603 c.p.p.


In quali casi il Giudice d'Appello deve disporre obbligatoriamente la rinnovazione del dibattimento?
Riforma Orlando, il nuovo art. 603 c.p.p.
Tra le novità introdotte dalla legge 103/2017, entrata in vigore lo scorso 3 agosto, ve n’è una che ha trovato ampia eco nella cronaca, poiché immediatamente applicabile nel processo sulla strage del Rapido 904 pendente dinanzi alla Corte di Appello di Firenze a carico del tristemente noto capo di Cosa Nostra, Salvatore Riina.
Ci si riferisce al comma 3 bis dell’art. 603 del codice di procedura penale, il quale dispone l’obbligatorietà della riapertura del dibattimento nei casi di appello del pubblico ministero contro una sentenza di proscioglimento per motivi attinenti alla valutazione della prova dichiarativa.
Per comprendere la portata della norma occorre ricostruire il quadro normativo pre-riforma, che permane per tutti gli altri casi di appello al di fuori di quello citato.
Nel giudizio di appello, infatti, a differenza dell’ordinario di primo grado, la fase dibattimentale è facoltativa ed eventuale: facoltativa, poiché le parti, nell'atto di appello o nei motivi aggiunti, possono chiedere la riassunzione dinanzi Giudice d’Appello di prove già acquisite nel dibattimento di primo grado (o l'assunzione di nuove prove, qualora scoperte medio tempore); eventuale, poiché in ordine a tali richieste, in generale, il giudice ha un’ampia discrezionalità, vincolata al dato normativo dell’art. 603, comma 1, c.p.p. per il quale il giudice accoglie in tutto o in parte di richiete di rinnovazione dibattimentale, soltanto ove ritenga di non essere in grado di decidere allo stato degli atti. È, cioè, il giudice stesso a dichiarare la completezza o meno del materiale probatorio ai fini del suo decidere.
Il richiamato potere discrezionale del Giudice è piuttosto ampio, in quanto non sindacabile in sede di legittimità, tranne che - ad esempio - in ordine ai difetti o alle censure motivazionali dell’ordinanza con cui accoglie o rigetta le richieste di parte.
Orbene, il neo comma 3 bis dell’art. 603 c.p.p. ha, come sopra ricordato, introdotto un’ipotesi obbligatoria di rinnovazione dibattimentale.
La modifica legislativa è assurta agli onori della cronaca, poiché essa - immediatamente applicabile ai processi pendenti, in forza del principio tempus regit actum - ha riguardato anche il processo che si ricordava in esordio.
Nel processo di primo grado sulla cosiddetta Strage di Natale, infatti, Totò Riina è stato assolto ed avverso detta sentenza la Procura di Firenze ha promosso appello.
Stante quanto sopra, la Corte di Assise di Appello di Firenze dovrà riaprire il dibattimento, con l’escussione dei testimoni, la cui valutazione è stata posta a fondamento dal Collegio di primo grado. Tuttavia, preso atto di ciò, il Presidente della Corte non ha potuto non rilevare che detta attività avrebbe impegnato un lasso di tempo eccedente il giorno del suo pensionamento.
E poiché, ai sensi dell’art. 525, comma 2, c.p.p. "alla deliberazione concorrono, a pena di nullità assoluta, gli stessi giudici che hanno partecipato al dibattimento", v’era il rischio (rectius, la certezza) che la parte dell’attività istruttoria svolta in appello dinanzi al pensionando Presidente dovesse essere nuovamente ripetuta, dinanzi al Collegio in cui avrebbe fatto ingresso il nuovo componente.
È pur vero che le parti possono "fare salvi" gli atti istruttori già compiuti da un precedente collegio, prestando il consenso alla rinnovazione degli atti mediante lettura, vale a dire senza sentire nuovamente gli stessi testimoni, ma poiché trattasi di mera facoltà non ipotizzabile e comunque da esercitarsi solo dopo il mutamento del Collegio, la Corte di Assise di Appello ha correttamente rilevato la circostanza de qua, chiedendo la fissazione di altra udienza dinanzi ad un nuovo Collegio. Il provvedimento ha certamente prodotta una ricaduta dilatoria sui tempi del processo, ma consola apprendere che la è già stata fissata la nuova prima udienza e che il processo ricomincerà (nei termini di cui sopra) il 21 dicembre prossimo.
Per completezza, occorre riconoscere che l’indirizzo normativo alla base della nuova norma risponde a principi di diritto già affermati dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, già nel caso "Dan c/Moldova" (sentenza 5 luglio 2011) e da ultimo nella sentenza 29 giugno 2017, Lorefice c/ Italia), con la quale la CEDU ha condannato lo Stato italiano per violazione del diritto all’equo processo, sancito dall’art. 6 della Convenzione.
Senza una precisa e specifica previsione normativa l’obbligatorietà non sarebbe stata possibile se non in via pretoria (e cioè affidandosi alla discrezione del Giudice di Appello), come sancito da da Corte di Cassazione SS.UU. con la sentenza n. 27620/2016.

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