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Sfogare la rabbia fa bene ad adulti e bambini


La rabbia è un'emozione del tutto naturale, potremmo provare a considerarla una “sana aggressività” che ci infonde energia
Sfogare la rabbia fa bene ad adulti e bambini

La rabbia è un'emozione del tutto naturale, potremmo provare a considerarla una “sana aggressività” che ci infonde energia, un'energia che andrebbe scaricata, al fine di evitare ansia e malattie psicosomatiche come:

- la cefalea pulsante nella quale l’aggressività cerca di uscire martellando il cervello;

- tensione muscolare: in questo caso i nostri muscoli si controllano per non aggredire;

- bruciori di stomaco: accade perché la rabbia inespressa lavora dentro e ci corrode;

- eczema alle mani: sembra una mera espressione metaforica: “le mani mi prudono dalla voglia di usarle”;

- varie malattie del fegato, all’interno del quale la rabbia si deposita.

Evitare tutto questo si può, basta lasciar sfogare la rabbia, con gesti forti ma innocui, come strappare alcune pagine di un giornale o prendere a pugni un cuscino, meglio ancora se ci si ritrova soli a poter urlare ai quattro venti le proprie ire.

Ma non sempre la soluzione più consona al momento è quella dello sfogo, sia per il contesto sociale in cui ci si ritrova che per evitare di ferire inutilmente chi ci troviamo davanti. In questo caso, provare ad osservare la rabbia, affidandosi a lei, disidentificandoci da lei in quanto emozione e non noi stessi, potrebbe essere un’ottima risoluzione.

Partiamo dal principio di ammettere in maniera molto easy io sono arrabbiata, lo sono in maniera del tutto disgiunta da una persona o un evento predeterminato. Semplicemente provo questa scarica di ira che mi pervade, respiro, la osservo”.

E per quanto concerne il bambino? Quella idilliaca fase della vita senza preoccupazioni e responsabilità. Errato, forse a guardarci bene dentro, le cose sono un po’ differenti, se partiamo dal presupposto che da piccoli si hanno ben poche libertà, sono sempre gli adulti (genitori, nonni, educatori, insegnanti, catechisti…) a decidere orari, pasti, vestiti, giochi…evidentemente molto lo si fa per il loro bene e per la loro stessa tutela personale, ma tutta questa privazione di libertà contrasta frequentemente con i desideri, gli istinti e le pulsioni dei bambini.

Molti genitori ricorderanno bene la “fase dei no” (2 anni circa), fase in cui i bambini provano ad esprimere loro stessi in maniera oppositiva, testando limiti propri ed altrui.

Ma come possiamo disinnescare le crisi di rabbia dei bambini? Innanzitutto proviamo ad avvertirli un po’ prima del cambio di attività, contesto, facendo percepire loro in modo meno imperativo le nostre richieste, anche se del tutto legittime. Ma una volta che la bomba si è innescata, possiamo provare ad evitare alcuni errori tipici: una punizione in piena crisi, in cui il bambino perde il controllo di sé, è frustrante e non funzionale poiché da lui non compresa; lo stesso vale per delle spiegazioni troppo prolisse e filosofiche, sarebbero parole al vento poiché la capacità di ascolto è davvero scarsa; d’altro canto, ignorarlo totalmente lo farebbe sentire sminuito, incompreso, solo.

Non perdiamo il controllo più di lui, evitiamo nella maniera più assoluta di prenderlo in giro e tantomeno di “castrare” la sua necessità di sfogarsi, nei limiti ovviamente. Se ci fossero casi di pericolo estremo per lui e altri, sentiamoci autorizzati a bloccarlo fisicamente e a usare un tono fermo senza urlare.

La signora Agata mi scrive: “ma allora dottoressa qualsiasi cosa io faccia non va mai bene, eppure io, quando ero piccola, prendevo due bei ceffoni e la piantavo lì. Sono io l’adulto e non lui, è lui che deve ascoltare me e non io che debbo assecondarlo. Con me ha funzionato, i miei non usavano tante parole, anzi…eppure. Mi dica lei dottoressa”.

Carissima Agata, accogliamo la rabbia senza farci travolgere. Lasciamo sfogare il bambino, restiamogli vicino, in silenzio, senza cedere a richieste e ricatti, semplicemente aspettando che passi. Sbollita la rabbia parliamogli, chiedendo al bambino perché si è arrabbiato, aiutandolo a riflettere e a conoscersi meglio. Insegniamo altri modi di reagire, magari urlando meno o non correndo per tutta la casa. Facciamogli capire che in tal maniera non riusciamo a capire cosa stia dicendo, quando per noi è importante comprenderlo per poterlo aiutare. Restiamo calmi e non dimentichiamo mai di consolidare la fase di quiete dopo la tempesta con un abbraccio e un sincero “ti voglio bene!”.

 

Per scrivermi, per pormi domande e per approfondire i temi che affronto: letizia.ciabattoni@gmail.com

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