Ripartizione pensione di reversibilità tra ex coniuge e figlio


La parola “coniuge”, contenuta nell’art. 22 della L. n. 903/1965, in concorrenza con i figli, non può essere automaticamente estesa all’ex coniuge non genitore
Ripartizione pensione di reversibilità tra ex coniuge e figlio

Il caso in questione riguarda la ripartizione della quota della pensione di reversibilità in favore dell'ex coniuge e del figlio superstite del pensionato deceduto avuto da una relazione more uxorio.

Il caso, dunque, in cui il coniuge divorziato non sia genitore del figlio beneficiario. L'INPS, nella ripartizione delle quote spettanti a ciascun avente diritto aveva riconosciuto all'ex coniuge una quota pari al 60% ed al figlio naturale la minore quota del 20%. Quest'ultimo adiva il Tribunale di Salerno - Sezione Lavoro - perché gli riconoscesse una maggiore quota, con conseguente riduzione della quota ricnosciuta all'ex coniuge.

L’importo spettante ai superstiti è calcolato sulla base della pensione dovuta al lavoratore deceduto ovvero della pensione in pagamento al pensionato deceduto applicando le percentuali previste con la novella di cui alla legge 8 agosto 1995, n. 335:

  • 60%, solo coniuge;

  • 70%, solo un figlio;

  • 80%, coniuge e un figlio ovvero due figli senza coniuge;

  • 100%, coniuge e due o più figli ovvero tre o più figli;

  • 15%, per ogni altro familiare, avente diritto, diverso dal coniuge, figli e nipoti.

Indi, in caso di concorrenza tra coniuge (seppur divorziato ma titolare di assegno divorzile) e un figlio la pensione di reversibilità va riconosciuta all’80%. In tal caso, la norma prevede anche l’attribuzione delle singole aliquote spettanti a ciascuno prevedendo che a ciascun figlio va attribuito il 20% della reversibilità “se ha diritto a pensione anche il coniuge” (fino a riconoscere, in caso di più figli, un massimo del 40%).

La pensione di reversibilità spetta ai familiari superstiti in misura percentuale rispetto all’importo liquidato al pensionato, ed è calcolata sulla base di aliquote diverse a seconda del numero e del grado di parentela dei soggetti beneficiari. Pertanto, in presenza del solo coniuge, la quota spettante sarà pari al 60% di quella liquidata al dante causa, cui si aggiunge un ulteriore 20% qualora nel nucleo familiare sia presente un unico figlio, per un ammontare complessivo pari all’80% del trattamento pensionistico pieno.

Poiché la pensione ai superstiti non può, in ogni caso, essere complessivamente né inferiore al 60%, né superiore all'intero ammontare della pensione, il trattamento spettante al coniuge con due o più figli sarà pari al 100% della pensione del dante causa, ripartito secondo il seguente criterio: 60% al coniuge, 40% diviso in parti uguali tra i figli. Nell’ipotesi in cui i beneficiari del trattamento siano solo i figli e gli equiparati, spetta una quota pari al 70% in presenza di un solo figlio, dell’80% diviso in parti uguali nel caso di due figli, e del 100% ripartito in parti uguali se presenti tre o più figli.

Alla luce di quanto finora detto, appare chiaro che il diritto alla pensione di reversibilità realizzi una funzione solidaristica, basata sul presupposto che il decesso del dante causa arrechi un danno economico, oltre che affettivo, ai familiari che, in mancanza della fonte di reddito fino a quel momento assicurata dal pensionato, potrebbero potenzialmente versare in una condizione di bisogno.

Infatti, il venir meno di tale stato di bisogno, al verificarsi di una serie di eventi successivi alla morte del dante causa e all’inizio dell’erogazione della prestazione, comportano la cessazione del diritto al trattamento, che, pertanto, decade come accade, ad esempio, nel caso del coniuge superstite che contragga nuove nozze, ovvero del figlio ultraventiseienne.

