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Risarcimento del danno da demansionamento e quantificazione


Il datore di lavoro che lascia il lavoratore in condizioni di inattività viola il diritto al lavoro, come estrinsecazione della personalità e della professionalità.
Risarcimento del danno da demansionamento e quantificazione

Lavoro subordinato. Demansionamento del lavoratore e quantificazione del danno. La sentenza n. 32982 del 13/12/2019 della Corte di Cassazione, sez. lav.

Il datore di lavoro che lascia il lavoratore in condizione di inattività lavorativa e di dequalificazione, e di esclusione da iniziative formative di riqualificazione ed aggiornamento professionale, procura al dipendente un danno da demansionamento, da liquidarsi nella misura del 10% della retribuzione globale di fatto, nei limiti della prescrizione decennale.

Lo ha statuito la Corte di Cassazione sez. lav., con sentenza n. 32982/2019 confermativa della sentenza n. 1299/2017 della Corte di Appello di Milano, sez. lav.


Riferimenti normativi

L’art. 2103 cc., rubricato “Mansioni del lavoratore”, recita: “Il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione di retribuzione”.

Inoltre, il lavoratore che invochi in giudizio il risarcimento del danno da demansionamento, ha l’onere di provare, ai sensi dell’art. 2729 cc., attraverso la allegazione di elementi presuntivi, gravi, precisi e concordanti, il tipo e la natura della professionalità coinvolta, la durata del demansionamento, la diversa e nuova collocazione lavorativa assunta dopo la prospettata dequalificazione.

 

La fattispecie, al vaglio della Corte di Cassazione, sez. lav. decisa con sentenza n. 32982/2019

La vicenda al vaglio della Corte di Cassazione, sez. lav., prende avvio da una controversia, promossa da un lavoratore avverso Trenitalia Spa, avente ad oggetto la richiesta di risarcimento del danno da demansionamento, sul rilievo che dopo la dichiarazione di inidoneità alla mansione, non avesse mai svolto mansioni del profilo di nuova assegnazione ed avesse versato in condizioni di inattività per molti anni, con conseguente efficacia negativa dal punto di vista occupazionale e relazionale.

Il Tribunale in primo grado aveva accolto la domanda del lavoratore ed aveva condannato Trenitalia Spa al risarcimento del danno da demansionamento in misura per ogni anno pari al 10% dell’ultima retribuzione globale di fatto, nei limiti della prescrizione decennale.

Dopo la statuizione in grado di appello, la controversia era stata radicata dinanzi alla Corte di Cassazione la quale ha confermato le decisioni nel merito, così argomentando:
“Il comportamento del datore di lavoro che lascia in condizione di inattività il dipendente non solo viola l’art. 2103 cc. ma è al tempo stesso lesivo del fondamentale diritto al lavoro, inteso soprattutto come mezzo di estrinsecazione della personalità di ciascun cittadino, nonché dell’immagine e della professionalità del dipendente, ineluttabilmente mortificate dal mancato esercizio delle prestazioni tipiche della qualifica di appartenenza; tale comportamento comporta una lesione di un bene immateriale per eccellenza, qual è la dignità professionale del lavoratore, intesa come esigenza umana di manifestare la propria utilità e le proprie capacità nel contesto lavorativo, e tale lesione produce automaticamente un danno (non economico, ma comunque) rilevante sul piano patrimoniale (per la sua attinenza agli interessi personali del lavoratore), suscettibile di valutazione e risarcimento anche in via equitativa. A tal fine, il giudice deve tenere conto dell’insieme dei pregiudizi sofferti, ivi compresi quelli esistenziali, purché sia provata nel giudizio l’autonomia e la distinzione degli stessi, dovendo provvedere all’integrale riparazione secondo un criterio di personalizzazione del danno, che, escluso ogni meccanismo semplificato di liquidazione di tipo automatico, tenga conto, pur nell’ambito di criteri predeterminati, delle condizioni personali e soggettive del lavoratore e della gravità della lesione e, dunque, delle particolarità del caso concreto e della reale entità del danno (cfr. anche Cass. n. 8709 del 2016; n. 9901 del 2018)”.

Sulla base di tali considerazioni in diritto, la Suprema Corte ha confermato la accertata esistenza del danno da demansionamento subito dal lavoratore a seguito della condotta tenuta dalla società datrice di lavoro.

 

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