Non si comprende, dunque, perché mai ad un minore orfano di padre dovrebbe essere riconosciuta una quota pari al solo 20% ed al coniuge divorziato concorrente una quota pari al 60%.

La pensione di reversibilità rientra tra le misure previdenziali in favore dei superstiti previste dal nostro ordinamento, attraverso le quali vengono tutelati i familiari del deceduto dall’insorgere di un potenziale stato di bisogno. Tale meccanismo di solidarietà, introdotto nel 1939 dall’art. 2 del R.D.L. n. 636/1939, era volto a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico scaturiti dal venir meno della fonte di sostentamento assicurata dal capo-famiglia”, con particolare riferimento alle donne che, non percependo una pensione propria, alla morte del coniuge restavano prive di reddito.

Il R.D.L. n. 636/1939 introduce per la prima volta il concetto di assegnazione delle prestazioni previdenziali ai familiari superstiti nel caso di morte del lavoratore assicurato o pensionato. Tale iniziale quadro normativo ha subito alcuni mutamenti in ragione sia dell’entrata in vigore della Costituzione sia, e forse ancor più, in ragione del mutato contesto sociale.

È altrettanto indiscutibile che il quadro normativo di riferimento (risalente al 1935 e novellato solo nell’equiparazione dei figli legittimi ai naturali ovvero sulla sussistenza del diritto anche in capo al convivente unito civilmente) faccia riferimento, nella ripartizione delle quote di spettanza, ad una concorrenza tra coniuge superstite e figlio di quest’ultimo e non anche ad una concorrenza tra individui (coniuge e figlio) appartenenti a diversi nuclei familiari.

La norma del 1965 indica una ripartizione modellata sugli assetti normativi familiari dell’epoca (allorquando non era neanche prevista l’ipotesi del divorzio introdotto solo nel 1970 ed ancora non era intervenuta la riforma della famiglia del 1975).

Il caso di specie, pertanto, non era neanche lontanamente ipotizzabile e sussumibile nella fattispecie astratta della norma. Per tale motivo, a parere di chi scrive (condiviso dal Tribunale), la parola “coniuge” contenuta nell’art. 22 della L. n. 903/1965, in concorrenza con i figli non può essere automaticamente estesa all’ex coniuge.

In merito, occorre rammentare che, il diritto alla pensione di reversibilità del coniuge divorziato titolare di assegno, infatti, è stato riconosciuto dalla L. 898/70 e, dunque, giammai l’ex coniuge potrebbe considerarsi concorrente con un figlio minore e ciò ancor più se non convivente con quest’ultimo.

Da tanto discende la naturale conseguenza che una lettura costituzionalmente orientata dell’attuale quadro normativo in materia di reversibilità (in primis il principio di solidarietà ed uguaglianza di cui agli artt. 2 e 3 Cost.) non permetterebbe una sperequazione così incisiva tra la posizione dell’ex coniuge (ergo colui il quale non è neanche più legato dal vincolo matrimoniale con il de cuius) ed il discendente minorenne.

Nella fattispecie la ripartizione delle quote di reversibilità garantiva all’ex coniuge una pensione annua ben più alta rispetto all'assegno di mantenimento riconosciuto con la sentenza di divorzio ed al figlio minorenne una pensione annua irrisoria rispetto alle sue esigenze. Finendo, dunque, per "arricchire" ingiustificatamente l'ex coniuge in danno del minore.

Il Tribunale di Salerno - Sezione Lavoro - nella persona della dott.ssa I. Laudati, con sentenza n. 1684/2021, ha accolto la tesi difensiva del minore ed ha rettificato la ripartizione della quota di reversibilità elevandola al 40% in favore del figlio superstite e, per converso, riducendola al 40% in favore dell'ex coniuge, condannando altresì l'ente previdenziale alla restituzione delle maggiori somme dovute dal dì del sorgere del diritto sino alla data del provvedimento.

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di Avv. Maria Rosaria Salzano

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